Antonio Loreto

Se l’armonia è un concetto che riferisce della concordanza, della proporzione, della felice relazione tra elementi diversi, Paragrafi sull’armonia di Michele Zaffarano è in effetti un libro sull’armonia. Perché si occupa di – o viene occupato da – un certo numero di relazioni, forse non felici ma trattate con quella leggerezza, didascalica, che possiamo ormai riconoscere tipica dell’autore: tra prosa e poesia, tra parole e cose, tra parole. Dicendo tutto insieme: Zaffarano interviene sulla relazione tra le parole per fare di una prosa saggistica (Il Capitale di Marx) un’opera, in versi, che rifletta sulla relazione tra lingua e realtà materiale, tra lingua e società, sulla lingua o il linguaggio “come lavoro e come mercato”, mostrando tali relazioni sotto una luce propriamente marxista. Operazione che avrebbe potuto compiere Ferruccio Rossi-Landi, fosse stato mai poeta.

Il nucleo originario di questi testi si intitolava in effetti Prose marxiane, e il peritesto non manca di ricordarlo o di renderlo noto. Il titolo definitivo lascia cadere l’aperto riferimento a Marx ma conserva l’annuncio, solo a prima vista ironico, della forma prosastica. Nell’ambito della scrittura di ricerca alcune unità di prosa (il paragrafo appunto, o la frase) sono connotate nel senso di un superamento dei supergeneri della prosa e del verso. Accanto a una tradizione di scrittura speculativa e critica (Wittgenstein, Guy Debord), teorica e di poetica (Sol LeWitt, Kenneth Goldsmith), ve n’è una “poetica” (da Gertrude Stein ad Amelia Rosselli a Ron Silliman e K. Silem Mohammad) che – sfondando la porta aperta dalla linea whitmaniana del verso-frase – sostituisce il verso, la strofa e la lassa (che comunque appartiene ancora a una scrittura poematica: si pensi ai romanzi di Balestrini) con la frase e il paragrafo, proprio.

Marco Giovenale, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi adoperano oggi con familiarità estrema queste forme, anche se la dimensione speculativa, teorica, di riflessione poetica, rimane perlopiù presupposta e implicita. Al contrario, Paragrafi sull’armonia da un lato mette effettivamente in pagina un discorso teorico e nomina esplicitamente l’unità del paragrafo, dall’altro di fatto, con disinvoltura, offre versi, come già faceva Cinque testi tra cui gli alberi (penultimo libro di Zaffarano, uscito per Benway Series lo scorso anno); versi che hanno le loro brave anadiplosi, le loro brave anafore, in qualche caso hanno delle rime, delle figure etimologiche: che, cioè, si esibiscono come tali.

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Foto di Dino Ignani ©

D’altra parte questi versi sono costruiti (e anche questo lo facevano già i Cinque testi) con una struttura logico-argomentativa che spesso emerge laddove alcuni punti di articolazione del discorso – per quanto frammentato, procedente a strappi – si danno tramite versi-parola o versi-locuzione («oppure», «per esempio»); o magari propongono una dittologia che poi non manca di essere sottoposta a qualcosa che assomiglia a scomposizione ed analisi. Ad analisi è più in generale sottoposta la lettera del Capitale, scomposta nei suoi elementi, per proporre una nuova sintesi in cui il verso è metodo di speculazione ulteriore, retta sulla sostituzione del termine “merce” con il termine “parole” (che spesso compare – producendo una significativa assonanza – in prossimità del termine “valore”) e su altre sostituzioni di questo tenore.

In pratica si chiama in causa il valore d'uso di un manufatto e il valore di scambio di una merce, istituendo un parallelo assai lineare ma non per questo meno efficace: si finisce a ragionare di valore d'uso della parola strumentale (del linguaggio di per sé considerato, che conserva memoria della propria produzione – e per questo l'opera di Zaffarano non poteva che costituirsi come ipertesto che rendesse palese il proprio ipotesto) e valore di scambio della parola letteraria (ma direi in generale della comunicazione simbolica), assimilata appunto alla merce, compresa nel suo carattere misterioso, mistico, feticistico.

Una produzione letteraria, dicevo, rossi-landianamente vista come lavoro, che può avere esito in oggetti circolanti secondo il regime del valore di scambio, le opere relazionandosi l’una con l’altra esclusivamente come geroglifici sociali (è espressione marxiana: “il valore [di scambio] trasforma ogni prodotto del lavoro in un geroglifico sociale”), cioè perdendo il contatto con la realtà da cui si producono. Una partenogenesi che è ciò contro cui un’avanguardia sana in primo luogo si muove (pur sanguinetianamente consapevole del fatto che il mercato, e il museo, la minacciano come un destino); e che – mutando quel che si deve – è in certa misura alla base delle cicliche crisi dei vari stadi del capitalismo. Una partenogenesi che funziona un po’ come la propagazione degli armonici.

Michele Zaffarano
Paragrafi sull'armonia
IkonaLìber, 2014, pp. 80

€ 9,50

 

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