Elvira Vannini

“La rivoluzione continua e resta l’urgenza di raccogliere, condividere e diffondere. È un’esperienza multipla della stessa realtà, riflessa nel filmato ‘grezzo’ che è quasi immediatamente archiviato, su telefono, computer o memoria esterna. Il momento in cui inizia la storia è quando premi il tasto ‘salva’, ma non finisce lì. Ha una seconda vita attraverso un montaggio di contro propaganda. Lo stesso filmato dalla parte del nemico diventa un’arma pericolosa che deve essergli rivolta contro. Questo materiale filmato non è per una collezione privata. È una storia orale che diventa un agente attivo di resistenza”.

Così le parole che chiudono uno degli ultimi manifesti, Revolution Triptych (di cui pubblichiamo un breve estratto in fondo), del collettivo Mosireen - un media-centre non profit con base al Cairo - potrebbero essere estese alla moltitudine di proteste documentate nel video-archivio Disobedience, ideato e curato da Marco Scotini fin dal 2004, sulle forme della disobbedienza sociale - che dall’analisi del ciclo di lotte operaiste degli anni Settanta arriva fino ai movimenti insurrezionali che hanno scosso il Medio Oriente. Al MAXXI di Roma sotto la nuova direzione di Hou Hanru, nel contesto della mostra Open Museum Open City, mercoledì 29 ottobre va in scena Disobedience Archive (The Square) che porta, per la prima volta in Italia, Omar Robert Hamilton, tra i fondatori di Mosireen, per riaffermare quanto l’invenzione di nuovi spazi di rivendicazione e organizzazione politica (in cui la politica non è mai separata dall’estetica) proiettano la pratica artistica in un contesto di trasformazione sociale e fanno dei nuovi media, ma anche di cinema e video, strumenti del dissenso politico.

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Disobedience, costruito con la collaborazione diretta di attivisti, artisti e filmmaker, dopo oltre dieci anni di ricerca, esposto nelle principali istituzioni museali internazionali, è cresciuto nel tempo raccogliendo istanze autonome di mobilitazione e conflitto, archiviando, all’indomani delle insorgenze arabe, un’ampia sezione intitolata The Arab Dissent che ha cercato di porre degli interrogativi sulle forze di antagonismo, rappresentanza e cambiamento presenti oggi in Medio Oriente e che include artisti come Khaled Jarrar, Wael Nourredine, Roy Samaha, Rene Gabry e Ayreen Anastas, Sara Ishaq, Mohanad Yaqubi, tra gli altri.

Mosireen Collective, che opera a metà strada tra il media-attivismo e l’appropriazione di immagini dal basso, ha introdotto un modello radicale per dar voce alle pratiche di piazza, creando una piattaforma di raccolta, condivisione e diffusione dell’informazione, veicolata dalle immagini registrate instancabilmente, dalla caduta di Mubarak, all’affermazione dei Fratelli Musulmani e al successivo regime repressivo dell’esercito, contro le narrative imposte dai media mainstream al resto del mondo, controllate dal potere attraverso abusi e violenza, detonatori di forme di opposizione ben più potenti che hanno alzato il livello dello scontro durante le sollevazioni popolari.

Istituito all’indomani dell’insurrezione del 25 gennaio 2011, il collettivo era inizialmente orientato verso la diffusione della documentazione di quanto stava avvenendo nel paese, rispetto alle distorsioni e le menzogne perpetrate dai media di Stato e dalla polizia, si è poi strutturato come un centro indipendente, su base collaborativa, di supporto alla circolazione del giornalismo citizen-based e l’attivismo culturale, attraverso proiezioni pubbliche, discussioni, eventi, corsi di formazione e supporto tecnico per l’attività divulgativa e di contro-informazione messa in campo.

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Mosireen ha creato un archivio sulla rivoluzione e dall’ottobre 2011 ha pubblicato più di 250 brevi documentari. Il loro canale Youtube ha avuto milioni di visualizzazioni. Tahrir Cinema è stata un’estensione di questo processo nel facilitare la distribuzione collettiva e la registrazione della storia. La piazza è diventata il simbolo e lo strumento reale senza il quale la rivolta egiziana non sarebbe potuta accadere. Nel maggio 2011 la loro postazione di cinema improvvisato allestito a Tahrir Square è stata smantellata dalle forze armate. Da allora Mosireen opera in un appartamento al centro del Cairo come laboratorio di produzione video, dove organizzano screening program e attività di workshop e dove è possibile consultare il loro incredibile archivio.

Una documentazione ossessiva ha infatti segnato quella che è stata banalmente definita la “twitter revolution”, che ignora la struttura orizzontale della rivolta e neutralizza l’aspetto eversivo dei momenti di lotta e la sua composizione sociale: attraverso i filmati che Mosireen ha raccolto, archiviato e condiviso (resi dirompenti dall’uso della rete), abbiamo conosciuto le immagini della rivoluzione egiziana e gli effetti di quella rappresentazione nella formazione di soggettività politica, anche nella prospettiva di una mobilitazione transnazionale.

Tahrir Cinema, July 2011. Photograph by Sherief Gaber, Mosireen. (600x397) (500x331)

Il mondo dell’arte, attivando i suoi dispositivi di spettacolarizzazione, ha presto esibito le loro clips attiviste e in generale le immagini delle primavere arabe o di altre esperienze di insorgenza sociale, - dalla 7th Berlin Biennal all’ultima documenta13 - inglobandole nel proprio sistema di valori, depotenziandone così quell’efficacia simbolica e semiotica, dentro il dominio del visivo, che non produce più conflitto, e trova invece in Disobedience (come gli stessi protagonisti hanno sempre riconosciuto) un’istanza di emancipazione al di fuori di questa contraddizione e dei suoi rapporti di forza. Anche quello di Mosireen è un cinema disobbediente e ha dimostrato quanto la circolazione di immagini possa agire come agente di soggettivazione e di antagonismo diretto, dove il concetto di autonomia si applica a chi pratica una rottura.

Mosireen ha promosso e incoraggiato forme di autorappresentazione dal basso attraverso modelli organizzativi di auto-determinazione non gerarchica (basati sulla partecipazione dei cittadini) che corrisponde alle categorie formali di un certo tipo di cinema, che ha assunto i codici linguistici dell’immagine precaria, instabile, colta in presa diretta. Se storicamente tutto il lavoro di Mosireen può essere iscritto nella tradizione del cinema militante, sia di taglio documentaristico che di reportage, la camera è lo strumento capace di una “contro-violenza rivoluzionaria”. Rovesciare la situazione è possibile. La ribellione è il solo mezzo necessario per il cambiamento sociale.

Revolution Triptych
Mosireen

Le immagini distorcono la realtà
Questa volta
Le camere erano state puntate su Piazza Tahrir, non sulle piazze del resto del paese.
Le camere erano state puntate sull’ammassarsi delle camionette della polizia, non sulle torture che si eseguivano dentro.
Le camere erano state puntate sui noti veicoli militari, non sui corpi fatti a pezzi al di sotto di questi.
Le camere erano state puntate sui volti della classe media coperti dalle bandiere nazionali, non sul disoccupato violentato in una prigione militare.
Da dietro le nostre camere, anche noi cerchiamo di distorcere la realtà - questa realtà.
L’aspetto più potente di una rivoluzione ancora in corso è il modo in cui si diffonde e cresce, come un virus.
Questo movimento é lontano dalla perfezione, ma dovunque vada fa tremare il sistema.
I parenti di quelli che sono stati torturati dalla polizia, bloccano le autostrade e i binari dei treni.
Quelli che sono stati privati di ogni diritto hanno distrutto il quartier generale della nuova élite al potere, erede di un sistema che abbiamo destituito da poco tempo, governato da una logica ereditata a sua volta dal vicino passato coloniale.
Una costante battaglia tra i venditori di strada – cacciati dal sistema – e la polizia che serve l’élite al comando.
Gli studenti combattono per tenere il loro campus contro il ladro vincitore del premio Nobel fondatore dell’università.
Ogni giorno la gente corre per i propri quartieri.
I lavoratori prendono il posto nelle fabbriche che i loro padroni abbandonano.
Allora anche noi dobbiamo prendere il sopravvento sulla parola decrepita della creazione di immagini.
Le immagini non sono nostre, le immagini sono la rivoluzione.

*Estratto dal testo Revolution Triptych di Mosireen, contenuto in Uncommon Grounds. New Media and Critical Practice in the Middle East and North Africa, a cura di Anthony Downey (2014).

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