Lelio Demichelis

Basta distinzioni manichee tra tecno-entusiati e tecno-fobici. Basta considerarci dinosauri tecnologici e conservatori e magari anche reazionari solo perché osiamo cercare di far cadere il muro dell’ideologia della rete con un poco di sano pensiero critico. Basta con le retoriche ormai stucchevoli su come è bella la rete, su come è innovativa la rete e magari anche un poco anarchica e molto libertaria, quando è sempre più autoritaria e peggio del Grande Fratello (Big Data&Datagate).

Basta con le presunte rivoluzioni dei social network, fantasia dei tecno-entusiasti e dei tecno-feticisti occidentali per i quali basta cingettare per cambiare il mondo. E basta con le paginate ossequiose sull’internet delle cose e su come sono buoni e bravi gli oligopolisti della rete quando fanno un po’ di filantropia in giro per il mondo. E basta anche continuare a credere che la rete ci liberi dal lavoro e dalla fatica, visto che è accaduto esattamente l’opposto.

È ora di dire - laicamente e illuministicamente: basta! Dobbiamo essere orgogliosamente laici anche verso la nuova religione e la nuova chiesa della rete. Dobbiamo essere dissidenti contro il cyber-totalitarismo e chiedere e pretendere che la rete sia davvero democratica, davvero libera, davvero controllabile da adeguati contropoteri democratici. Perché se un tempo si diceva che la democrazia non doveva fermarsi ai cancelli delle fabbriche ma entrarci dentro, bene allora la democrazia deve entrare anche nella rete, passarne i cancelli e poi lasciarli aperti, perché non basta dire social per farne qualcosa di davvero sociale e democratico e non basta dire condivisione per far pensare a una libera società di umani.

Oggi però e finalmente - dopo anni di retorica, di sfacciata propaganda a favore della rete, dopo anni di si deve essere connessi come nuovo imperativo categorico e come dovere sociale e politico (tecno-politico) - si può gridare, come il bambino della favola, che la rete è nuda, che non è libera né democratica (come il titolo dell’ultimo splendido Idòla di Laterza del Gruppo Ippolita), né libertaria e che anzi è proprio il contrario di ciò che dice/promette/manipola di essere.

(In verità non è proprio così: le resistenze della chiesa-rete, dei suoi teologi, dei suoi missionari in giro per il mondo, dei suoi retori sui mass-media e dei suoi intellettuali organici in servizio permanente effettivo, dei suoi pedagoghi a tempo pieno e delle sue inquisizioni tecnologiche sono ancora fortissime. Essere laici poi è sempre stata una pratica da minoranze e i dissidenti che fanno pensiero critico danno sempre fastidio. Ma qualcosa sta forse cambiando davvero).

Fino a qualche tempo fa eravamo pochi, eravamo solitari ed emarginati. Quando nel 2008 e poi nel 2010 scrivevamo che l’organizzazione del lavoro in rete era del tutto simile alla vecchia catena di montaggio e che la rete era un totalitarismo, anche se tecnologico e non politico come i precedenti, lo facevamo sapendo di dire qualcosa di scomodo. E quando Carlo Formenti parlava di felici e sfruttati per dimostrare che internet non aveva ammorbidito e democratizzato il capitalismo, esaltandone piuttosto le capacità di sfruttamento, allevando una generazione di individui superconnessi e convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili accettando felicemente di essere sfruttati ancora di più, faceva qualcosa di analogo.

Ma oggi (dopo Carr, Metitieri, Bauman, Turkle, Simone e altri ancora), il pensiero critico, laico e democratico sulla rete si sta ampliando, è sempre non amato e però…. Due ultimi libri lo dimostrano. Quello di Evgeny Morozov - Internet non salverà il mondo - parla di internet-centrismo e di soluzionismo come drammatici paradigmi ormai immodificabili: dove il soluzionismo è l’idea (forse meglio: la fede, il dogma) secondo la quale per qualsiasi problema esiste una risposta digitale (e il nostro pensiero torma ad Anders o a Ellul che dicevano cose simili molto prima di Morozov); mentre l’internet-centrismo è l’imperativo per cui tutti gli ambiti dell’esistenza, individuale e sociale, politica ed economica, per diventare migliori devono adattarsi alle caratteristiche e alle forme della stessa rete (e si torna ancora ad Anders e alla sua analisi di cinquant’anni fa su come le forme tecniche siano diventate, senza che ce ne accorgessimo, le forme sociali dominanti).

Rete che sarebbe ormai un ecosistema (e notare l’abuso insistito di questo concetto legato al mondo naturale per definire/normalizzare qualcosa di invece assolutamente artificiale), capace di autoregolarsi. Contro questa idolatria della rete, Morozov - uno dei migliori scettici della rete – propone di ritrovare alcuni valori umani che la rete ci sta facendo perdere e soprattutto ci ricorda che l’imperfezione, il disordine, la possibilità di sbagliare e soprattutto la capacità di essere soggetti e non nodi di una rete “sono elementi costitutivi della libertà e qualunque sforzo miri a sradicarli”, affidandoci appunto al soluzionismo e all’internet-centrismo - finirà per sradicare anche la libertà”. Dominati come siamo, per di più da quegli aggregatori di informazione e di conoscenza che somigliano tanto ai poteri eteronomi contro cui si scagliava a ragione il buon Immanuel Kant. Occorre passare allora ad un approccio post-internet, che valuti criticamente i modi in cui le nuove tecnologie vengono prodotte e la propaganda che le sostiene “per farle sembrare inevitabili”. Occorre ‘secolarizzare’ il dibattito sulla rete. Per non scivolare felici e connessi nel nuovo totalitarismo.

E Federico Rampini e questo suo ultimo Rete padrona. Con l’obiettivo di smontare il potere di questa rete che ormai domina e governa le nostre vite. Secondo Rampini, oggi questa rete ha gettato la maschera, facendoci vedere che il suo apparente e retorico libertarismo delle origini nasconde i nuovi padroni del mondo: Apple, Google, Amazon – ma poi la Nsa, il Big Data, il controllo capillare e incessante, la vita dominata dagli algoritmi. Rete padrona, inattaccabile, inafferrabile perché globale e virtuale, capace di aggirare le leggi e le regole del fisco e quei basilari principi che rendono vera una democrazia (con Amazon che vieta il sindacato in fabbrica). Dove la mitica (mitizzata) Silicon Valley sembra essere luogo di scontro tra l’anima anarchico-libertaria e quella monopolistica della rete, dove però per i padroni “l’evoluzione è quasi sempre unidirezionale, idealisti da giovani, avidi di potere da vecchi”.

Tutti avevano promesso di inventare un capitalismo nuovo, ma poi hanno creato una sistema più diseguale. Perché la rete e la sua razza padrona si è presto alleata con la vecchia razza padrona di Wall Street. Perché la rete è neoliberista e soprattutto è strutturalmente capitalista e l’idea della condivisione, del wiki, del prosumer – aggiungiamo – è solo l’evoluzione del vecchio ordoliberalismo tedesco e della sua idea di addestrare ciascuno alla logica della competizione. E dell’essere imprenditori di se stessi.

Anche Rampini parla di tecno-totalitarismo. E come Morozov, di rete come forma religiosa. Ma non risolve (analogamente a Morozov) due questioni invece fondamentali: come conciliare rete e democrazia; e come sapere se la rete è neutra e neutrale oppure se ne siamo dominati e quindi non è neutrale (nella seconda di copertina Rampini scrive che il tecno-totalitarismo non è neutro né innocente, ma altrove scrive che le tecnologie sono neutre e non hanno colore politico).

Chiarire questi aspetti, in particolare il secondo diventa decisivo, perché se la rete è neutra (come i più credono), allora possiamo tornare ad esserne padroni, basta volerlo; mentre se non lo è (come noi crediamo) ma persegue gli obiettivi propri dell’apparato/organizzazione (è cioè un meccanismo autoreferenziale e autopoietico), allora dobbiamo cambiare strategia.

Federico Rampini
Rete padrona
Il volto oscuro della rivoluzione digitale
Feltrinelli (2014), pp. 278
€ 18,00

Evgeny Morozov
Internet non salverà il mondo
Mondadori (2014), pp. 453
€ 19,00

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