Stefania Parigi

«Fellini è una savana piena di sabbie mobili». Così scrive Pasolini nel 1957, ricordando il suo primo incontro con il regista e la sua collaborazione a Le notti di Cabiria. È ancora un po’ intimidito, dal cinema oltre che da Fellini, lo scrittore che tenta di decifrare il linguaggio delle immagini e lo stile del film «con in tasca Auerbach». Qualche anno più tardi, nella Ricotta, metterà in scena un regista, interpretato da Orson Welles, che così risponde alla domanda di un giornalista su Fellini: «Egli danza, egli danza, egli danza…».

Questo personaggio danzatore è il fulcro intorno a cui ruota Jean-Paul Manganaro nel suo Federico Fellini, uscito quasi quattro anni dopo la prima edizione francese. Il sottotitolo, romance, svela immediatamente lo spazio ambiguo e fluttuante in cui si situano contemporaneamente l’universo di Fellini e quello del suo esegeta, che ne ripercorre le gesta attraverso un continuo slancio mimetico. Quello di Manganaro è il «romance d’un spectateur amoureux», come s’intitola il documentario che Comolli ha realizzato, con la sua partecipazione, nel 2013. Già nell’introduzione, dedicata alla «ninfa» Anita Ekberg a fontana di Trevi, afferma che i saperi in cui ci immerge il cinema sono «corteggiare, sedurre, eccitare, e poi, soprattutto, baciare all’infinito».

Anche l’immagine felliniana è contrassegnata da quest’affettività che incide i corpi e le cose, ridisegnandoli secondo percorsi inconsueti, dove il banale si tinge di una luce inaspettata che sembra nascere da una sorta di proiettore interiore. Quanto più le immagini accolgono il ballo delle apparenze mutevoli, la danza incessante degli stereotipi, tanto più sembrano calarsi in una specie di bagno lustrale, mostrando un’origine recondita che rimanda a un mistero antropologico oltre che estetico. La festa delle luci e delle visioni, insomma, trova nella propria gratuità, vacuità e incessante ripetizione una sorta di principio ontologico, di vitalità primigenia.

Anche la parola di Manganaro è vagante; il suo modo di immergersi nel mondo delle finzioni felliniane è sempre plurale, nel senso che le descrizioni dello scrittore convivono con le valutazioni del critico, senza che tra i due piani si instauri mai un confine netto. Un saggio romanzato, un romanzo saggistico, o più semplicemente una romanza, dove in ballo è sempre l’ispirazione amorosa. La struttura del libro gioca proprio sulla semplicità – didascalica e consunta – della progressione cronologica (film dopo film) per tessere una trama di rimandi, di stratificazioni, di genealogie, di intermittenze nelle immagini di Fellini, che secondo Manganaro attraversano tre stadi: il primo si estende da Luci del varietà alle Notti di Cabiria: è il racconto delle apparenze del reale, nel quale Fellini amministra una partita insieme di correità e di distanza dal neorealismo, allontanandosi progressivamente dagli accenti più esplicitamente sociali e politici attraverso la costruzione di «corpi senza organi», nell’accezione di Artaud, capaci di esorbitare non soltanto dagli schemi e dai valori di una determinata società ma anche da quelli di una rappresentazione canonica. Corpi pulsanti, pieni di escrescenze e di vuoti, che si travestono per mostrare la propria insondabile nudità.

Il secondo periodo comincia con La dolce vita e ha il suo apice in : dall’immagine trasfigurata della realtà all’interrogativo sull’immagine e sulla creazione dell’immagine.
I clowns e Roma rappresentano un momento di «bilancio con se se stesso e con il proprio cinema», in cui Fellini si mette direttamente in scena come regista e inaugura l’ultima fase della sua opera segnata da una «riflessione» accorata che coinvolge il passato e il presente, la storia personale e collettiva, il sistema dei media, i modelli maschili e femminili: tutti temi presenti da sempre nel suo percorso e instancabilmente ripresi. Mentre ritornano anche le figure ossessive della sfilata, della passerella, del vagabondaggio, della caricatura, del travestimento, i film assumono sempre di più l’aspetto di sinfonie e «il problema non è più quello che viene detto, ma come dirlo».

Tenendosi lontano dalle retoriche diffuse di una critica incline più alla celebrazione o all’esecrazione dell’opera felliniana che alla sua puntuale analisi, Manganaro non si confronta con il contesto in cui i film si radicano e solo a tratti con le letture che ne sono state fatte nel tempo. Pur sottolineando l’esemplarità di Fellini come cantore di un’italianità contraddittoria, il suo sguardo erra tra i dettagli e la musicalità delle configurazioni, teso a evidenziare la realtà dell’illusione contro l’illusione della realtà. Non a caso questo suo girovagare, che di frequente incontra sensi notturni e mortuari, si conclude con l’ultima immagine di Intervista: quando al produttore, che gli chiede un raggio di sole finale, Fellini offre il solito occhio di bue del proiettore. A ribadire che l’opera di Fellini è un’esperienza di luce, di ombre e di suoni, di materie e di corpi, di sensazioni e riflessioni piuttosto che di azioni e narrazioni verosimili. Esattamente come il testo di Manganaro, pieno di sensiblerie e acutezza analitica, che condivide con il suo oggetto una tessitura barocca, talvolta, fino all’estenuazione.

Jean-Paul Manganaro
Federico Fellini: romance
traduzione di Angelo Pavia
il Saggiatore (2014), 442 pp.
€ 35,00

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