Marco Dotti

7 ottobre 2014

Saranno 7100 espositori, provenienti da 103 paesi. Tutti sparsi per i 171.790 metri quadrati della sessantaseiesima Buchmesse di Francoforte. I numeri, come sempre, fanno paura. Ma poi ci sono i contenuti a rassicurarci, fra nuove tecnologie, vecchi ma mai invecchiati stand e un ospite d'onore, la Finlandia, che spicca tra i primi paesi al mondo per indice di lettura, spesa pro-capite per l'acquisto di libri e funzionalità e fruizione delle biblioteche. In Italia, oramai, il baraccone della grande editoria sta arrancando. Vista la qualità della merce esposta, è normale che i consumatori si rivolgano altrove. E i lettori, che magari leggono ma di consumare non hanno né la possibilità, né la voglia, semplicemente abbandonano il campo. Non se la passano meglio i piccoli e i medi editori, ma almeno loro resistono con un'offerta che ha dell'eroico, rispetto a un sistema di distribuzione e promozione del libro che altrove verrebbe collocato alla voce "usura".

È ovvio ma non scontato ricordare che leggere un libro è cosa ben diversa dall'acquistarlo, ma statistiche e proiezioni sulla lettura si fanno sull'acquisto, non sulla lettura. Strano paese, l'Italia. Strani anche i suoi dibattiti - se ne avverte l'eco che dallo stand Italiano di Francoforte, chiamato con fantasia post bondiana "Punto Italia", comincia a salire. Non alla voce "usura", ma alla voce consumo culturale e ricreativo l'Istat colloca l'azzardo. Sì, l'azzardo, quello delle slot machines, dei gratta e vinci e via discorrendo. Leggete l'ultimo rapporto "Noi, Italia" e anziché al solito grafico, prestate attenzione alle definizione utilizzata per la classificazione della spesa per servizi "ricreativi" e culturali.

Ecco il parametro: "L’indicatore è dato dal rapporto tra il valore della spesa delle famiglie per l’acquisto di beni e servizi di carattere ricreativo e culturale e quello della spesa totale per consumi finali delle famiglie. Secondo la classificazione Coicop (Classification of individual consumption by purpose) le spese per servizi ricreativi e culturali comprendono i servizi forniti da sale cinematografiche, attività radio televisive e da altre attività dello spettacolo (discoteche, sale giochi, fiere e parchi divertimento); i servizi forniti da biblioteche, archivi, musei ed altre attività culturali e sportive; infine comprende i compensi del servizio dei giochi d’azzardo (inclusi lotto, lotterie e sale bingo)".
Anche con una spesa procapite per azzardo che non ha pari in Europa riusciamo a essere ultimi. Sia come sia, domani si comincia.

8 ottobre 2014

Mi sono sempre chiesto come scelgano i paesi ospiti nelle fiere dell'editoria. A Francoforte, dove per la Buchmesse 2014 paese ospite è la Finlandia, hanno pochi segreti. Tre sono i prerequisiti fondamentali da rispettare per ambire a ottenere lo status di "paese ospite". Il primo, abbastanza scontato, è che il mercato editoriale di quel paese sia "interessante". Proprio così mi hanno detto: "interessante". Questo potrebbe voler significare un'apertura a paesi non rilevanti dal punto di vista editoriale, ma "interessanti", come il Qatar lo è per i campionati mondiali di calcio del 2022 o il Bahrein per la Formula1. Fatto sta, che il secondo e il terzo prerequisito spiegano l'aggettivo che qualifica il primo: il paese ospite deve essere in grado di garantire una logistica adeguata - confesso che non ho ben capito che cosa significhi - e, ecco il punto, coprire tutte le spese per gli autori invitati, l'allestimento dei padiglioni, le cerimonie e via discorrendo. Insomma, un bell'investimento, le cui ricadute commerciali a breve e medio termine non sono indifferenti per l'economia della città che ospita la fiera.

Questo dà conto anche del dispiegamento di autorità che hanno presenziato alla cerimonia di apertura, tenutasi il 7 ottobre. Da parte tedesca, tralasciando le autorità locali, spiccava la presenza del ministro degli esteri dr. Fran-Walter Steinmeier. Nella cerimonia delle autorità, ma senza aver preso parola, c'erano anche gli italiani Franceschini e Paola Concia. Ma stiamo a chi la parola l'ha presa: un ministro degli esteri, non della cultura, dell'economia, dell'istruzione o via risalendo (o discendendo). Quando parla un ministro degli esteri, diceva il vecchio barone alcolista del Gruppo Tnt, anche se parla di caviale o trote salmonate, si sente sempre un retrogusto di guerra. Così è parso, almeno a me, di sentire i tonfo sordo della battaglia quando due righe dopo aver nominato Amazon, nell'aria aleggiava un altro nome: Vladimir Putin. Bella scelta, soprattutto quando a parlare ci si è messo il presidente uscente dello Stato ospite che, seppure nel paese vi sia un primo ministro, Alexandr Stub, fautore di una politica di Finlandizzazione 2.0 (ossia apertura alla Nato, con conseguente inasprimento della crisi con la Russia) molto criticata in patria, si è lanciato in un elogio del bel tempo in cui l'Urss garantiva la crescita di una coscienza nazionale e letteraria propriamente finlandese: un insieme di luoghi comuni sulla letteratura mondiale e nordica che fanno rimpiangere non dico i tempi di Churchill, ma persino il delirio patafisico di Silvio Berlusconi.

A fronte di tanto fumo, a mettere un bel po' di arrosto ci ha pensato Sofi Oksanen, capigliatura da far rabbrividire pure Lady Gaga, piglio polemico, ma finalmente capace di portare la letteratura o ciò che ne resta in prossimità delle altezze che le competono. Per fortuna, ha detto l'autrice pluripremiata, nella lingua finlandese non c'è il genere. E nella letteratura questo in qualche modo si fa sentire. Peccato che proprio il presidente avesse detto che "la letteratura è donna". Ma è sul concetto di finlandizzazione (suomettuninen), o neutralità condizionara da un altro paese, che la Oksanen, di origini estoni, ha insisitito molto. Un nuovo esotismo, quello evocato dal presidente? Sentiamo l'autrice de Le vacche di Stalin: "La finlandizzazione significava diminuzione dellindipendenza, erosione della democrazia e strangolamento della libertà di parola. È un modello che un finlandese non raccomanderebbe a nessuno, anche se in tempi recenti molti esperti stranieri l'hanno considerato appropriato per l'Ucraina". Tirano venti di guerra, a Francoforte e in Europa. Vecchi fantasmi, nuovi fantasmi. Putin, Amazon o chi pare a voi. Gli scrittori si tireranno indietro?

9 ottobre 2014

Gli editori italiani parlano di ebook. Dicono che il futuro sono gli ebook. Già, ma con un mercato (italiano) che non prevede margini di crescita, quel futuro è tutto fuorché roseo. C'è però da chiedersi quanti tra editori, consulenti e giù scendendo che stanziano nel padiglione 5 abbiano mai letto davvero un ebook. Sarebbe interessante se l'associazione di categoria, l'AIE, finanziasse uno studio in materia: "quanti di noi hanno letto per intero un ebook?" Già, perché a scambiarci quattro chiacchiere c'è da rabbrividire. Questi editori che accusano Amazon di ogni disgrazia nota e persino ignora, poi però sono convinti che un ebook sia un pdf con un nome strano, e li mandano a digitalizzare in India. Strano, il mondo.

10 ottobre 2014

D'accordo, al fondo di ogni guerra c'è il denaro. E al fondo di ogni crisi quello che John Maynard Keynes chiamava morbid desire for liquidity. D'accordo, ma ancora più a fondo, nel punto cieco che né ascisse, né ordinate sanno mappare? Al fondo c'è il linguaggio. Allo scoppiare della seconda guerra del Golfo, Jean-Luc Godard invitava a riflettere su un nodo cruciale: dove è nata la scrittura, se non proprio là fra Tigri e l'Eufrate. Si può sorridere fin che si pare, ma è il linguaggio la posta in gioco della guerra. Per questo colpiscono i laboratori che, da quest'anno, alla Buchmesse si sono formati. Beninteso, il rischio che si cada nella retorica c'è – ma certi dibattiti sulla “twitter revolution” stile Mantova sono lontani. Perché, questa la domanda che gira in Fiera, in zone di guerra, difficili, pensiamo all'Ucraina, alla Crimea, dalla Siria all'Eritrea si continua non solo a scrivere, ma a pubblicare, leggere e soprattutto tradurre?

Che cosa spinge gli editori e i lettori a tanto, sono dei folli? Oppure, in qualche modo, la pelle della cultura è più consapevole di testa e cuore di ciò che smuove una guerra? L'impressione è che, fuori dal giochetto delle parti sui diritti umani, la questione qualcuno se la sia posta. Diritti umani, ecco il problema ed ecco la gabbia. Lo sa anche Sofi Oksanen, invitata a uno dei più interessanti fra questi laboratori, dedicato alla nuova e vecchia propaganda. Lo sa anche lei che, pur difendendone la sostanza, mette in guardia da un doppio uso manipolatorio degli stessi. I diritti vuoti rivendicati all'infinito ma al solo scopo di non arrivare a nulla, sono una gabbia sottile che la nuova propaganda crea per non toccare la sostanza del problema. Così facendo, però, una gabbia non meno sottile di critica agli stessi diritti si è messa in movimento. Language is a virus, cantava Laurie Anderson. Il linguaggio è la peste, scriveva a suo tempo Artaud. Il contagio va dove deve andare, ma anche dove non deve. Per questo scavare a fondo su un tema come guerra e linguaggio, guerra e editoria, guerra e traduzione, guerra e letteratura, guerra e poesia, guerra e retorica dell'antiguerra ci sembra sia più in linea con lo spirito di una fiera che è pur sempre un evento commerciale ma attorno a qualcosa - quel Buch/Book – che oppone sempre, da sempre, un'insondabile resistenza alla liquefazione morbosa – il desiderio morboso di cui parla Keynes – di uomini, parole e cose.

11 ottobre 2014

Che ruolo hanno i traduttori nell'intrapresa editoriale? Partiamo da un dato di realtà: grazie alla Finlandia, ospite d'onore della Buchmesse 2014, e grazie al FILI, l'ente finlandese per la promozione editoriale che ne ha riuniti molti per i suoi seminari (due le presenze italiane: Delfina Sessa e Irene Sorrentino), per la prima volta i traduttori sono intervenuti direttamente e apertamente in questioni che solo apparentemente esulano dalla tecnica o dalla traduttologia. Oggi, specialmente da lingue "minoritarie" o meno "global" di altre, il traduttore si trova a affrontare problematiche che sconfinano ampiamente nei campi dell'agente, del promotore, del mediatore. Sempre più, infatti, al traduttore è richiesto un ruolo attivo non solo nella segnalazione, ma nello scavo attorno e dentro l'opera di un autore. Scontato, direte. Non troppo, se guardiamo nella sostanza e nella pratica "dentro" le forme che articolano e legittimano la traduzione. Oggi, il grande tema è quello dei contratti. Troppo sottovalutato - in un'Europa che si vanta dj essere plurale e pluralista - il ruolo del traduttore, spesso ridotto a un comprimario senza voce, senza diritti e talvolta senza nome (o il cui nome va ricercato tra le pieghe di un microcolophon). Portarne la figura al centro di una fiera di settore, iperprofessionale ma spesso declinata solo in termini di compravendita di diritti, è questione non da poco. Un vera politica della lingua non deve partire proprio da chi di quella lingua deve prendersela in carico per compiere il delicato passaggio della traduzione?

 

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Una Risposta a Diario da Francoforte

  1. Lorena Melis ha detto:

    Il traduttore è una figura di importanza mai secondaria

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