Lelio Demichelis

Ciò che non riuscirono a fare i documenti degli storici, i libri, i filmati dei liberatori dei campi di sterminio, ciò che non riuscì a dire la verità oggettiva dei fatti riuscì forse a farlo una miniserie televisiva americana, Holocaust - per altro di non eccelso valore - che nel gennaio del 1979 scese sulle acque stagnanti della (in)coscienza collettiva tedesca e provocò un fremito di vergogna e un ripensamento morale e politico collettivo.

Se sugli schermi televisivi tedeschi di quell’anno non fossero passate le immagini di quella fiction forse tutto sarebbe rimasto ancora sepolto sotto la melma dell’auto-menzogna e dell’auto-assoluzione, vincente il principio per cui se una colpa è collettiva allora è di nessuno in particolare, perché al comando si obbedisce e basta o perché - quando il rimorso è impossibile (per le dimensioni del crimine) - lo è anche il ricordare.

Dunque, prima considerazione: forse le fiction televisive non sono solamente fiction, ma possono produrre riflessione e narrazione collettiva. Certo, vi è il rischio (la certezza?) di fare della rappresentazione del vero, cioè dell’offerta di un vero finto ma realistico qualcosa appunto di più vero e di più significante del vero, come se ormai solo la finzione avesse il potere di dire e di dirci il vero. O qualcosa che gli si avvicina.

Ma se Holocaust ha avuto questa funzione, se appunto generò finalmente il mettersi davanti allo specchio di uno schermo televisivo dei tedeschi (quelli che fecero ciò che fecero e furono ciò che furono; ma anche i loro figli, che forse non conoscevano davvero ciò che avevano fatto e ciò che furono i loro genitori), diventa allora importante leggere le riflessioni di uno dei massimi filosofi tedeschi, nonché ebreo, della seconda metà del ‘900, Günther Anders (1902-1992). Di cui Bollati Boringhieri pubblica a giorni questo Dopo Holocaust, 1979 - con una Prefazione di David Bidussa e la traduzione e la (magistrale) Postfazione di Sergio Fabian. Annotazioni raccolte dopo la visione del film, queste di Anders (il cui vero nome era Stern ed è noto soprattutto per le sue analisi della tecnica non più mezzo ma fine unico di un mondo ridotto a macchina e apparato tecnico – a totalitarismo meccanico - come sviluppato nei due volumi de L’uomo è antiquato). Pagine, anticipate qui qualche giorno fa, eccezionali per acutezza e profondità e per la loro capacità – è una delle eccellenze di Anders - di illuminazione intellettuale.

Perché senza Holocaust, “verosimilmente non sarebbe riaffiorato nulla, l’ottenebramento delle emozioni non si sarebbe interrotto, non si sarebbe avuto il generale shock morale (non oso ancora parlare di definitiva ‘conversione’), che rappresenta senza dubbio l’evento psicologico più profondamente radicale della storia tedesca post-hitleriana. Per quanto ciò sia vergognoso: l’ora della verità per i tedeschi è risuonata fuori dai confini, l’orrore è arrivato da fuori, piovuto loro in grembo dal cielo come un colpo di fortuna. Non sono stati loro a girare il film, non sono stati loro a fare pulizia davanti a casa (come pretendono arrogantemente sempre dagli altri). Il prodotto è molto più di un veicolo di intrattenimento o di commozione: nonostante gli incassi che può aver realizzato (d’altra parte anche i medici si fanno pagare), è un’opera politico-morale e come tale è stata appunto percepita. Il pubblico, dopo pochi minuti non è più stato pubblico”. Per cui: “Qui si è inverato ciò che Schiller auspicò per il teatro, ossia che operasse come ‘ente morale’ e che Brecht, sotto questo aspetto non molto diversamente da Schiller, cercò di realizzare nelle sue opere didattiche”.

E allora la finzione (“che fornisce i fatti”) diventa indispensabile proprio “perché la mostruosità e la dismisura di ciò che accadde, oggi non è più percepibile e conoscibile. (…) Questa invisibilità deve essere revocata (…) e per questo abbiamo bisogno di lenti, e precisamente non di lenti di ingrandimento, ma di lenti di rimpicciolimento”. Perché se quella realtà è stata così smisurata, oltre l’immaginabile e quindi inintelligibile (se i tedeschi furono incapaci di vedere il male da loro esercitato ogni giorno di quei giorni “come full time job”, se furono incapaci di vedere la loro metamorfosi progressiva in esseri addestrati a produrre il male perché questo era ciò che doveva essere fatto e fatto a produttività crescente, lo sterminio degli ebrei diventato il fine di un intera nazione) allora essa non poteva che essere rimpicciolita e portata al campo visivo degli spettatori perché la potessero davvero vedere.

Rimpicciolita e personalizzata. Perché Holocaust – scrive Anders - ha trasformato finalmente le cifre in esseri umani, mostrando come quei milioni di ebrei (e non solo) non fossero solo freddi numeri statistici (nel nazismo le persone erano appunto spersonalizzate, “trasformate in nuda materia”) ma sei milioni di individui e “solo attraverso i casi singoli, l’accaduto e l’innumerabile possono essere resi perspicui e rammemorabili”.

Gli ebrei: uccisi come se ucciderli fosse un lavoro industriale, compiuto da milioni di uomini medi e insignificanti che Hitler e la sua élite di potere seppero però trasformare – splendida questa analisi di Anders - in nobiltà, in élite di massa di milioni di nobili e puri chiamati a realizzare la purificazione del paese dagli ebrei impuri. Con la messa in atto di un autentico darwinismo sociale: “Io supero il rivale, lo elimino, dunque ho diritto di esistere. La condizione dell’essere è l’assassinio”. Con l’odio che è qualcosa di molto potente e quando si può odiare, anzi si deve odiare, “ci si affeziona in fretta al proprio oggetto di odio e non si consente tanto facilmente che ci venga strappato dal cuore”. Ma (e ancora) perché i tedeschi non guardarono mai indietro a quegli anni osceni e preferirono considerarli “una scansione temporale non accaduta”? Furono testimoni e insieme conniventi. E non videro. Perché (questo è totalitarismo) “non percepirono ciò che non dovevano percepire. Era stata tolta loro ogni autonomia emozionale e intellettuale”.

Colpa condivisa? Se sì, essa “non consistette tanto in azioni collettive, quanto nella mancata ribellione collettiva contro uno Stato che si era macchiato di quella colpa e che in quella colpa aveva coinvolto tutti. Anche l’omissione è azione”. E nessuno poteva dire di non sapere. Dunque, il silenzio, l’omissione o – potremmo aggiungere - la ricerca silenziosa, post-1945 di una prescrizione della colpa per normalizzazione. Perché chi “aveva subito una sconfitta totale senza che venisse riconosciuta una vera disfatta, neppure da parte degli alleati (…- ), ne aveva abbastanza di passati e di futuri millenari, desiderava piuttosto un presente, casa, cibo, televisione, viaggi, sesso, insomma consumo. E mentre questi desideri astorici venivano soddisfatti rapidamente”, tutto il resto veniva dimenticato - e il consumismo (Anders) consuma non solo beni e prodotti, ma anche la società.

E quelli furono infatti – aggiungiamo - gli anni dell’ordoliberalismo tedesco, della sua volontà di trasformare ciascuno in uomo economico competitivo e ubbidiente nell’economia (sociale?) di mercato. La nuova Germania era diventata capitalista. Normale e con la coscienza sbiancata. Sottolinea Sergio Fabian: “L’analfabetismo delle emozioni prima, durante e dopo le catastrofi dell’umano è la tossina che agisce sottotraccia tra le pieghe di un mondo-azienda sempre più affidato alla binarietà di procedure e schemi che aborrono l’indugio del pensiero, del dubbio, del ripensamento. La scissione tra la facoltà del produrre e quella del rappresentare ciò che produciamo è il falso movimento dell’era della tecnocrazia, l’incolmabile scarto che esonera l’uomo dalla responsabilità del reale, del gesto, qualunque sia l’esito di un bottone premuto o di un ordine di servizio”.

E allora: non si dovrebbe e invece si deve ricordare quanti altri olocausti si compiono (e si dimenticano) ogni giorno nel mondo, quanta colpa individuale e collettiva abbiamo per i nostri silenzi conniventi (ma anch’essi subito e nuovamente sbiancati dal capitalismo e dalle logiche di organizzazione e di de-responsabilizzazione degli apparati tecnici), quanta abitudine al male mettiamo ogni giorno nella competizione economica e nel considerare gli altri come numeri o algoritmi o come nodi di una rete o nuovamente come rifiuti (Anders: “esiste un antisemitismo anche senza ebrei”) e quanta colpa e sensi di colpa i tedeschi abbiano invece attribuito ai greci di oggi solo perché indebitati. Perché le riflessioni di Anders non si fermano – per chi le sa leggere – al 1979.

Günther Anders
Dopo Holocaust, 1979
Prefazione di David Bidussa
Traduzione e Postfazione di Sergio Fabian
Bollati Boringhieri, pp. 111 (2014)
€ 13,00

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