Lelio Demichelis

Si è parlato e scritto molto di scuola, in questi giorni. Gli studenti hanno protestato contro il progetto della Buona scuola di Matteo Renzi e La Repubblica ha creato sul tema della scuola un evento a Palermo (con un sondaggio di Ilvo Diamanti dal quale uscirebbe un 60% di studenti favorevoli alla Buona scuola, ma scettici sulla sua realizzazione). Se questo parlare e discutere di scuola e di università è un bene, troppo silenzio è invece calato sulle procedure dell’Abilitazione scientifica nazionale. Ma procediamo con ordine.

La Buona scuola di Renzi. Un progetto che non c’è ancora. Ma intanto è promosso sui siti governativi attraverso una sorta di consultazione che fa molto democrazia in rete – anche se la sua attendibilità è alquanto dubbia in termini di voti e di giudizi espressi e quindi anche di democrazia. Il modello del governo è apparentemente positivo: basta precari, valutazione e auto-valutazione delle scuole e dei docenti, formazione continua degli insegnanti, semplificazione burocratica, banda larga e wifi, storia dell’arte alle secondarie (finalmente!), alternanza scuola-lavoro negli istituti tecnici. Ma ha anche molti aspetti negativi: ad esempio lo studio dell’economia nelle secondarie, ma senza specificare quale economia, se quella finanziaria capitalista e neoliberista o quella critica alla Stiglitz/Krugman, insomma se Hayek o Keynes; e soprattutto l’idea del finanziamento privato alle scuole pubbliche, che in questo modo diventano private e cessano di essere pubbliche. Un modello dove non si parla di investimenti pubblici mentre Renzi fa l’elemosina (80 Euro) alle neomamme invece di costruire asili per i bambini - che sarebbe anche un modo per creare vero lavoro.

Un modello che è sostanzialmente quello neoliberista di una scuola-impresa, dove a prevalere è la conoscenza funzionale al lavoro, all’economia, alla produttività e alla competitività da accrescere. Con il paradosso che si vuole favorire l’incontro tra impresa e scuola/formazione e non si fa nulla per creare lavoro, lasciando anzi fuggire i cervelli all’estero – uno spreco colossale (economico, esistenziale, culturale, sociale) di cui pochi parlano e che fa impallidire gli sprechi della Pubblica Amministrazione e delle Regioni, di cui invece tutti parlano, anche a sproposito.

Un modello vicino a quello di Confindustria – che infatti sostiene il progetto del governo e che ripropone la solita triade neoliberista fatta di innovazione, alternanza scuola-lavoro e valutazione del merito. Per cui tutto deve essere mercato, la scuola appunto un’impresa e lo studente un piccolo homo oeconomicus che deve crescere e formarsi adeguatamente (e quindi: non istruito, ma addestrato al lavoro capitalista e all’economia di mercato) per poi essere competitivo, produttivo e ad alta performance di se stesso nel e per il sistema. Per il Governo e per Confindustria l’obiettivo è quello di giungere ad un sistema basato sulla istituzionalizzazione (in nome del mercato) di nuove asimmetrie educative, su un darwinismo educativo (e conseguentemente sociale) invece che a un sistema di eccellenza per tutti.

E questo anche promuovendo - ulteriore elemento portante del modello neoliberista - la semplificazione dei curricula scolastici e culturali e la riduzione di un anno della stessa carriera scolastica. Nella logica - perversa ma tutta neoliberista – dell’istruzione come costo da ridurre, privilegiando quindi il saper fare sul sapere. E invece: non di conoscenza funzionale al sistema e alla sua riproducibilità infinita abbiamo bisogno (ne abbiamo anche troppa, altrimenti non si sarebbe prodotta la sua egemonia), ma di pensiero disfunzionale al sistema, l’unico capace di produrre capacità critiche - ma che ovviamente la Buona scuola non produce. Perché la conoscenza basata sul saper fare è tutta dentro alla logica del sistema (è civilizzazione capitalistica), mentre la cultura (la kultur) è umanistica e quindi (Kant) oppositiva rispetto alla zivilisation.

E infine, appunto, la valutazione del merito. “E necessario poter licenziare gli insegnanti che non lavorano”, ha detto il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. Principio in sé giusto. In verità, dopo decenni di dis-investimenti incessanti da parte dello Stato nella scuola e nell’università e di incessante svalutazione della cultura, prendersela con gli insegnanti che non lavorano (che pure ci sono) o con i sindacati (attaccare i sindacati è la moda del momento ma sembra di essere tornati ai tempi di Taylor e della sua organizzazione scientifica del lavoro di cento anni fa) è davvero scorretto.

Ma soprattutto: quale valutazione? Se il modello è quello seguito per la Abilitazione scientifica nazionale dei docenti universitari, ebbene meglio dimenticarsi il concetto di valutazione. L’argomento è stato d’attualità fino a qualche mese fa, oggi se ne parla meno. Ma la questione è sempre lì. Perché è stata una procedura di valutazione aberrante e i molti ricorsi hanno evidenziato infatti un’incredibile serie di errori, di inadempienze, di vere scorrettezze, di valutazioni irragionevoli e a-scientifiche (come accaduto in una Commissione di sociologia, che non ha considerato l’economia anche come un processo culturale – giudizio appunto del tutto surreale, soprattutto oggi quando l’economia neoliberista è in primo luogo un processo culturale e poi economico). E poi: giudizi superficiali e apodittici, ma anche mancanza di trasparenza (pure invocata dalla Buona scuola di Renzi); tempi di lettura dei lavori presentati dai candidati assolutamente irragionevoli per una vera e corretta valutazione; con Commissari che hanno scritto monografie con i candidati (pubblicate per di più oltre la scadenza dei bandi) e poi le hanno valutate ovviamente positivamente.

Se questi sono i criteri di valutazione adottati per valutare le competenze dei docenti, allora sono i criteri e le procedure che devono essere rifatte. E se è utile insegnare finalmente ai docenti ad insegnare (testo-base che caldamente suggeriamo: L’ora di lezione, di Massimo Recalcati - Einaudi), allora – ai valutatori - deve essere insegnato a valutare. Buona scuola e buona università dunque. Ma diverse.

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2 Risposte a La buona scuola e la buona università

  1. Alessandra Corbetta ha detto:

    Penso alla scuola, quella di cui mi sono innamorata appena ci ho messo piede all’età di cinque anni e mezzo e poi penso alla scuola, quella dove si fanno preferenze, dove si pretende troppo o si concede tutto, quella che non è capace di insegnare (nel suo senso etimologico di “segnare dentro”), quella che ignora il senso della vita e molte volte anche i contenuti delle materie.
    Poi ripenso alla scuola, quella che ti apre nuovi mondi e ti porta a cercare il non conosciuto, il non segnato sulla mappa -per dirla con Saramago-, quella che in-sapora la vita. E penso che questa scuola, di qualsiasi grado sia, dalla materna fino all’accademia, debba avere la decenza, prima della docenza, di ristabilire il proprio ruolo, che in ogni società degna di questo nome, non può che essere prioritario e predominante.
    Perché da quei banchi passa anche quell’economia altra e diversa che sembra dominarci; perché da quei banchi passano quei cervelli che poi rimpiangiamo; perché da quei banchi passano quelle persone, che potrebbero cambiare le cose se qualcuno credesse in loro e le valutasse in base al merito e non ad altri dubbi parametri.
    Per tali ragioni, ognuno di questi banchi dovrebbe essere costruito con materiali solidi e di pregio, lavorati con cura, dedizione, passione e amore: facendo due conti, ognuno di questi banchi dovrebbe valere molto più di ottanta euro; anche perché, come diceva Confucio, “dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”. Se poi il pesce in questione è un’acciughina…

  2. pietro ha detto:

    Concordo pienamente con Alessandra, anche se sono sogni; uno ha pur diritto a voler realizzare i propri sogni soprattutto perché vogliono farci morire fascisti: la scuola ne è uno degli strumenti prioritari insieme ai giornali di largo consumo e la tv. Un piccolo appunto a De Michelis:perchè Keynes e non Sraffa? Di quel vecchietto di Marx qualche idea è ancora attuale e, mi voglio ancora sbilanciare con la tradizione dichiarando con Vostro scandalo, anche che una o due idee di Cantillon e Ferguson dovrebbero essere approfondite… Saluti.

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