Lisa Ginzburg

In quale misura il clima che pulsa nella redazione di una testata nazionale principale, può essere eloquente della temperie politica di un paese? E prima ancora, cos'è oggi la vita interna di un grande quotidiano – oggi che a grandi passi il web si sostituisce alla carta, le edicole chiudono allo stesso forsennato ritmo con cui i social si impongono, cadenzano l'informazione così come i rapporti di forza professionali, quando non i nessi stessi tra la realtà e il suo racconto?

A una sostanziale autonomia (soci azionari sono gli stessi redattori), Le Monde tende da sempre a conciliare le posizioni di una media borghesia illuminista a quelle di un cattolicesimo di sinistra i cui orientamenti non sono, in Francia, di minor peso. E tuttavia, se il giornale ha conosciuto molte fasi critiche, aspri e tesissimi dibattiti interni, mai sembrerebbe veder vacillare le proprie fondamenta come in questo passaggio di epocale trasformazione “mediatica”.

Yves Jeuland (in precedenza autore di documentari a soggetto politico- elettorale) ha realizzato un film/ritratto de Le Monde – della sua vita in doppio senso quotidiana, di attualità – ponendo al centro proprio questo slittamento: il viraggio che l'informazione subisce nel momento in cui forme e mezzi di propagazione velocizzano quasi incontrollatamente il ritmo del lavoro. Riflessioni sul valore informativo del mezzo twitter, sul depossessamento identitario che per i giornalisti può derivare dall'apertura di un blog, quando d'improvviso ci si vincola a nient'altro che all'avere molti o troppo pochi followers.

Svariate interviste radiofoniche e televisive date dalle più prestigiose firme del giornale su tal genere di temi insieme irrilevanti e capitali, comunque dirimenti non foss'altro per il loro segnare uno spartiacque, un solco di confine tra epoche in modo irrimediabile distanti tra loro. Di lì, lo strabismo di una linea editoriale divisa tra un sito web più sensazionalista, ma anche più coraggioso, e un formato cartaceo che fondamentalmente annaspa. “Normalisti e intellettuali se ne sono andati”, commenta malinconico Arnaud Leparmentier (noto commentatore dell'Eliseo “sarkozista”).

Una “volgarizzazione” dello stile del giornale che corrisponde a una sua banalizzazione, secondo molti pensatori e scrittori che vi hanno scritto in passato; e tuttavia una metamorfosi che non necessariamente segna un vero addio al passato. Alle interviste sul magmatico argomento “informazione e web”, fanno da contrappeso i taccuini fitti di appunti e le telefonate con le quali i giornalisti inviati “sul campo” descrivono ai colleghi chiusi nel grattacielo a vetri affacciato sul quai Blanqui, l'andamento di comizi e raduni elettorali.

Entropia versus empiria: sfondo è la campagna elettorale del maggio 2012, con un François Hollande baldanzoso e sorridente (difficile sovrapporlo al presidente che oggi tenta la carta di appellarsi a una trascendente serenità, pur di garantirequasi minacciosamente a giornalisti e telespettatori – e ben prima, a se stesso: “comunque sia, resto”). Il raduno degli hollandiani a Vincennes, tra prima e seconda tornata di voto. Il comizio la notte della vittoria, nello scenario di un grande teatro mediatico di cui l'allora consorte Valérie Trierweiler fu subdola regista nonché marionetta protagonista (lontani ancora, i più recenti pettegolezzi rosa: eppure aleggiava già, presago, un clima di impercettibile inconsistenza...).

Sull'appoggiare o meno il presidente in corsa, la redazione del quotidiano francese si divise, e l'atmosfera delle riunioni fu per giorni gravida di un disagio crescente. “Ipocrisia è sport diffuso in questo giornale”, aggrediva una dei redattori, tagliente; “eppure bisogna distinguere tra ipocrisia e realtà...”. Nei corridoi del quai Blanqui, ogni azzardo di lettura politica un poco sbilanciato diviene oggetto di implacabili disamine, aspre dialettiche. Un titolo provocatorio, che equipara il populismo di Marine Le Pen a quello di Jean-Luc Mélenchon, costa al coordinatore capo della “newsroom” politica critiche interne a tutto campo. Intanto si sussurra sul totoministri, e letture sovrapposte di possibili scenari governativi risuonano ben più appassionanti di quella che sarà poi, in un rovinoso decorso, la scena politica della Francia degli ultimi due anni e mezzo.

Per il resto, nell'esitazione che opacizza volti e argomentazioni, nella forbice via via più ampia tra linguaggio e realtà, si ha l'impressione di percepire il medesimo grande interrogativo che pesa su tutta l'informazione contemporanea, stritolata dai suoi propri mezzi, vanificata quanto allo spessore per la necessità vitale di adeguarsi a ritmi e modalità che non le apparterrebbero “naturalmente” (esiste una naturalità dell'artificio? Questa persino accade di rimpiangere, quando la “riproducibilità tecnica” dell'informazione sembra averne snaturata la componente realistica).

Il documentario di Yves Jeuland ha valore nella misura in cui racconta di questa crisi di stile nel cui cono volteggiamo, sempre più veloci. È un omaggio al compianto direttore de Le Monde Erik Izraelewicz, così come a un comitato di redazione forte, compatto, determinante. Se pure a tratti un po' patinato, è un buon saggio visivo sul giornalismo. Ma più di tutto, è un grido d'allarme. Dito puntato sul baratro di disidentificazione che può minacciare alla base ogni forma di cronaca: quell'entropica inconsistenza nel cui nome è verosimile fare piazza pulita non solo dei giornali, ma della tradizione stessa del buon giornalismo.

Il 19 dicembre prossimo, Le Monde festeggerà i suoi settant'anni di vita. Lunga vita a Le Monde. Più lunga ancora se ritrovasse un volto meno di facciata, dei lineamenti più marcati, non fluttuanti per via della preoccupazione di adeguarsi alla rete, alle sue leggi e i suoi stilemi (Mediapart, quotidiano on-line fondato nel 2008 dall'ex direttore de Le Monde Edwy Plenel, gode di ben più evidenti solidità d'impianto editoriale e spessore di approfondimenti). Bisogna fare grande attenzione – questo Jeuland con il suo Les gens du Monde sembra dirci. Perché lo strabismo tra carta stampata e web rischia di condurre, nella lunga durata, a una correzione dell'asse oculare della prima su quello del secondo. E non è detto affatto detto che per quello vedremo e capiremo meglio il mondo. Anzi.

 

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