Marco Pacioni

Lo specialismo non è più soltanto expertise, competenza specifica, ma sempre più mera attenzione al singolo elemento. Per essere il più possibile mirata, la specializzazione separa la componente dal contesto. Ciò facendo genera l’idea che il pezzo di realtà studiato sia in grado di illuminare di luce propria la ricerca. Il risultato che di frequente tale approccio ottiene è la decontestualizzazione. Tale semplificazione – la concentrazione su un livello, l’eliminazione di strati in estensione e profondità – è poi altrettanto frequentemente indicata a modello per la didattizzazione e la fruizione delle ricerche offerte al pubblico.
Queste considerazioni vengono in mente per contrasto dopo la lettura di due libri diversi fra loro, entrambi però simili riguardo l’importanza dei contesti e delle stratificazioni.

Entrambi, quello di Alessandro Celani, Una certa inquietudine naturale. Sculture ellenistiche fra senso e significato (Aguaplano, pp. 769, € 70,00) e quello di Georges Didi-Huberman, Scorze (trad. it. di Anna Trocchi, Nottetempo, pp. 74, € 10,00) sono animati dall’idea che l’archeologia non sia soltanto un’identificazione di elementi collocabili in una cronologia, ma che sia soprattutto un processo che penetra o ricostruisce velo su velo, distanza dopo distanza. Per entrambi i libri l’archeologia è un modo di guardare simile a quello di un viaggiatore che gira attorno alle cose, torna sui suoi passi, scruta le superfici e prende nota visiva di ciò che osserva. In tal senso, sia per Celani che per Didi-Huberman, l’archeologia è una forma mentale e una modalità di visualizzare quest’ultima: un modo di fotografare. Entrambi i libri, infatti, cosa inconsueta, ospitano fotografie fatte dagli autori.

Didi-Huberman Scorze_02 (600x450)

Nel primo caso, l'argomento archeologico della scultura ellenistica – ci si concentra soprattutto su sculture romane nel basso Lazio e a Roma fra la fine della repubblica e l’inizio dell’età imperiale – si estende fino a farsi riflessione che tocca la cultura, la sociologia e la politica. E viceversa, queste a loro volta tornano all’oggetto studiato ridando corpo a strati nel frattempo diventati invisibili o al contrario rendendo trasparenti altri strati in modo da far emergere quelli sottostanti. Nel libro di Celani sono però soprattutto le stratificazioni mentali che si interpongono fra l’opera e chi la osserva ad essere sfogliate o ricomposte. In tal senso, e anche per la straordinaria orchestrazione di riferimenti di cui è capace la prosa dell’autore, nonché per la simultanea possibilità di leggere in sequenza o indipendentemente i capitoli, il libro di Celani è un ammaestramento alla distanza che il titolo indica essere soprattutto nello spazio «fra senso e significato». O, per dirla in altre parole, fra le donne e gli uomini in marmo e quelli in carne ed ossa.

Tutto ciò non è soltanto documentato verbalmente ma, come si diceva, anche attraverso le fotografie che non vogliono lasciare nulla all’ovvio. È questo anche il motivo di rifotografare statue, da parte di Celani, delle quali esistono già molte immagini. Immagini che non vogliono essere soltanto didascalie. Ragione per la quale esse non sono appaiate al testo, ma costituiscono da sé un capitolo il cui snodo suggerisce al lettore una narrazione visiva complessiva oltre alla funzione di corredo iconografico del discorso che le riguarda. Anche a motivo di ciò, quello di Celani è un libro dove con grande efficacia il presente irrompe nel passato e viceversa producendo illuminanti contrasti storici e interdisciplinari che suggeriscono molti più itinerari di quanti l’autore ne compia. Caratteristica quest’ultima che rende salutarmente difficile una classificazione specifica di questo libro, scritto non soltanto per archeologi di professione.

Il caso di Didi-Huberman è invece un po’ il reciproco di quello di Celani. Fa seguito anzitutto all’importante Immagini malgrado tutto (Raffello Cortina, 2005) che trattava delle quattro foto del 1944 fatte da appartenenti al Sonderkommando di Aushwitz, ma anche a libri come Ex-voto (Raffaello Cortina, 2007), La somiglianza per contatto. Analogia, anacronismo e modernità dell’impronta e La conoscenza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagini (Bollati Boringhieri 2009 e 2011); libri nei quali Didi-Huberman riflette sul rapporto fra archeologia e immagine.

Didi-Huberman Scorze_13 (600x450)

In Scorze, Didi-Huberman visita luoghi, i campi di sterminio nazisti, ora filtrati dalla musealizzazione, dalla routine turistica, dalle incrostazioni concettuali che l'autore vuole penetrare nuovamente attraverso uno sguardo archeologico appunto capace di ritrasformare la semplice visita in nuova esperienza testimoniale. Ma cosa c’è ancora da far riaffiorare alla testimonianza in luoghi quali Aushwitz e Birkenau che sono già di per sé testimonianze? E che cosa li distingue, visto che secondo l’autore «oggi Aushwitz tende al museo, mentre Birkenau non è più che un sito archeologico»?

Per Didi-Huberman, la superficie ha sempre una profondità, una materialità. Niente può davvero scivolare senza lasciare traccia. La superficie è in realtà una scorza – cioè strati – come quella delle betulle intorno al campo di sterminio. Nella scorza il linguaggio dei reperti funziona anche a ritroso: rende significanti segni anche se prima questi non avevano o avevano altri significati. Soprattutto, la scorza mostra che il supporto sul quale si tracciano segni, causalmente o accidentalmente, è già linguaggio. È il linguaggio che rende possibile la lingua, la sua visualità.

Per Didi-Huberman documentare è un’operazione d’intreccio, un’espansione centrifuga che disegna o meglio fotografa un contesto, un sopra e sottotesto: gli stessi punti di vista che rendono visibile e in qualche modo comunicabile la testimonianza. Al di qua di tale operazione d’intreccio sta l’esposizione didattizzata apparentemente specifica ma per ciò stesso semplificata dell’immagine per il tour. Al di là sta invece la metafisica dell’inimmaginabile, indocumentabile e incomunicabile di cui si è fatto paladino soprattutto Claude Lanzmann nel suo lungometraggio Shoah (1985).

Non solo nell’immagine fotografica, ma anche riflettendo sull’immagine cinematografica, in Scorze Didi-Huberman fa, anche polemicamente, l’opposto di Lanzmann. A differenza del campo lungo e dell’immagine frontale del regista di Shoah, Didi-Huberman si avvicina e allontana, corre su e giù come sui binari per piano-sequenza, evocatori sia delle rotaie dei treni che conducevano all’annientamento sia delle carrellate scelte da Alain Resnais in Notte e nebbia (1955). Tenendo il paragone con Resnais, le fotografie di Didi-Huberman si può dire che siano come delle immagini-sonda accompagnate da parole che sanno arrivare fino alla cenere persino dalla punta delle betulle che toccano il cielo dove il fotografo ha dovuto «nascondersi per vedere».

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