Franco Berardi Bifo

Diari di viaggio di Valerio Daniel De Simoni è un libro che si può leggere in molte maniere. Si può leggere anzitutto come un sorprendente romanzo d’avventure, scritto in prima persona dal personaggio principale: solo nelle ultimissime pagine apprendiamo che la storia di Valerio, autore e attore del romanzo, finisce con la morte. Purtroppo non si tratta di un espediente letterario, ma dell’esito tragicamente reale di un’avventura dei nostri tempi.

Da questo punto di vista è un libro senza precedenti, che innova drammaticamente il genere narrativo. Il narratore racconta le sue emozioni, i suoi progetti, ma anche le sue premonizioni, le sue paure, i suoi presentimenti. Poi ci lascia, improvvisamente, perché l’ultimo evento, l’incidente fatale, non può essere raccontato dalla vittima dell’incidente, emerge invece frammentariamente attraverso una serie di brevi messaggi di amici che non ricevono più risposta.

Valerio Daniel de Simoni aveva 24 anni quando ha trovato la morte in un incidente stradale a Lilongwe, nel Malawi, un paese africano che costeggia l’omonimo lago. A bordo di tre Quad-byke, quegli strani veicoli a quattro ruote senza copertura che sono una sorta di incrocio tra la motocicletta e l’auto fuoristrada, Valerio Jamie e Kris, tre ragazzi australiani di Sydney, stavano compiendo un’impresa senza precedenti: un viaggio per 34 paesi, attraverso 3 continenti, che doveva durare 365 giorni. Nel loro progetto dovevano percorrere 50.000 chilometri da Istanbul attraverso l’Africa per poi raggiungere l’Australia e attraversarla da una costa all’altra fino a raggiungere finalmente Sydney.

L’intenzione era quella di battere un record mondiale e di entrare nel Guinness dei primati per la più lunga percorrenza a bordo di un veicolo di quel genere. Ma al di là di questo obiettivo c’era un’intenzione politica di solidarietà: lo scopo dell’intera operazione è stato dichiarato in un paio di conferenze stampa tenute all’inizio del viaggio. Dare un contributo a OXFAM, l’organizzazione globale di volontariato che ha un programma finalizzato a combattere la povertà. Alla fine del viaggio i tre ragazzi intendevano realizzare programmi di aiuto, raccogliendo tramite gli sponsor 70 mila euro che OXFAM avrebbe poi destinato a comunità povere dello Zimbabwe, del Malawi e del Sudafrica.

Come in un vero romanzo d’avventure siamo presi in una situazione di suspense che Valerio alimenta chiedendosi fin dalle prime pagine se riuscirà a superare le innumerevoli prove che attendono lui e i suoi compagni. Giorno per giorno ci racconta i dettagli dell’impresa: uno dei tre veicoli si rompe, occorre trovare un giunto di connessione, occorre farselo spedire da chissà dove, attendere, ripararlo. Poi uno dei tre cade malato, forse si tratta di malaria, occorre allora fermarsi, poi il deserto, i pericoli di disidratazione, e gli incontri emozionanti o inquietanti che si fanno durante un viaggio in terre sconosciute. E la nostalgia, e il ricordo della ragazza amata. E la stanchezza e i pericoli del viaggio In un crescendo di eccitazione fino al Malawi. Poi la descrizione di un bagno nelle acque del lago, poi alcuni messaggi concitati di qualche amico che cerca di connettersi in skype, quando Valerio non può più rispondere. È il 12 marzo del 2011.

Ma questo libro si può leggere in altre maniere: per esempio come un libro iniziatico, come un tracciato verso la comprensione di sé, verso la saggezza. Valerio de Simoni ha una formazione culturale composita che traspare dalle sue scelte, dalle sue parole, dalle sue citazioni. Nato e vissuto a Sydney da una coppia di italiani che prima di trasferirsi in Australia avevano partecipato in modo intenso alla storia politica degli anni ’70, Valerio ha assorbito le influenze di culture molto distanti. C’è in lui lo spirito comunitario e ribelle che discende dalla storia dei movimenti europei, c’è una forte partecipazione alle tensioni intellettuali ed etiche dell’ambientalismo, ma c’è anche la traccia di una vocazione mistica che viene dal buddismo.

Nel libro ricorre il nome di Thik Nhat Hahn il monaco buddista vietnamita che divenne noto negli anni ’60 per la sua azione contro la guerra americana e che può essere considerato uno dei grandi riferimenti del pensiero pacifista. Alcuni brani possono apparire ingenui ma non lo sono: l’estasiata scoperta dei colori della natura africana, l’emozione evocata dal ripensare all’incontro casuale con qualcuno lungo la strada, vanno letti insieme come espressione della spontaneità di una persona ancora giovanissima, ma anche come il riflesso di una concezione filosofica che affonda le sue radici nel pensiero orientale ripensato da una sensibilità modernissima, fortemente impegnata nella storia del nostro tempo. Nell’ultima pagina del diario c’è una citazione, quattro righe del filosofo vietnamita Thic Nhat Hanh, che Valerio aveva ricopiato sul suo diario svegliandosi al mattino del suo ultimo giorno:

Svegliandomi, questa mattina, sorrido.
Ho davanti a me ventiquattro ore nuove di zecca.
Faccio voto di viverle in pieno ogni momento
e di guardare tutti gli esseri con gli occhi della compassione.

Il libro infine si può leggere anche come un manuale per la preparazione di una campagna di comunicazione, come il resoconto di un’azione mediatico-politica rivolta a creare attenzione intorno a un’urgenza (le condizioni di miseria delle popolazione di alcuni paesi africani, il pericolo globale della devastazione ambientale), di un’azione rivolta a suscitare l’attenzione della generazione connessa che avverte il futuro si delinea come una minaccia, ma stenta a trovare la strada dell’azione collettiva.

L’impresa di Valerio e dei suoi compagni è una dichiarazione d’impegno politico che si traduce nei linguaggi veloci della prima generazione connettiva cui Valerio appartiene. Ci chiediamo spesso se questa generazione sia incapace di esprimere istanze etiche e politiche di opposizione a un potere sempre più inquinante, ci chiediamo spesso se prevalga la passività, la rassegnazione, o se esistano spazi di una possibile attivazione consapevole. Certamente il linguaggio di Valerio non ha le tonalità ideologiche dell’impegno politico della generazione dei suoi genitori, ma la sua avventura esistenziale, il suo viaggio non sono una semplice esplosione di vitalità. Sono una sfida contro la paura, contro l’isolamento e la superficialità che paralizzano una parte decisiva della generazione che è cresciuta nell’epoca delle nuove tecnologie e che non ha ricevuto il messaggio dei movimenti di ribellione del tardo Novecento. Sono un appello alla mobilitazione delle energie etiche della generazione iper-connessa. Valerio di Simone parla spesso della paura che si intreccia con la nostalgia. Ma il suo messaggio ultimo è proprio questo: la paura non deve paralizzarci, non deve impedirci di fare esperienza del mondo.

Questi diari di viaggio mi ricordano le parole dell’Ulisse dantesco che dopo aver superato Siviglia e Setta, dopo aver superato “quella foce stretta dov’Ercole posò li suoi riguardi” rende i suoi compagni così consapevoli, così “aguti con questa orazione picciola al mattino ch’a pena poscia li avrei ritenuti”. Cos’ha detto Uisse ai suoi compagni? Gli ha detto: non abbiate paura, perché la gioia della scoperta vale i rischi della nostra sfida.

Valerio Daniel De Simoni
Diari di viaggio Travel Journals
Luca Sossella Editore (2014), pp. 328
€ 18,00

 

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