Milo Adami

Il volto di Denis Lavant (attore protagonista di Holy Motors di Leos Carax) è ripreso in primissimo piano, ogni dettaglio è ben marcato, respira lentamente e fissa il suo sguardo dentro l’obiettivo. Ogni ruga, ogni solco, ogni piccola imperfezione è espressiva in questa lunga inquadratura che apre Xi you: Journey to the West di Tsai Ming Liang, sesta opera della serie Walker, presentata nella sezione Panorama del festival di Berlino e in concorso in questi giorni al festival del Nouveau cinema di Montreal nella sezione Film sperimentali.

In una scena dello spettacolo teatrale Only You, diretto da Tsai Ming nel 2011, l’attore Lee Kang Sheng camminava molto lentamente, quasi impercettibilmente, ora quella sua marcia si è prolungata nel tempo, portandolo fuori dal teatro, in giro per il mondo. Ricorda il cammino del monaco della dinastia Tang Xuanzang, che nel XVI secolo viaggiò dalla Cina all’India alla ricerca dei testi sacri buddhisti. Questo viaggio nella letteratura cinese è raccontato da un antico romanzo anonimo del 1590, intitolato appunto Viaggio in occidente (The Journey to the West). Per Tsai Ming Liang quel viaggio non si è mai interrotto, quel monaco è giunto in Europa, a Marsiglia più precisamente, dove il film è girato.

In una luce di fine estate Lee Kang Sheng veste la tunica rosso porpora dei monaci buddhisti e come un mistico cammina lentamente per le strade di Marsiglia, a piedi nudi tra gli sguardi incuriositi delle persone. La cultura di riferimento è quella orientale, lo sguardo fisso per terra, l’indice e il pollice raccolti in posizione meditativa, il suo incedere lentissimo e pieno di grazia contrasta con la vita dell’antica città . Scende in una metropolitana, si inoltra in un mercato, cammina in una piazza, nulla è preparato, qualcuno si ferma a guardarlo, altri lo deridono, altri lo ignorano, il suono in presa diretta registra il momento.

Se un tempo la ripresa di un’azione in diretta e in tempo reale apparteneva solo alla tecnologia del video, oggi le cineprese digitali possono registrare un flusso continuo di immagini senza dover più dipendere dal cambio pellicola. Tsai Ming Liang ne è consapevole e il suo film, 56 minuti senza dialogo, si compone di una decina di inquadrature della durata media di 7 minuti ciascuna. «Il mio cinema è così, la macchina da presa segue un personaggio che poi si trasforma, fa un percorso che è reso visibile dalla sua stessa lentezza. Per me la lentezza è una virtù».

Dopo aver realizzato dieci lungometraggi, da Rebels of Neon God (1992) a Stray Dogs (2013), Tsai Ming Liang sente che il cinema commerciale, soprattutto quello americano, sta uniformando il linguaggio, muovendo le immagini ad una velocità insostenibile. Trovare dei finanziamenti per il suo cinema lento e meditativo è diventato sempre più difficile, e lui, piuttosto che rinunciare alla propria libertà creativa, è pronto ad abbandonare tutto per dedicarsi ad altro. È quanto dichiara nel documentario Past present di Tiong Guan Saw, visto sempre al Festival del Nouveau cinema, che ne ripercorre la vita e la carriera.

A partire dal 2007, racconta, quando la Biennale di Venezia gli commissionò la sua prima installazione, It’s a dream, poi esposta al Festival di Rotterdam nel 2009, ha trovato finalmente un modo libero di esprimersi. Dentro ai musei si sente molto più a suo agio che dietro la macchina da presa, il che denota un forte desiderio di muoversi in piena libertà da un medium all'altro, portandosi dietro un'idea da comprovare ogni volta, prima con il cinema di finzione, poi con l'installazione, poi il teatro, poi il cinema di nuovo ma questa volta depurato da tutti i suoi orpelli.

Il suo contributo più grande al cinema mondiale è stato quello di riportare la recitazione ad un grado zero del performativo, ad un gesto, un’immagine, un suono, quel tanto che basta per comunicare le emozioni e i pensieri dei suoi personaggi; ora Tsai Ming Liang continua a cercarsi, con e senza il cinema, e Xi You: Journey to the West risente delle sue recenti esperienze nei musei, nelle gallerie e nei teatri. Prodotto dal canale televisivo francese Artè, questo film potrebbe ugualmente trovarsi all’interno di una galleria così come in una sala di un cinema, oppure diffuso in televisione alle due di notte come un’opera di video teatro (genere ampiamente sperimentato soprattutto negli anni Ottanta).

In ogni caso si tratta di un film che ripensa radicalmente le convenzioni narrative del cinema, in aperta contestazione alla sua ipervelocità commerciale, qui il montaggio è ridotto al minimo indispensabile e il tempo dell’azione è pressoché quello della diretta. Xi You possiede l’estasi visiva di un video di Bill Viola e il tempo reale di una performance, non è un film, non è un documentario, è piuttosto la messa in forma visiva di un pensiero, di una visione. «Tutte le composizioni — dichiara Ming Liang citando un passo del Sutra del diamante — sono come un sogno/Un fantasma, un mazzo di rose o un’illuminazione/Così bisogna meditare su di esse/ Così bisogna imparare a guardarle».

Regia di i Tsai Ming Liang - Taiwan, Francia (2014), 56 min. Prodotto da Artè, con Danis Lavant e Lee Kang Sheng.

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