Tommaso Ottonieri

Tutto scambiare con tutto: tenendo dietro all’impossibile del proprio desiderio, e al paradosso del suo soddisfacimento. È questa, espressa nella piega di una pagina «diaristica» di Rino Genovese, la sindrome di Don Chisciotte; nel catasto dei modelli librescamente appresi, tutti collassanti, il punto non è quello di «imitare dei modelli»: ma di «inventare una realtà». Perché «ciò che conta è il principio dell’attività in se stessa, il fare e disfare», anzi «il fare per disfare [...] principio rivoluzionario per eccellenza».

Siamo al centro di Cuba, falso diario: sezione prima del bino Altro Occidente, in cui Genovese, già decodificatore dei «vincoli» o delle Figure del paradosso della Tribù occidentale, raccoglie due testi singolarmente odeporici, forse narrativi, o reportagistici ma nel senso più aschematico e necessario («reportages obiettivi» da «luoghi della fantasia», li si era definiti), pubblicati da Bollati una ventina di anni fa; se qui l’autore/attore attraversa il mesto e infinito sfinire del mito castrista, nell’altro, Tango italiano, albergherà nel labirinto di fantasmi della Baires post-desaparecidos, all’altezza della sua rivelazione gattopardesca e grottesca (così intrinsecamente «italiana»...) nel trionfo elettorale di Menem.

Ma tornando al Chisciotte: siamo qui all’Avana, l’io narrante forse autobiografico vi è approdato a provare a «riprendere i fili di una storia che era stata anche sua» (gauchiste rivoluzionario), e ruotiamo attorno alla statua dello Hidalgo, nel cuore ammagato di quella Capitale, a riassumerne l’enigma. Si tratta, certo, in quella pagina, di individuare una costante, occulta o indecidibile, in quel mistero diversamente-occidentale, che per noi-occidentali rappresenta l’isola caraibica. Ma si tratta, anzitutto, di definire una strategia al proprio fare, che sia insieme politica e testuale. Fare per disfare; secondo una disciplina di non-acquiescenza ai riti e ai miti che il canone occidentale produce. Disfare le forme che pure non si può fare a meno di osservare: sospendendole, celebrandole; è insomma qui, in questo inverante ribobolo, la figura, paradossale, del falso diario.

Dovrei dire, certo, dell’arazzo, dei fantasmi, delle psicogeografie e lucide derive (incrudelite da rum fumo di sigari caffè alcoolico), della straniata costruzione del Sé, dello scrivere cerebrale-teso, senza maschere ma in parte inattendibile, sottilmente alterato, e insomma della insolita, e assai specifica qualità letteraria (fra le più limpide di quello scorcio di finesecolo), di testi che pure, al loro apparire, furono recepiti più che altro come spunti giornalistici. Ma la domanda che si pone è appunto: che cos’è un falso-diario? Genovese ce lo chiarisce, nella tesa prefazione al volume, che di per sé costituisce un contributo nuovo, narrativo oltre che teorico, e incornicia e corona; cioè, precisamente, quando ricorda una domanda che allora gli era stata pòsta, se a Cuba ci fosse stato veramente.

Il fatto è che, pur avendo frequentato l’isola a più riprese, «ne aveva scritto come in sogno, reinventando i personaggi reali nel segno della sua nostalgia per un passato rivoluzionario che non era stato o era stato in minima parte», degradando la propria presenza testimoniale a funzionalità di un io-narrante, «personaggio autobiografico in cui transustanziarsi». Ciò che deriva, è un approccio che va a porsi in una preistoria dell’«autofiction» nostrana («autobiografia» – sappiamo – di fatti solo parzialmente accaduti, o forse non accaduti per nulla), e insieme come uno dei suoi apici: e che pure, alla prima uscita, era stato impossibile recepire in quanto tale, per mera insufficienza categoriale (in Italia ancora misconosciuto, il «genere», allora).

Ma soprattutto, il paradosso autofinzionale ci riconduce a quel geroglifico di «principio rivoluzionario», che Genovese vedeva inscritto nella sindrome di Don Chisciotte. Non solo o non tanto per l’impulso a un’«invenzione della realtà», che in tale sindrome è (sappiamo) implicito; quanto per l’attività utopico-fantastica del fare-disfare, che, dalla stessa, si motiva: deporre la realtà nel momento in cui la si possiede, o si crede di possedere.

La verbosa, supponente pienezza d’una soggettività «occidentale» – che è l’unica, tuttavia, a cui è possibile attenersi, – questa presunta pienezza si disvela ossia si svuota: l’obiettività che il soggetto (che dice «io») crede di aver conseguito, viene a scoprirsi come proiezione d’una fantasia (eventualmente collettiva, condivisa), o come fantasma tout-court... – Di qui, anche, nel dittico, l’avvicendarsi esemplare di figure femminili, enigmatiche sfuggenti Dulcinee, danzatrici o jineteras o pasionarie – oscuri-oggetti-del-desiderio memorabili tutti e, fin dal loro apparire, sul punto di dissolversi concretamente –, che degnamente si produce per chi, come questo pensatore-scrittore, era stato in grado di scrivere, anni prima, una Teoria di Lulu...

D’ombra o di carne, (auto)biografiche o fittive, tali figure, nel loro dileguarsi, nello stesso sfarsi (carne palpitante, respinta giù nell’ombra stregonesca della Storia), richiamano a una scomparsa più radicale, più fondante: quella d’un Occidente sfinitamente in transito, che in questi orizzonti estremo-occidentali si riflette ed invera; ma poi, quella stessa di un (altro da) Sé, che si fa e si mostra – cavaliere errante del (e dal) logos – soprattutto per disfarsi, in una impercettibile ecolalia di falsetto. Eppure, nel segno di Chisciotte, l’esito ineluttabile, il consegnarsi definitivo a una «solitudine di autore», può essere ancora forma di resistenza o meglio, «attività rivoluzionaria». Perché un Occidente, al di là delle colonne d’Ercole del suo doppio distorto e rivelante, resti ancora e sempre da «inventare», e far proprio.

Rino Genovese
L’altro Occidente. Dall’Avana a Buenos Aires
Manifestolibri, 2014, 240 pp.
€ 23,00

 

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