Tiziana Migliore

Che ne è stato del “nuovo realismo”? L’epidemia di polemiche e consensi esplosa con il Manifesto (2012) di Maurizio Ferraris cede il posto, oggi, a una metabolizzazione intelligente. Secondo Ferraris costruttivismo e postmoderno, attraverso le tesi che “nulla esiste fuori dal testo” (Derrida) e che “non ci sono fatti, solo interpretazioni” (Nietzsche), hanno prodotto nel Novecento un “antirealismo professionale”. Occorre tornare a distinguere “zone d’essere naturali”, come il battito o la respirazione, e “zone d’essere culturali”, socialmente costruite. In barba a Michel Foucault, ci sarebbero cioè la follia come dato ontologico (comportamento sintomatico) e la follia come dato epistemologico (spiegazione medica). Ma corrisponde al vero un realismo per spalti separati? Tifosi dello “zoccolo duro”, da un lato, e tifosi dei linguaggi e delle semantiche dall’altro?

Per Luca Taddio la partita non si gioca su questo piano. Nel saggio Verso un nuovo realismo Taddio chiarisce l’utilità di un ripensamento del reale. Respinge lo iato fra datità a priori e processi metariflessivi, che è senza sbocco, per considerare la dimensione non umana e non antropocentrica dell’ontologia. L’essere è “carne del mondo” (Merleau-Ponty) e ci prende “a calci” (Eco) solo metaforicamente. Ha invece le proprie “pertinenze morfologiche” (Prieto): consistenze, resistenze e attriti non riducibili alle istanze del corpo umano. Così la percezione del passaggio davanti-dietro di un veicolo non è dettata dalle nostre abitudini, ma dall’intervallo di tempo tra la sparizione di A e la comparsa di B.

Il libro di Taddio invita a un’articolazione dello “star di contro dell’oggetto” (Kant), constatando però che, “ogniqualvolta localizziamo la realtà, incontriamo il fenomeno e mai la realtà stessa” (p. 94). Gli “osservabili in atto” non possiedono un noumeno al di qua dell’apparenza; “ci incontrano” (Metzger) a partire da una Gestalt già strutturata, in grado di contagiare il soggetto percipiente. “Se l’occhio non fosse solare, come potremmo vedere il sole?” (Goethe)

Il superamento della preminenza ontologica della carne del corpo, “Nullpunkt di tutte le dimensioni del mondo” (Merleau-Ponty), era stato auspicato anche in fenomenologia: “l’essere della sensazione non è la carne, ma il composto di forze non-umane del cosmo” (Deleuze e Guattari). Si tratta adesso di dimostrare che questi fenomeni sono compatibili con un approccio realista – non dipendono dalla coscienza – e vanno letti iuxta propria principia: il rapporto figura/sfondo, la trasparenza, il completamento amodale…, oltre che leggi immanenti all’organizzazione della materia, su cui si sono interrogati studiosi come René Thom e Ilya Prigogine. Sulla scia di Paolo Bozzi, Taddio delinea un metodo di analisi applicato alla fenomenologia della percezione.

Chiave di volta è il rifiuto dell’assioma che sia “reale” la stabilità del fenomeno rispetto al soggetto o la sua stabilizzazione da parte del soggetto. La metafisica occidentale ha sempre tentato di cogliere l’epistéme come sapere stabile, opposto al divenire. Ma “il disco bianco e nero non è la realtà rispetto al disco grigio in movimento, poiché il disco bianco e nero, in movimento, è grigio” (p. 94). La stabilità – direbbero linguisti e semiologi – è un “aspetto puntuale” del dinamismo delle cose, come il surplace nel ciclismo o nella danza, condizione di equilibrio pensabile (“metastabilità”) che dura finché c’è energia per mantenerlo.

La scommessa del nuovo realismo è di creare un accordo fra una comprensione percettiva della realtà e una comprensione cognitiva ed epistemica, includendo le scienze dure nella filosofia. Marcello Losito, nella postfazione del libro, valuta l’efficacia di un realismo percettivo metastabile in fisica e in matematica. Non vuol dire postulare che la percezione sia asemantica, anzi realtà deriva da “res”, ciò che “costituisce il contenuto della cosa” (p. 117). Il triangolo di Kanisza, stando all’analisi dello stimolo distale, non esiste fisicamente, ma la sua presenza da un punto di vista fenomenico è innegabile, ripetibile e condivisibile, quindi oggettiva. Ugualmente, l’esperienza del bastone spezzato nell’acqua è giudicata illusoria perché fuori dall’acqua il bastone appare intero. Ma nell’acqua è intero perché modifichiamo il sistema di riferimento, cognitivo e non percettivo. L’integrazione cognitiva elabora un controfattuale non rilevabile mediante osservazione e che non può, in alcun modo, alterare o emendare l’evento sul piano percettivo. Viceversa, il fenomeno vincola la descrizione a correggersi.

Gli artisti colgono queste esperienze: fanno cose con i fenomeni” (p. 113). Già in un saggio del 2013 Taddio indagava le leggi gestaltiche attraverso la pittura di Magritte. Qui accenna alle “immagini-evento” del cinema, dove il regista utilizza indizi monoculari di profondità – prospettiva, gradienti di tessitura, grandezza relativa, ombreggiatura – che retroagiscono sulla visione degli spazi naturali. Il procedimento è uguale e contrario a quello di Ernst Gombrich. In entrambi i casi viene meno l’estetica trascendentale delle forme pure a priori; e si attenzionano effetti di senso. Ma Gombrich polarizza la culturalizzazione del naturalismo, l’abilità con cui gli artisti creano, con espedienti visivi, un universo di illusioni significanti: “non mi chiedo come guardiamo il mondo, ma come guardiamo i quadri” (Gombrich). Taddio invece carica positivamente la naturalizzazione della cultura: i fenomeni percettivi, strutturando il visibile, ne determinano il grado di realtà e giustificano l’esistenza del mondo esterno (p. 71).

Purtroppo il ritenere che la percezione fenomenica sia “immediata” o “esperibile direttamente” (pp. 70-71) ostacola la fruttuosa complementarità fra i due approcci. Una semplificazione, dovuta al rifiuto di qualsiasi velo di Maya, mina l’impianto teorico di Taddio. Verificato che il mondo non è “una mia rappresentazione” (Schopenhauer), se il triangolo di Kanisza “è reale tanto quanto il foglio e il tavolo su cui è appoggiato” (p. 88), regime e ruolo non sono gli stessi del foglio e del tavolo. Su un medesimo piano di immanenza il triangolo, infatti, è una figura enunciativa che emerge grazie alle mediazioni enunciazionali del foglio e del tavolo. Scendiamo a patti sul concetto di “mediazione”: non la parousia limite di una realtà che resta oltre e altro, inconoscibile, ma i molti intercessori, delegati, luogotenenti (Latour) per comprendere questa realtà.

Luca Taddio
Verso un nuovo realismo
Osservazioni sulla stabilità tra estetica e metafisica
Jouvence (2013), pp. 252
20,00

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi