Milo Adami

«Questo è il mio 20.000 giorno sulla terra. Questo giorno è molto più reale e meno reale, più vero e meno vero, più interessante e meno interessante di un mio giorno qualsiasi, dipende dal modo in cui lo si guarda». Con queste parole Nick Cave apre 20.000 days on Earth, un film documentario che ne ripercorre in 24 ore la vita e carriera, un esperimento tra finzione e realtà che all’ultimo Sundance Film Festival ha vinto il premio World Cinema Documentary award per la regia e il montaggio, e che in Italia uscirà nelle sale a partire dal 2 e 3 dicembre.

È il primo lungometraggio della coppia di artisti Iain Forsyth e Jane Pollard, entrambi provenienti dalla Goldsmith college di Londra dove si sono incontrati a metà degli anni novanta. Agli inizi si fanno conoscere per le loro azioni di “re-enactment”, ovvero delle ricreazioni live di eventi entrati nell’immaginario collettivo, come A Rock’N’ Roll Suicide, un rifacimento dell’ultimo concerto di David Bovie nei panni di Ziggy Stardust avvenuto 25 anni prima. Nel 2005 indagano ancora il legame tra musica e performance chiedendo al rapper Aska Ben Drew di rivivere una celebre performance di Vito Acconci del 1973, così nasce Walking After Acconci.

Con Nick Cave la coppia di artisti britannici aveva già collaborato nel 2008 realizzando per lui il videoclip Dig, Lazarus, Dig!!!, questa vota però la loro comune ambizione è di realizzare un qualcosa che non assomigli del tutto né ad un film, né ad un documentario e neppure ad un video musicale. La trama è ordinaria, un giorno come tanti nella vita di una rock star: la sveglia, le prove per il nuovo disco, l’incisione, un’ esibizione dal vivo. Ogni inquadratura è ben studiata, l’illuminazione, i movimenti di macchina, dettagli e primi piani, la voce di Nick ci conduce nel suo mondo interiore. Il cinema verità, la presa diretta o il cinema del reale sono lontani, per Forsyth e Pollard il documentario è piuttosto un codice da reinventare.

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Nick Cave è assorto nel suo studio, in penombra, senza finestre, incessantemente batte i suoi versi/pensieri su una macchina da scrivere portatile, modello fine anni Settanta. Intorno a sé, in un perfetto ordine/disordine compositivo, oggetti di ogni tipo lo circondano, sono residui di una vita da star: poster, album, fotografie a colori e in bianco e nero, amici passati, presenti, icone del cinema e della musica, piccolo misteriose statuine, pile di libri e un grande orologio che batte il tempo. La paura più grande di Nick - lo confessa in una scena del film nella quale dialoga con lo psicanalista Darian Leader - è di perdere la memoria, un’ossessione che da sempre lo tormenta, ed è per questo che si circonda, come in un museo immaginario, di oggetti e feticci accumulati in una strabiliante carriera. Nick è cresciuto nell’epoca dei nastri, dei mangiacassette, macchine da scrivere e pellicola fotografica, degli LP, del televisore a tubo catodico, lavagna luminosa e proiettori diapositive, sono questi gli strumenti tecnologici che anacronisticamente compaiono nel film. Ma non è il passato e neppure il presente, piuttosto è un tempo irreale, mentale, quello in cui Nick si muove.

Mentre guida l’automobile, come fossero delle apparizioni, rivede accanto a sé amici e collaboratori di un tempo, l’attore Ray Winstone e il chitarrista dei Bad Seed Blixia Bargeled, uscito dal gruppo nel 2003. L’idea è convincente, ma i dialoghi sembrano come bloccati dalle scelte formali, dalla luce perfetta, dal controllo delle inquadrature convenzionalmente cinematografiche. Solo con Kylie Minogue (che con Nick Cave ha collaborato per il brano Where The Wild Roses Grow) qualcosa di imprevedibile accade, riuscendo a rivelare dei due personaggi il loro lato più fragile. In un’intervista rilasciata in occasione della première del film al festival di Berlino, Nick Cave ritorna su quel momento e racconta: “Non avevano iniziato a girare ma stavano già filmando, io e Kylie parlavamo da un po', e quando hanno detto azione non sapevamo più cosa dire”. L’imprevedibilità, quel qualcosa che sfugge alle intenzioni stesse del regista e sorprende per il suo grado di verità, non può che appartenere ancora al solo territorio del documentario.

Benché l’intenzione di Iain Forsyth e Jane Pollard sia quella di far ricadere all’interno delle convenzioni della messa in scena un racconto che sembri il più possibile intimo o intimista, 20.000 days on earth non sempre riesce a sperimentare quel sottile confine che separa finzione e realtà. Solo in una scena questo sforzo è veramente ripagato. Sembra uno spazio immaginario, assomiglia a un archivio, e tre persone vi lavorano catalogando con massima precisione le memorie di Nick. In sua presenza proiettano delle fotografie, gli chiedono di raccontare dove era, con chi, quale anno. Qui Cave si abbandona finalmente al racconto e riesce a far rivivere l’intensità degli anni Ottanta, quelli passati a Berlino, il gothic rock, le droghe pesanti, e la scena underground: “During the archive section. I just sat there for a couple of days and looked at photos and talked about them and largely forgot about the cameras and you can see that in the relaxed nature of these scenes".

Questa stessa scena ha poi ispirato il progetto The Museum of Important Shit, un museo virtuale dove ognuno potrà caricare un’immagine che rappresenti un momento significativo della propria vita. “Il museo - dichiara Nick Cave - conserverà questi momenti che definiscono la nostra stessa esistenza. Ti chiediamo di volerli condividere con noi, con il museo, con il mondo”. Di fronte all’immediatezza di una comunicazione che tutto consuma in un accumulo di upload e download, nell’istantaneità di un tweet, di un post, di un selfie, The Museum of Imortant Shit salva i ricordi della gente così come gli "uomini libro" di Fahreneit 451 imparavano a memoria i libri per preservarne l’esistenza.

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