Augusto Illuminati

Al primo squillo di voto di fiducia in Senato, tutti quanti – minoranza cuperliana, giovani turchi orfiniani, malmostosi fassiniani, commessi bersaniani della Ditta, dalemiani relittici – si precipitarono a votare «sì», con volto contrito e responsabile adeguato al rango, ma mostrando sollecitudine: ruere in servitium consules patres eques, quando quis illustrior, tanto magis falsi ac festinantes vultuque composito (Tacito, Ann. I, 7). Ognuno proclamando di farlo di propria iniziativa, a rischio di popolarità e per il solo pubblico interesse, del Paese e della Ditta – astuzie da leccaculi, poiché ea sola species adulandi supererat (ìvi, 9).

Con questa resa dell’opposizione interna, ben più che con la deriva neo-liberale dell’ebete maggioranza renziana, il Pd è defunto, sigillando dall’alto la frana dal basso degli iscritti e la demoralizzazione di tutte le sue articolazioni mediatiche e organizzative, assorbite in modo sparso da Repubblica, talk show, Eataly, amministrazioni locali, cooperative e fondazioni bancarie. Constatiamo senza piangere e senza esultare. Per le nostalgie basta e avanza Gazebo. Per il sarcasmo basta percepire l’insolente fierezza dei deputati (che voteranno fra un mese e il cui numero è non condizionante) e la prudente cautela dei 26 senatori, che votano adesso e dove l’erosione del margine di 7 voti per la maggioranza avrebbe provocato la caduta del governo o l’imbarazzante sostegno indiretto di FI. Due o tre senatori si sono salvati l’anima uscendo dall’aula o dimettendosi, con effetti minimali sulla débâcle politica dello schieramento dissidente. Ora, invece, il governo è salvo e il ruolo dell’opposizione è traslato al M5S, ottimo. In tutte le case dei disoccupati e dei precari si è brindato.

Può darsi che ci siano scaramucce di retroguardia, innocue dichiarazioni d’intenti, qualche dimissione, due o tre uscite dall’aula al momento del voto, un penultimatum di Civati, una sequela di dissociazioni e ricompattamenti con altre formazioni residuali, liste elettorali e guerriglia parlamentare a babbo morto, ma nel momento in cui l’opposizione interna si è identificata con il governo – il governo omofobo Renzi-Alfano!– ritraendosi per non farlo cadere con la sfiducia, beh in quel momento ogni eredità del Partito è svanita, tirandosi dietro retrospettivamente il fantasma inquietante di Togliatti, il mito austero di Berlinguer, l’insostenibile leggerezza di Veltroni e la sfigata bonomia di Bersani. Tutti schiacciati sotto le ruote di Sacconi, Ichino e Schifani, mica del carro Juggernaut di Krishna!

Va detto, del resto, che gli arrendevoli senatori romani rischiavano la morte, quelli contemporanei solo a perdita del seggio e la loro stessa capitolazione verte intorno a una delega generica, ancor più beffardamente svuotata da un emendamento che ne intensifica vaghezza e infida dilazione. Inoltre senza «nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica», ovvero senza coperture e in subordine alla sempre futura legge di stabilità.

Un assegno in bianco da sventolare (per di più a tempo scaduto) in un vertice europeo di medio livello, diffidente e gravato da ben altre preoccupazioni finanziarie, nel corso di un semestre europeo italiano spettralmente inutile e sfortunato. E chi li minaccia non è un signore di vita e di morte quale Tiberio, ma un burattino dei poteri forti europei e americani, un imitatore buffo di Frank Underwood, cioè la cattiva copia di una copia. Una macchietta che pretende di difendere la reputescion dell’Italia aggrappandosi al vincolo del 3%. A trarre un bilancio della mescolanza fra bene e male per Tiberio fu Tacito. Di stendere deliranti apologie del fiorentino (con la f minuscola) si è fatto carico Giuliano Ferrara, sempre incline a battaglie perdenti ed eroi improbabili quanto jellati. C’è un Dudù nel futuro di Renzi.

 

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