Dalila D’Amico

L'Hamlet, diretto da Andrea Baracco è andato in scena in prima nazionale il 26 Settembre al teatro Argentina di Roma nell'ambito della vetrina Romaeuropa Festival. Lo spettacolo rientra nel progetto “Shakespeare alla nuova italiana”, l’articolato programma di attività e spettacoli che il Teatro di Roma ha deciso di dedicare alla riscoperta della tragedia shakespeariana. Inoltre Hamlet sancisce l'incontro tra tre rappresentanti della nuova scena italiana: Andrea Baracco alla regia, Francesca Macrì di Biancofango in veste di drammaturgo e Luca Brinchi e Roberta Zanardo (Santasangre) alla cura dell’impianto scenico. Il trait d'union di queste tre voci è stato il laboratorio “Perdutamente”, che nel dicembre del 2012 ha coinvolto negli spazi del Teatro India diciotto compagnie romane. Il progetto era stato promosso dall'ex direttore del Teatro di Roma Gabriele Lavia, che in questo spettacolo, in veste di padrino del sodalizio, presta il volto in video e la voce acusmatica al defunto padre di Amleto.

L' Hamlet di Baracco, coerente con l'epoca in cui rivive, ha poco del profondo dissidio interiore che da secoli tormenta il personaggio, come spiega il regista infatti, “è un Amleto che si porta addosso i segni di una deriva, la propria e quella di un'intera collettività”. Il corpo di Lino Musella che lo interpreta stenta infatti a stare in piedi, è quello di un mollusco ripiegato sulle sue “non volontà”. È un principe di Danimarca che sembra tratto da Gli Sdraiati di Michele Serra, segno di un degrado dell'umanità, di uno svuotamento della personalità, di un'evoluzione della specie di cui ancora non si ha contezza1. Cosi, questo Amleto dei giorni nostri si nasconde dietro il cappuccio della sua felpa, gioca con le cerniere e parla biascicando pensieri che non sembrano essere i propri. A infastidirlo è più la gelosia per la madre che non la morte del padre. Più che rabbia verso lo zio patrigno, prova un timore che al suo cospetto gli impedisce di conservare una postura eretta. Non è insomma un Amleto che lotta per i propri diritti, ma un principe precario che riconosce i torti subiti ma li accetta per incapacità di misurarsi con il nemico.

A stridere non è che questo Amleto, sia terribilmente calato nel nostro quotidiano, né che il linguaggio adottato per raccontarne i tormenti si avvalga dei dispositivi tecnologici, sonori e visuali, del contemporaneo. La tragedia sul principe di Danimarca è infatti un' icona del teatro internazionale e innumerevoli sono state le riletture del personaggio shakespiriano, le cui sfumature dal 1600 ad oggi, continuano a risultare emblematiche per tratteggiare il panorama filosofico dell'epoca che di volta in volta lo presenta in scena. A stridere piuttosto è che le voci che ne tratteggiano la rilettura, anziché intrecciarsi in un discorso organico, emergano spiccatamente sovrastandosi l'un l'altro. Sul palcoscenico dell'Argentina convivono infatti i corpi traduttori di dinamiche psicologiche, l'interesse per la forza evocativa della parola di Biancofango, accanto alla contaminazione espressiva fra video, musica ed estetica degli ambienti dei Santasangre. Il teatro d'attore di Baracco e Biancofango vs il teatro d'immagine dei Santasangre. Stupisce quindi che l'innesto tra due diversi modi di pensare il teatro, non aggiunga sovrascritture all'opera teatrale, (la cui struttura è rispettata quasi pedissequamente), ma l'appiattisca in un trionfo di clichè dell'estetica odierna. Il piano sonoro si articola tra atmosfere ambient, bassi techno e rumori provocati dall'amplificazione di alcune azioni e dall'utilizzo espressivo dei microfoni, manovrati dagli attori o lasciati penzolare dai loro corpi.

Le multiproiezioni di Luca Brinchi e Roberta Zanardo, dislocate in schermi opachi e semitrasparenti, risucchiano le esili figure della corte di Elsinore e la precarietà dell'uomo contemporaneo che lo spettacolo vuole raccontare. L'utilizzo del dispositivo della metateatralità stenta a delinearsi come effettiva riflessione sulla realtà. Poche battute (C'è del marcio in Danimarca! Nessuno qui è onesto! Gli attori vanno pagati!) e fragili espedienti si costituiscono come veicoli per far traghettare il testo su un piano extrateatrale senza mai riuscirci. È il caso del logoro gioco di riflessi che risucchia visivamente lo spettatore all'interno della scena, o della torcia utilizzata prima da Orazio e poi da Amleto per abbagliarlo. Lo spettacolo sembra infatti voler asserire che il Re usurpato del proprio trono, sia proprio lo spettatore. All'inizio dello spettacolo infatti, Orazio si rivolge direttamente agli spettatori nel dialogo con il fantasma del primo atto e più avanti Amleto e Orazio illuminano gli spettatori e li prendono in giro dicendo: “quello è un teschio di un avvocato morto, poi passano ad un altro spettatore.... e quello sarà un teschio di un medico”, ecc ecc. Artifici questi, che assomigliano a trovate ludiche per divertire questo Re tradito, piuttosto che invitarlo a chiedere giustizia.

 

  1. M. Serra, Gli Sdraiati, Feltrinelli Milano, p. 52. []
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