Roberto Rizzente

È russo di nascita. Ha origini ebraiche. Come tanti connazionali, vive, tuttavia, all’estero, tra New York e Amsterdam, con la moglie americana. Andrei Roiter, moscovita, classe 1960, è l’emblema dell’artista cosmopolita. Un cittadino del mondo, che dal mondo ha tratto il proprio oggetto di ispirazione.

Presenza fissa nei musei e le gallerie dell’Olanda, Mosca, Spagna e la Turchia, Roiter torna, fino al 28 novembre, a Milano. Inside Out, con testo critico di Walter Guadagnini, è la seconda personale che la Laura Bulian Gallery gli dedica, dopo il debutto, nel 2010 (Capsule del tempo). Il tema è il viaggio. Inteso come ricerca. Confronto, superamento delle barriere, geografiche e non. Come trans-migrazione, attraverso i continenti, le ere, i transeunti sistemi di pensiero. In senso anche e innanzitutto esistenziale.

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Andrei Roiter, Insider, 2012 - Courtesy Laura Bulian Gallery

La realtà contemporanea, lo sappiamo, è un enigma complesso. Le Grandi Narrazioni collassano, i modelli del vivere civile si frappongono alla pari. Le tecnologie aumentano le possibilità esperienziali, l’accresciuta mobilità rende le frontiere “liquide”, facilitando gli scambi. Ma nel banchetto allestito dal mondo, la grande assente, il convitato di pietra, è una verità fondazionale, certa e incontrovertibile, attorno alla quale radicare un senso, o un’ipotesi di identità.

Molti hanno tentato di rispondere al problema. Roiter fa un passo indietro. Contro ogni pretesa assiologica, egli proietta uno sguardo neutro sul mondo, affatto intenzionale. Nelle sue peregrinazioni - come un redivivo, baudelairiano flâneur – si limita a registrare cose. Accumulare, cose. Associazioni, “sinestesie”. Illuminazioni profane, secondo Goethe e quindi Walter Benjamin, stimolate da oggetti anche banali e poi impresse su tela. Come in un revival dell’école du regard.

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Andrei Roiter, Samolet (Self-flying), 2011 - Courtesy Laura Bulian Gallery

Ci sono delle immagini che si rincorrono, nelle opere. Immagini impresse alla percezione e la memoria dell’artista per caso, secondo segrete corrispondenze (ancora Goethe), e che subiscono su tela un processo di codificazione, grazie al quale forme note della quotidianità si deformano, si distorcono, s’invertono, mutando fine, identità, sostanza, per il tramite dell’ironia (Samolet (Self-flying), 2011; R, 2014; E, 2014; Helmet 2, 2014; Please don’t help me be you, 2013; Roadblock, 2014; Reading Light, 2013).

Ci sono torri di libri. E scatole vuote. Ci sono i taccuini, gli appunti, gli schizzi, le mappe, le sacche da viaggio, le macchine fotografiche, le videocamere, oggetti di culto per il turismo (Insider, 2012; Books I Never Read, 2011). Ci sono i segni attraverso i quali la contemporaneità narra sé stessa. I graffiti, i disegni infantili, i manifesti, i cartelli stradali, gli oggetti di uso comune e le riviste di massa (Barricade, 2012). Ci sono i ricordi dalla Russia. L’Università, il Cremlino. Accatastati alla rinfusa. Viceversa ingranditi o rimpiccioliti (Old Optimism, 2012).

I materiali, quelli sono i più umili. Sono scarti, rifiuti. Rovine (This is not a Battlefield, 2008). O, addirittura, copie della copia. Calchi, modelli in scala (Globe, 2011). Illustrazione di altre illustrazioni. Foto, immagini. Materiali in ogni caso poveri, figli della memoria (Things I don’t need, 2013; Russian Boomerang, 2010). Reperti magari fragili, che lottano contro la morte, per non scomparire.

Roiter, This is not a battlefield, 2008, courtesy Laura Bulian

Andrei Roiter, This is not a battlefield, 2008 - Courtesy Laura Bulian Gallery

C’è un mondo, qui depositato. Un’enciclopedia di ciò che è stato, un musée de l’homme labirintico e imprevedibile che sta a noi ordinare, decifrare. Perché non ci sono direzioni, nessuna gerarchia. Quello di Roiter è uno “sguardo panoramico”, per dirla con Sartre, che abbraccia la totalità degli oggetti senza giudizi di sorta. Sono “mappe rizomatiche”, i quadri, i disegni, le sculture: sistemi acentrici e complessi dove il senso comune viene disatteso, la realtà si rivela secondo nuove, inusitate prospettive e la vita è indicata lì, per giunzioni paratattiche.

Potrà sembrare poco, all’inesperto visitatore. Uno che ancora attenda una qualche forma di Rivelazione. Ma dal caleidoscopio di stimoli e immagini, ecco che si sprigiona la forza eversiva di quest’arte. Perché Roiter lascia che siano gli spettatori a parlare. L’artista è niente. Un illusionista e poco più. Sono gli altri a fare l’opera. Ed è qui, nel dialogo rinnovato tra l’io poetico e lo sguardo indagante che va rintracciato il valore e il senso ultimo dell’operazione. Una risposta, anche. La sola possibile, nell’epoca del disincanto.

Andrei Roiter – Inside Out
Testo critico di Walter Guadagnini
Laura Bulian Gallery
Via Montevideo 11 – Milano
fino al 28 novembre

 

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