Augusto Illuminati

Rimasto disoccupato con il ritorno dei Medici, il quondam segretario Machiavelli si mise a fare il profeta, come traspare dall’exhortatio finale del Principe ma ancor più da un poemetto satirico in terzine, L’asino, probabilmente del 1517.

Nel cui primo capitolo (vv. 31-90) con mirabile preveggenza narra di un ragazzotto di periferia se non del contado, poniamo Rignano sull’Arno, afflitto da uno strano difetto, «ch’in ogni luogo/per la via correva, /e d’ogni tempo senza alcun rispetto». Dolsene il padre e ricorse invano a molti medici, di cui è meglio non fidarsi perché campano sui mali altrui – chissà che il Fiorentino (quello con la F) non alludesse –, ma quello continuava a correre sempre e in ogni luogo. Infine un dottore gli consigliò di stare addosso al figlio, non lasciandolo mai uscire da solo, ma sempre tallonandolo e ammonendolo a comportarsi con decoro.

Per un mese circa la cosa funzionò, poi, alla prima occasione di un’incursione in centro città, «ne la via de’ Martelli, /onde puossi la via Larga vedere» (anche oggi si chiama così e sbocca appunto alla confluenza di via dei Cerretani su piazza Duomo), «non si poté /questo giovin tenere,/vedendo questa via dritta e spaziosa», butta a terra il mantello, dimentico di tutto, e «di correr gli tornò la fantasia,/che mulinando mai non si riposa», gridando «qui non mi terrà Cristo; – e corse via». Con grande scorno di padre e medico, ma a buon diritto, perché la nostra mente non può andare contro la natura o le abitudini invalse.

Ancor oggi quel fiorentino (con la f) imperversa correndo, facendo jogging all’alba per 18 km. (post su fb del 12 giugno 2011, dopo la prima Leopolda ma più di un anno avanti le prime Primarie perse). Da sindaco partecipa regolarmente, dal 2008, alla maratona di Firenze indossando la maglietta con il motto “Se sono libero è perché continuo a correre”, e comincia nella sua campagna politica a battere sul tasto della corsa peggio che Berlusconi con le tattiche calcistiche o i candidati americani con il baseball.

Dopo il trionfo alle Primarie per segretario Pd del dicembre 2013 e il cordiale tweet a Letta (#enricostaisereno), lo fotte e diventa lui Premier. Si presenta ostentatamente alla Camera a inizio febbraio con in mano L’arte di correre di Haruki Murakami. I giornali, gli stessi che un tempo utilizzavano contro il Cav Il corpo del capo di Belpoliti, adesso illustrano come la corsa abbia asciugato il fisico di Matteo e leggono attraverso quella metafora il #cambioverso della storia della sinistra e dell’Italia. Un corpo iperattivo, mai fermo, un grosso vantaggio post-ideologico sui pallidi intellettuali del tempo delle ideologie e sul vecchietto di Arcore con pompetta e uveite. Un capo (si confessa a Daria Bignardi) che dorme cinque ore a notte, comunica per slide e tweet, si manifesta in selfie –dall’immancabile secchiata d’acqua gelata pro-Sla ai malauguranti abbracci con la nazionale femminile di pallavolo alla vigilia della sconfitta–, insomma una replica frizzante delle macchiette berlusconiane.

A fine febbraio lancia un cronoprogramma che manco Usain Bolt: subito la riforma elettorale e costituzionale, a marzo il lavoro, ad aprile la pubblica amministrazione, a maggio il fisco, a giugno la giustizia. Una scuola a settimana, baci ai bambini, siparietti vari, comparsate asfissianti in Tv, calci in culo (meritatissimi) al vecchio gruppo dirigente, segreterie Pd alle 8 di mattina, annunci senza riscontro, leggi senza copertura e decreti attuativi e via scapicollando. Naturalmente i tempi si dilatano, ma la retorica permane e scatta di scala: alla vigilia della presidenza semestrale l’Europa ci chiede di correre, dunque di riformare il Senato in fretta e furia, altro che autoritarismo.

Per settembre si impostano nuovi pacchetti di misure, in autunno «si dovrà marciare con maggiore velocità». Le scadenze però sono saltate e allora si cambia passo: da sprinter Renzi si converte in maratoneta, il cronoprogramma di quattro mesi diventa il programma dei mille giorni (il paralitico Roosevelt se l’era sbrigata in cento giorni). La priorità (ltalicum a riforma del Porcellum) sparisce nei cassetti, tanto il voto trionfale alle europee è una legittimazione sufficiente e il vuoto legislativo in materia elettorale serve a evitare scomode verifiche ricattando partner e opposizioni in difficoltà.

Sembrava comunque che stesse mettendo la testa a posto e camminasse come tutti, quand’ecco che arriva il Jobs Act e il fiorentino (sempre con la minuscola) riprende a correre, quasi fosse sbucato in via de’ Martelli. Voto di fiducia estorto al Senato, senza emendamenti parlamentari e senza dibattito, voto di fiducia (annunciato) alla Camera, manco più la scusa di una vetrina europea cui esibire il sorcio. Prossima vittima, #lascuolabuona. La tattica di abbagliare i conigli con i fari funziona (dato che all’opposizione, interna ed esterna al Pd, ci stanno conigli), l’utilità pratica è scarsa, poiché dati statistici e mercati non lo prendono sul serio e tutti gli indici (Pil, consumi, occupazione, fiducia) precipitano.

Velocità e rottamazione sono il perfetto sostituto for dummies di una strategia, per quanto criticabile, la parodia bischera del populismo neo-liberale. Gli intrallazzi con i grandi evasori – l’ex-Cav al Nazareno e Marchionne a Detroit – e l’intimità con Serra e Farinetti sono la ciccia, il resto è addobbo da mago, bacchetta e stelline. Politichese trasfigurato in salotto talk-show. A differenza del ragazzotto di Machiavelli, il padre non può nemmeno provarci a raddrizzarlo (pare che sia in altre faccende affaccendato). Toccherà a noi, mi sa.

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Una Risposta a Machiavellerie asinine

  1. cesare de seta ha detto:

    Uno studioso come A. I. esprime concetti illuminati e largamente fondati con esemplare chiarezza.
    Cesare de Seta

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