Maria Cristina Reggio

Per tutti gli artisti di avanguardia che si rispettino arriva prima o poi il grave momento della meditazione sullʼantico. Anche per il duo Ricci-Forte, che ha abituato i suoi spettatori fedeli a confrontarsi con i più barthesiani miti-riti odierni, con griffes taroccate di Disney e Warhol – ma quanta autentica tensione e commozione si avvertiva nellʼinevitabile cortocircuito tra il mito americano e lʼitalico sguardo al tempo stesso sbigottito, disincantato e cinicamente consapevole della propria europea differenza.– è venuto il grande giorno.

Il titolo della pièce è rigorosamente in inglese, Darling e per non dare adito a inutili fraintendimenti si dichiara nel programma di sala del Roma Europa Festival (ospite di questa prima assoluta) che lo spunto sorgivo di questo lavoro è la mediterranea Orestea di Eschilo. Il tiro è elevato, per un gruppo che trae le sue radici in una artaudiana commistione adolescenziale tra le mitologie dei reality e le fantasmagorie alla Tim Burton, la crudeltà dei cartoni animati e delle pubblicità televisive, con copiosi spargimenti in scena di nudi, misti a ortaggi e prodotti del supermercato: il tutto ritmato da intermezzi rock e pop che fissano i momenti topici dellʼazione come esaltanti colonne sonore di kubrikiana memoria rievocanti però il dolby surround del democratico e globale home-theatre.

Conoscendo il linguaggio e i temi prediletti da Ricci-Forte, non ci si aspettavano dunque i coturni né una presunta fedeltà al testo, e lʼincipit, riecheggiante quello di Viale del tramonto, con un attore che scendeva lento, ricordando Gloria Swanson, da una scala a chiocciola che pareva oltrepassare il tetto del teatro, faceva ben sperare in un qualche potente disvelamento. La potenza si è in effetti disvelata, ma era solo la potenza di volume degli altoparlanti che letteralmente aggredivano i visceri, altresì detti "panza" dei malcapitati spettatori, abituati al trambusto sonoro della capitale, ma impreparati a decifrare il senso di cotanto frastuono, soprattutto perché sprovvisto del conforto di azioni o situazioni drammaturgiche con cui entrare in rapporto armonico o conflitto.

Si rammenta, a tale proposito, il sapiente uso drammaturgico del fragore e delle basse frequenze compiuto nella Tragedia Endogonidia dalla Socìetas Raffaello Sanzio con lʼapporto di Scott Gibbons: un sistema-spettacolo enciclopedico che, dal punto di vista sonoro, è divenuto una leggenda, fin dallʼormai lontano 2001, con gli altoparlanti sistemati letteralmente sotto le poltrone degli spettatori tremanti in platea. Altro disvelamento è stato quello degli attori, che, inizialmente fascinosi perché avvolti fino al viso dal mistero di vecchie coperte che ne occultavano i gesti, le abbandonavano per mostrarsi poi spogliati e fragili e sperduti, piccolo drappello di soldati senza un capitano.

Quei bei performer, agili e poderose marionette capaci di muoversi atleticamente (Artaud docebat) quando coperti dalla maschera teatrale, diventano goffi come lʼalbatros della poesia di Baudelaire catturato dai marinai, se impegnati nel difficile compito di dare un senso, mediante lʼuso della parola scenica, ai loro movimenti. Ottimo espediente quello di inventare unʼafonia scenica, con le parole che letteralmente non riescono a uscire, come un vomito (funziona soprattutto nel caso dellʼunica parte femminile, affidata alla brava Anna Gualdo) dalle loro bocche, ma non basta.

Tra lʼinizio e la fine, lo spettacolo si è svolto come un susseguirsi di quadri parlati e mimati, con coreografie di gruppo e altre azioni talvolta occultate in un finto container che fungeva da scatola scenica, mentre questʼultimo si apriva mano a mano, fino ad apparire, in chiusura, come una grande gabbia, nella quale giocavano gli attori-atleti divenuti per esigenze di copione agili scimpanzé umani con tanto di elmetto militare: potenza della metafora teatrale? I quadri, a loro volta, erano intervallati da ritornelli musicali che agitavano con ritmi percussivi il corpo della mia sconosciuta vicina, probabilmente desiderosa di partecipare attivamente alla trasformazione dellʼormai sfrattato, vecchiotto Eliseo anni Cinquanta in una mega discoteca, sicuramente molto più redditizia per i suoi proprietari: il teatro malconcio e nudo, una perfetta cornice archeologico-industriale per il nuovo party total-teatrale.

A completare la scenografia per lʼintrattenimento danzante, una fila di potenti fari a terra, che illuminano non la scena, ma la platea, e che servono per esaltare con il loro controluce il grande coup de théâtre finale: una fila di vasi in cui vengono piantati tanti bambolotti al cui innaffio provvede un rudimentale sistema di irrigazione. Oreste, il figlio vendicatore, è stato dimenticato dalle Erinni e viene coltivato, moltiplicato in serra come una rosa, abbondantemente arrosé. Forse il mitico figliolo meritava una fine più dignitosa, e noi con lui. Cʼest la vie, Rrose, anzi Darling.

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