Giacomo Pisani

Ha ancora senso, in Italia, parlare di lavoro? Col Jobs act renziano sembra rimasto ben poco dell’impianto teorico su cui si è retto questo principio fondamentale nella storia moderna, costruito a suon di lotte e conquiste, anche a livello costituzionale. Il lavoro è il fattore peculiare di realizzazione della persona, è la tensione essenziale che lo connette al mondo. È col lavoro che l’uomo dà forma al mondo realizzandosi e progettandosi dentro la frizione continua che le cose fuori di noi esercitano sulle nostre decisioni, esponendoci ai processi sociali e alla storia. L’uomo fa la storia per mezzo del lavoro, per questo le grandi rivoluzioni della modernità sono state determinate dalla volontà di liberare il lavoro dal ricatto e dallo sfruttamento.

Il Jobs act è il culmine della degradazione dell’attività lavorativa, l’apice del ricatto, in cui il momento della pena espressione da parte dell’uomo della propria identità, con annesse capacità e competenze, viene ridotta a merce che il datore di lavoro può rimettere sul mercato a piacimento, anche senza motivazione. A ben guardare, il Jobs act è la formalizzazione istituzionale, abbastanza volgare, di un processo sociale che ha già portato alla graduale uscita di scena del lavoro garantito come elemento centrale nella costruzione dell’identità della persona e nella produzione della ricchezza. Sempre più il capitale finanziario mette a valore capacità cognitive e relazionali che si sviluppano nel campo sociale e, in particolare, nei media e nella rete, al di fuori del lavoro riconosciuto contrattualmente. La comunicazione generalizzata, anziché mettere in comunicazione gli orizzonti storici locali, decostruendo il principio di realtà e la stabilità totalizzante della ragione occidentale dominante,su cui si strutturano rapporti di potere e di oppressione, ha neutralizzato le forme di relazione immettendole in un’arena neutra in cui i soggetti sono stati deprivati degli strumenti ermeneutici indispensabili per comprendere la propria situazione e metterla in discussione.

Oggi un potenziale di condivisione formidabile è neutralizzato per mezzo dello sradicamento dei soggetti dagli spazi comunitari in cui si è sostanziato storicamente un orizzonte significante di comprensione e progettamento, attraverso la precarizzazione dell’esistenza e del lavoro, fino all’assurdità del Jobs act. Restano le possibilità più neutrali, immediate, poco impegnative: quelle del consumo rapsodico non solo materiale, ma anche di immagini, stimoli, relazioni. Il mercato tende a consolidarsi come unico parametro del valore sociale, fino a regolarsi esso stesso, anche da un punto di vista giuridico (con una lex mercatoria da esso stesso generata), a livello transnazionale. L’aggressione alla dignità e ai diritti fondamentali della persona è dunque un fenomeno strutturalmente incardinato nella società postmoderna e il Jobs act è solo la formalizzazione, anche un po’ caricaturale, di un mutamento sistemico che già ha investito modi di produzione, forme di relazione e di vita.

Come riappropriarsi di questo spazio comune, oggi presidiato dal mercato, se non con delle pratiche di resistenza generalizzate che ripartano dai bisogni eccedenti, che il mercato non riesce a riconoscere e tutelare? Come liberare il comune se non rompendo con il pubblico e il privato su cui si regge il nostro diritto privatistico, e lottando per una riappropriazione dal basso dei diritti e dei beni che possano renderne sostanziale la tutela? È un processo che già attraversa il campo sociale, presentandosi come contraddizione reale all’interno del sistema capitalista, e che investe una serie di soggetti che rappresentano oggi la negatività assoluta, pura emergenza, singolarità in esubero: migranti, lavoratori della conoscenza, precari, disoccupati.Lo spazio della condivisione è oggi il terreno in cui radicare un processo costituente pieno di vita e di potenza, che dissolve le rigidità dell’ordine costituito e ridà voce alla ricchezza del possibile.

 

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