Ugo M. Olivieri

Oggi e domani, all’Università Federico di II Napoli, si tiene il Forum del dono organizzato dal gruppo di ricerca «A piene mani». Partecipano fra gli altri Alberto Lucarelli, Tommaso Montanari e don Tonino Palmese dell’associazione Libera.

Quella raccontata in questo libro è la storia di una metafora concettuale «forte» che è sembrata divenire una metafora politica in grado, almeno per un momento, di cambiare il panorama politico italiano. Parliamo della metafora dell’acqua come fonte di vita, come purezza e rinnovamento, che è stata la base linguistica e politica della campagna referendaria del 2011. Una campagna che con lo slogan «acqua bene comune» è riuscita a colpire l’immaginario di tanti cittadini, portando a una vittoria quasi plebiscitaria le posizioni contrarie alla privatizzazione delle risorse idriche.

Ugo Mattei lo riconosce nelle conclusioni quando afferma che «tra tutti i beni comuni, l’acqua è quello che viene più facilmente percepito come insostituibile e primario». E certo la metafora dell’acqua pubblica non sarebbe potuta divenire il centro della lotta sui beni comuni, contro la privatizzazione delle risorse ambientali e degli utili che se ne possono ricavare, se non vi fosse un sensus communis che sa come una delle risorse ambientali a più forte rischio di esaurimento sia appunto l’acqua.

Da tempo Mattei sta elaborando un concetto giuridico nuovo come quello di «beni comuni», che superi le dicotomie affidateci dal Novecento: pubblico/privato, proprietà esclusiva e proprietà pubblica, gestione privata degli utili e gestione economica pubblica, oggi sinonimo di spreco e di corruzione. Più che legare la nozione di bene comune ai singoli beni, e quindi compiere un catalogo dei cosiddetti beni comuni, Mattei e Quarta si soffermano sulle condizioni di gestione di quei beni come l’acqua, il territorio e l’aria: che riempiono dei bisogni sociali primari e che, necessari alla vita, sono il patrimonio che la generazione presente deve trasmettere a quella futura. Sono temi tipici del movimento ecologista che possono essere ritrovati nell’elaborazione di Mattei e altri giuristi che, riuniti attorno alla commissione Rodotà, hanno posto i «i beni comuni» come categoria giuridica nuova, «terza» rispetto alla tutela della proprietà privata presente nel diritto italiano o alla gestione pubblica delle risorse e della proprietà sviluppatasi sull’onda del Welfare degli anni Settanta e Ottanta. Anni in cui si sviluppa nel diritto pubblico la teoria dell’interesse diffuso: quello cioè, non dei singoli ma dell’insieme dei cittadini, a vedere tutelati diritti collettivi; anche limitando l’esclusiva proprietà delle cose come delle persone. La crisi del Welfare e le ben note vicende di Tangentopoli, archetipo della perenne corruttela italiota, minano proprio questo carattere sociale del pubblico.

In pagine talora molto tecniche ma certo illuminanti, Mattei e Quarta ricostruiscono la progressiva trasformazione della gestione dell’acqua da parte delle aziende municipalizzate nel modello delle società miste di capitali pubblici e privati. Un mutamento terminologico cruciale si consuma a partire dagli anni Ottanta-Novanta: i servizi diventano merci, gli utenti diventano clienti e le municipalizzate, in base alla legge 142/1990, diventano esplicitamente società di servizi che devono vendere l’acqua secondo una logica di remunerazione degli azionisti e prezzo di mercato per i «clienti». È qui che interviene il referendum del 2011: congiunzione tra la militanza trasversale di organizzazioni di varia provenienza (ambientalista, sinistra critica, volontariato cattolico) riunite attorno al Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e militanza «scientifica» di giuristi come Mattei, Lucarelli e altri. Il movimento per l’acqua usa creativamente concetti giuridici, quali quello di beni comuni, e metafore fondatrici d’immaginario sociale.

Quello che rimane fuori, dal libro di Mattei e Quarta, è una spiegazione di come mai, dopo questa vittoria così schiacciante del referendum, l’esperimento dell’assessorato napoletano dei Beni Comuni e la trasformazione della municipalizzata napoletana dell’acqua in azienda «bene comune» siano divenuti un’opzione politica in arretramento. Una parte della responsabilità la porta con sé il PD che, dopo aver abbracciato tardi e male la causa referendaria, ha continuato a parlare il linguaggio della concorrenzialità dei servizi e della remunerazione economica di diritti e servizi. Una parte di responsabilità deve assumersela però anche la sinistra radicale: quando non ha compreso che, dopo vent’anni di berlusconismo, era un pericolo reale la trasformazione dei bisogni in consumi, delle esigenze di comune presenti nel referendum nella genericità dello star bene collettivo come ubriacatura consumistica. E che poi tutto ciò, con la crisi, poteva trasformarsi in «debito in comune» e nello sforzo comune per tornare a essere competitivi.

Queste pagine che al testo mancano le dobbiamo scrivere noi lettori oggi. Portando avanti ad esempio una riflessione su come legare Beni Comuni e forme del vivere comune (dalla democrazia di prossimità nei territori alla democrazia partecipata negli enti territoriali, come sta facendo Alberto Lucarelli) o sui rapporti tra comunità e singolarità, mettendo insieme il tema dei Beni comuni e il paradigma del dono come legame di reciprocità: è quanto farà il collettivo di studiosi napoletani del Gruppo di ricerca «A piene mani» nei due giorni del Forum del dono che si terrà il 2 e il 3 ottobre presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Federico II.

Ugo Mattei-Alessandra Quarta
L’acqua e il suo diritto
Ediesse, 2014, 138 pp.
€ 12,00

 

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2 Risposte a Acqua passata

  1. Roberto Caradonna ha detto:

    L’acqua è un bene comune ma non perché rappresenta un’idea socialista bensì perché NOI abbiamo qualcosa in comune con l’acqua.L’elemento che è dentro di noi e fuori di noi.È la Madre Terra che è un bene comune e…l’abbiamo sfruttata sin troppo portandoci alla conclusione unica e reale di quello che viene definito “pensiero globale!”.

  2. Nicola Scannicchio ha detto:

    Come dicono Mattei ed anche Caradonna, sull’ accqua e sul resto il problema non è che è comune, che è ovvio almeno nel senso che non è proprietà di nessuno; ma che cosa questo comporta sui criteri della sua utilizzazione e gestione. Da questo punto di vista che la gestione sia effettuata da soggetti privati per un profitto, o da una municipalizzata per il consenso politico o sociale o da un ente esponeziale a fini di “riappropriazione sociale” diventa del tutto inconferente. Si inserisce nel circuito comunque un soggetto “terzo” che può produrre comunque costi e “debiti” per impossessarzi dei vantaggi “comuni” quali che siano: profitto, consenso politico attraverso nomine e favori, consenso sociale attraverso la formazine di “debito”.
    Il problema perciò è trovare i criteri (regole) per fare in modo che – in ciascuno di questi casi – la “comunità” dell’ oggetto abbia la sua rilevanza.
    Il che potrebbe avvenire addirittura anche in caso di gestione privata se a quella parte comune si dà un “prezzo” che si risolva in un beneficio sicuro per i suoi “detentori”: sia questo vantaggio individuale di “tutti” (sconto graduato sulle tariffe), partecipazione e controllo sulla gestione da parte di “tutti”; determinazione dei fini dell’ attività da parte di “tutti”.
    Anche l’ anima è un bene comune però, cionostante, da duemila anni appartiene al diavolo, agli angeli o, in tempi moderni, alla televisione. Il modo per evitarlo non è “tenerla”, ma sapere come metterla “in comune”.

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