Luigi Azzariti-Fumaroli

Jacques Derrida (15 luglio 1930 - 9 ottobre 2004) è assente ormai da dieci anni. Ma egli non è solo assente fisicamente. Sempre più di rado i suoi volumi trovano spazio nei cataloghi delle case editrici, come nei programmi universitari, sostituiti dai lavori di roboanti ideologi sloveni, eleganti sociologi polacchi, austeri pensatori analitici e suggestivi autori vitalistici.

Più in generale Derrida è assente perché – ha scritto Pier Aldo Rovatti – è «decisamente diminuita la sintonia culturale con il suo gesto e con il suo sguardo», tacciati d’essere tanto oscuri da risultare inconciliabili con l’iperrazionalismo contemporaneo. Ma forse la sua assenza non contraddice l’invito ad «affermare senza posa la sopravvivenza» che Derrida rivolse a quanti lo avessero voluto commemorare. Sopravvivere – si legge in Politiche dell’amicizia (Cortina, 1995) – non è infatti che l’altro nome del lutto: «sopravvivere è l’atto in lutto» di un’amicizia che segna un tempo che non smette di cancellarsi.

Sebbene ogni esistenza, venendo meno, induca chi resti in vita a portarne il lutto, serbandone il ricordo, è pur vero che nel caso d’un autore quest’economia dell’addio sembra conoscere una biforcazione. Come Derrida stesso ha osservato, da un lato si scrive di autori che ci sono premorti e rispetto ai quali si tratta di elaborare un lutto a priori, per molti versi astratto e senza possibilità di simbiosi, e dall’altro si scrive di autori che ci sono stati contemporanei e ai quali, ad un certo punto, ci siamo dovuti riferire in occasione della morte, in modo da «prenderseli accanto, o in sé».

In quest’ultimo caso si corre però spesso il rischio di ridurre un autore a un pretesto retorico, incapace di contenere quello «spettro d’invisibile» che si tende a comprendere e rappresentare come «fine di un mondo», mentre esso indica piuttosto l’esigenza della possibilità di accedere a un altro spazio e a un altro tempo.

L’esigenza di spettralità insita nella celebrazione d’un autore, se esprime, come ogni esigenza, una categoria né completamente logica né completamente reale, è altresì vero che, coniugata con la dimensione della spettralità, tende non più solo ad articolare, ma ad eccedere – a «decostruire» – tanto l’esistenza quanto l’essenza. Sotto questo profilo il ritorno spettrale, come ciò che si rivela nel momento in cui «il carattere postumo, testamentario e scritturale» di un discorso commemorativo comincia a dispiegarsi, rappresenta ciò che rende inoperosa, che «indebolisce incondizionatamente» – come Derrida ebbe a dire ne Il gusto del segreto (Laterza 1997) – il pensiero del senso o della verità dell’essere. Là dove il predominio della presenza arretra, quanto appare è la «frequenza di una certa visibilità» posta al di là di ogni fenomeno e di ogni essente: uno spettro, dunque, che sebbene sottratto al nostro sguardo continua a «renderci visita» e a interrogarci, non già per rivendicare una sopravvivenza post mortem, ma per indicare la possibilità di un sapere cha ambisce a misurarsi con la morte stessa e a metterla fuori combattimento.

«Morte alla morte» – scrive con impeto Derrida in uno dei suoi ultimi seminari (La pena di morte, vol. 1, Jaca Book 2014) –, pur nella consapevolezza che non basti decostruire teoricamente la morte per «sopravvivere o stipulare un’assicurazione sulla vita». Occorre, semmai, abituare il pensiero a orientarsi quando «la presenza presenta il suo congedo» e a farsi strada è «l’apparire di un apparso e scomparso», di una spirito impuro, di un fantasma che assedia, ossessionandolo, ogni nostro concetto. Al riguardo, in Spettri di Marx (Cortina 1994) specialmente, Derrida parla d’una «ontologia del fantasma» cui bisogna riferirsi se non si vuole perpetuare, commemorando chi muore ed elaborandone il lutto, il tentativo di «localizzarlo»; di dargli, cioè, un’identità e un luogo: «un posto sicuro».

Ricordare Derrida significa allora non seguire il bisogno di sapere chi e dove è: al lavoro del lutto, alla sua volontà di «ontologizzare i resti» è preferibile contrapporre la «confusione o il dubbio». Solo così, solo se si scongiurano le pretese dell’ontologia e della sua smania di dare una presenza anche a ciò che è assente, sembrerebbe possibile essere «giusti con Derrida», col suo appello a portare la vita al di là della sua realtà effettiva. Non già verso la morte, ma verso una «traccia di cui finanche la vita e la morte non sono che tracce e tracce di tracce»; verso una survivance che continuamente ci colloca altrove.

Nel 2001 Derrida fu insignito del Premio Adorno. In quest’occasione egli tenne un discorso incentrato su un’espressione di Walter Benjamin: «Je suis fichu», che d’un tratto perdeva ogni levità, per tingersi di macabro. «Un giorno di settembre del 1970 – ricordava Derrida (Il sogno di Benjamin, Bompiani 2003) – vedendo arrivare la morte, mio padre malato mi confidò: Je suis fichu, sono finito». E quelle parole erano sembrate segnare un incontro con la morte già compiuto, eppure ancora rinviato. Sospese fra l’attesa e l’irrefutabile, esse parevano provenire da un luogo remoto, inaccessibile alla coscienza. Erano l’eco di quell’«immediato sognare» capace di accogliere meglio di ogni ragionamento «il lutto, l’ossessione, la spettralità».

Nel sogno, infatti, come già aveva osservato Schopenhauer nel Saggio sulle visioni di spiriti (1837), si imporrebbe alla coscienza una dimensione nient’affatto soggetta alle limitazioni del principio di ragione e nella quale gli spettri si insinuano e prendono ad abitare. Essi sono «qualcosa, tra qualcosa e qualcuno, chiunque o qualunque, qualche cosa, questa cosa, this thing», pronti a «sfidare la semantica quanto l’ontologia, la psicanalisi quanto la filosofia». Anche qualora se ne parli, restano ancora invisibili. Gli spettri rappresentano, per Derrida, la possibilità dell’impossibile: quale etica di una riflessione che intenda mantenere le prerogative del sogno, pur continuando a «coltivare la veglia».

Non si deve, però, acuire troppo lo sguardo, rendendolo lo specillo d’una osservazione, d’una ispezione; ma cercare di mantenerlo sospeso fra il vedere e l’intravedere. A un tale esercizio, come ha osservato Ginette Michaud (Veglianti, Mimesis 2012), ricordando Derrida attraverso le fotografie che lo ritraggono, nulla sembra meglio prestarsi che soffermarsi proprio sulle immagini che ne hanno catturato la vita e nelle quali a contare non sembra essere ciò che immediatamente balza agli occhi, ma piuttosto quella zona d’invisibilità che preme contro la visibilità. Dai ritratti di Derrida traluce un corpo senza ombra, che è qui senza esservi, né pieno né vuoto – e si osserva. Puro effetto fantasma che segna i confini di quell’abisso d’illusione nel quale precipita ogni identità e che lascia sgomenti. «Mi domando – scriveva Derrida in Tourner les mots (Galilée, 2000) – come possa io vedermi visto senza vedermi, senza potermi vedere come mi vedo visto».

Guardare ancora una volta Derrida implicherebbe allora accettare il paradosso di vederlo invisibile, spingendo il proprio sguardo più lontano di ogni sua visibilità e prevedibilità, verso una fenomenologia dell’immaginario e del «nascosto». Ma forse «apprendre à vivre con i fantasmi, nell’intrattenimento, la compagnia o il consociativismo, nel commercio senza commercio dei fantasmi» è l’unica possibilità che resta per non cedere alla singolare e ostinata malinconia che accompagna ogni nostro lutto.

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