Maria Teresa Carbone

In Italia i proverbi non li dice più nessuno, appartengono alla lingua delle zie zitelle votate al benessere della famiglia, che abitavano romanzi e film del primo Novecento e che scomparendo (dai libri, dal cinema, dalla vita) hanno portato via con sé i caval donati e i topi ballerini. A usarli, i proverbi, si ha l'impressione di impolverarsi, di essere vecchi: un peccato mortale. Sono invece vivi in Africa: sarà che lì la vecchiaia, ancora un bene raro, resta una virtù e gli scrittori sopportano con grazia il fardello della tradizione, a rischio di rimanere incollati al cliché del binomio oralità/scrittura. “I proverbi sono l'olio di palma con cui si condiscono le parole” diceva Chinua Achebe, scomparso l'anno scorso, uno dei grandi romanzieri del Novecento, da noi ostinatamente ignorato (il suo capolavoro, Things Fall Apartin italiano Il crollo, da tempo si trova solo in biblioteca).

Non ci meravigliamo, quindi, se il più sofisticato tra gli autori africani d'oggi, il nigeriano/statunitense Teju Cole, ha scelto un proverbio yoruba come titolo del suo primo libro, da poco arrivato nelle librerie italiane – in parallelo agli Usa, qui come là sulla scia del successo dello splendido Città aperta – in una versione appena rimaneggiata rispetto a quella uscita nel 2007 per una casa editrice di Abuja, la Cassava Republic. (La traduzione, di Gioia Guerzoni, è prodigiosamente aderente al testo nella sua precisione lessicale, nel suo tono lievemente straniato).

Un proverbio, o più precisamente metà proverbio: Ogni giorno è per il ladro, recita il titolo del libro. E omette il seguito: “ma uno è per il padrone”. Equivalente, parrebbe, del nostro “Chi la fa, l'aspetti”, lascia intendere – grazie all'ellissi, un procedimento caro a Cole – che la resa dei conti arriverà, ma fino ad allora, e forse oltre, le regole saranno tranquillamente trascurate. E in effetti questo è il paesaggio entro il quale l'io narrante – come lo Julius di Città aperta, uno specializzando in medicina, nigeriano di madre europea trapiantato a New York – si deve muovere quando decide di tornare, dopo molti anni di assenza, nel suo paese. Addirittura non ha neanche bisogno di attraversare l'oceano per ritrovare il mondo intessuto di soprusi e furbizie che aveva lasciato da ragazzo: al consolato nigeriano, dove è andato a rinnovare il passaporto prima della partenza, è vittima insofferente dei trucchi messi in atto dal personale per intascare qualche dollaro extra sulle varie pratiche.

Il meccanismo si ripeterà di continuo nelle settimane seguenti, a mano a mano che il narratore ritrova i ritmi e le abitudini della Nigeria, da solo o in compagnia dei parenti presso cui è ospite. La sopraffazione, la violenza, l'incuria sono impastate nella vita quotidiana di un paese, dove la presenza del petrolio ha favorito grandi disparità. A lui, abituato – dopo anni di vita negli Stati Uniti – a un altro genere di contratto sociale, non resta che prenderne atto, con malinconia, con rabbia, con esultanza quando si trova di fronte a qualche indizio di cambiamento: un'ignota lettrice intravista sull'autobus, un negozio di libri e musica che, a differenza degli altri, non vende copie-pirata, un conservatorio gestito in modo efficiente.

L'anonimo protagonista, probabilmente condividendo la prospettiva di Cole, sa bene che si tratta di segnali minuscoli, che l'ottima organizzazione del Muson, la Musical Society of Nigeria, si fonda sui soldi delle compagnie petrolifere e si dirige solo ai pochissimi che possono permettersi rette proibitive. E tuttavia questo, riflette, “è meglio di niente, con l'aumento di domanda e offerta i prezzi si abbasseranno”.

Ma nel presente “ogni giorno è per il ladro”, e come sarà per Julius nella New York “aperta” del libro successivo, il narratore non si limita a osservare e a registrare la sofferenza di cui è testimone. Se ne fa rabdomante. La capta dietro il volto sorridente di un'anziana signora il cui marito è stato ucciso in modo stupido e brutale anni prima nel corso di una rapina, la avverte nel brulichio di un incrocio stradale “sempre gremito di corpi che si muovono in fretta”, dove la sua mente “fa un'associazione inaspettata e cupa”, un sanguinoso gemellaggio fra Lagos e New Orleans, per secoli i poli principali del commercio di schiavi. Una storia sepolta con cura: “Non ci sono monumenti a ricordare quella profonda ferita, nessun giorno della memoria”. E sì che Faulkner – ce lo ricorda il narratore – ha scritto che “il passato non è mai morto, non è neanche passato”.

Storie invisibili, fantasmi che ci circondano e a nostra insaputa ci ossessionano: sono i materiali che ritroveremo, articolati in una struttura narrativa più complessa, in Città aperta e che qui prendono la forma di piccoli quadri distinti, come era nel blog che ha dato origine al libro. Quadri cui corrispondono spesso fotografie scattate a Lagos dallo stesso Cole: immagini a volte velate o fuori fuoco, sagome che si indovinano dietro un vetro bagnato o oltre un cancello, figure prese di spalle – tracce visive di una realtà imprendibile, che non si racchiude in una foto o in una forma letteraria chiusa.

“Se John Updike fosse stato africano, avrebbe vinto il Nobel vent'anni fa” osserva ironicamente il narratore, alludendo al giacimento inesauribile di racconti che la vita quotidiana in Nigeria offre, rispetto ai “sonnolenti sobborghi americani”, dove scene di divorzio sono “simboleggiate da un lentissimo risciacquo di piatti”. Per fortuna Teju Cole non vuole scrivere il Grande Romanzo Americano, e neppure un romanzo, forse. Quello che gli interessa (lo ha dichiarato in un'intervista sul “Guardian”) è “creare uno spazio”. Impresa difficile e rischiosa, ma i movimenti finora sono quelli giusti. (Peccato però che lo scrittore – o è il suo personaggio? – definisca James Hadley Chase “un'imitazione minore di Ian Fleming”. Probabilmente l'uno e l'altro non hanno letto Eva).

Teju Cole
Ogni giorno è per il ladro
Traduzione di Gioia Guerzoni
Einaudi (2014), pp. 142
€ 16.00

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2 Risposte a Ogni giorno è per il ladro

  1. […] Proveremo a seguire Cole nelle sue peregrinazioni, seguendolo in quello che ama più fare “creare spazi” attraverso la scrittura. […]

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