Giorgio Mascitelli

Il ministro delle finanze tedesco Schäuble ha dichiarato, verso fine estate, che gli argentini vivono al di sopra delle loro possibilità e dunque dovrebbero astenersi dal chiamare avvoltoi i fondi che hanno provocato il default tecnico del loro stato. Ora, che il ministro di uno dei paesi più ricchi del mondo rimproveri in questi termini gli abitanti di un paese in cui una parte significativa della popolazione vive sotto la soglia di povertà e un’altra più cospicua vi galleggia pericolosamente vicino, è una testimonianza emblematica dell’ideologia dominante nel nostro tempo.

Infatti, molti altri dirigenti dei paesi dell’Unione Europea, esponenti del mondo finanziario, professori di economia e opinionisti senza peli sulla lingua hanno ripetutamente descritto la crisi come prodotto di vizi di individui o di interi popoli, considerati come singoli individui, stigmatizzabili secondo categorie morali. Naturalmente comportamenti e scelte influenzano le politiche economiche, ma il modo in cui esse si ricompongono entro la grande economia e la grande politica rende estremamente arduo trattarli in termini di responsabilità morali individuali. Basterà ricordare il celebre esempio sull’avidità del birraio della Ricchezza delle nazioni, il cui vizio si traduce in una virtù per la società perché le consente di avere birra in abbondanza. Sembra che i liberisti dei nostri tempi abbiano perso quella consapevolezza, che allignava in Adam Smith, che i comportamenti individuali assumono significati diversi e preterintenzionali in un contesto collettivo.

In questo senso sono gli stessi mercati che non credono in questo uso delle categorie morali perché paesi come gli Stati Uniti o i Paesi Bassi, che hanno un popolazione con una forte propensione a contrarre debiti per sostenere i consumi e il tenore di vita, non solo non sono nell’occhio del ciclone dell’attacco ai debiti sovrani, ma anche quando il peso di tali debiti ha contribuito a produrre la crisi, nessuno tra coloro che sono stati elencati sopra si è sognato di parlare in questi termini di olandesi o americani.

Gli antichi romani chiamavano l’amore sfrenato per il lusso luxuria (l’accezione sessuale del termine si sviluppa solo con il latino cristiano) e la consideravano tipica dei periodi in cui la società è corrotta e trascura il mos maiorum oppure di categorie di persone come le donne o i persiani per loro natura incapaci di controllarsi. La luxuria non solo contrastava con una delle virtù pubbliche principali, la parsimonia, ma era pericolosa per la tendenza a contrarre debiti. I romani però consideravano anche l’avaritia ossia l’avidità come un male molto grave per la morale collettiva, ma invano si cercherebbe qualcuno che oggi la biasimi, salvo forse qualche dirigente del partito comunista cinese in vena di revival confuciano e il nuovo papa. Questa differenza di valutazione è agevolmente spiegabile con il fatto che la morale romana era una morale tradizionalista che diffidava di tutto ciò che toglieva equilibrio alla collettività, mentre quella attuale è un morale individualistica senza attese generali sul funzionamento della società che suddivide le persone ( e i popoli trattati come persone) in coloro che possono spendere e coloro che vogliono senza potere.

In fondo è una morale operativa avvicinabile a certe deontologie professionali come quella, per esempio, degli uscieri dei night club, che devono sapere distinguere con un solo colpo d’occhio se il cliente che arriva è un vero gentiluomo in grado di spendere del suo, o un millantatore che farà perdere del tempo al personale. È per questo carattere di operatività irriflessa della morale dominante che Schäuble non avverte imbarazzo nel definire gente che vive al di sopra dei propri mezzi un popolo che versa perlopiù in condizioni difficili. Sul mercato delle idee oggi disponibili vi è quella che i poveri siano poveri per colpa loro, e un morale operativa si serve delle idee e dei valori senza soppesarne il significato generale, ma per la loro utilità immediata.

Il problema, però, non è opporre una visione morale più ampia a questa angusta delle élite del nostro tempo, o meglio è anche questo un problema perché ovviamente una morale che cambia costantemente i suoi imperativi, anziché fondarsi su un’idea di giustizia, produce un senso generale di perdita dell’appartenenza a una collettività. Il problema principale è però che questo uso della morale si configura come un discorso mitologico di spiegazione della crisi e a una spiegazione mitologica seguiranno (stanno già seguendo) provvedimenti di carattere mitologico. Potrà sembrare poco credibile che in un’epoca tecnocratica come la nostra io parli di mitologia, ma la tecnocrazia è una macchina che, per funzionare, ha bisogno di carburante e se qualcuno le riempie il serbatoio con carburante mitologico, essa funziona lo stesso. Possiamo chiamare crisi della democrazia il fatto che non ci sia nessuna politicizzazione del discorso sulla crisi in risposta alla sua mitologizzazione.

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