Alfredo Pirri e Stefano Velotti

Sabato 20 settembre a partire dalle 10.30, la Galleria Nazionale d’arte Moderna di Roma, in concomitanza con la Giornata Europea per il Patrimonio, ospita un convegno dedicato al rapporto tra lo Stato e l’Arte, organizzato da Stefano Velotti, Alfredo Pirri e Raffaele Gavarro in collaborazione con la GNAM e con la Consulta per l’Arte Contemporanea Roma. Nel corso della giornata interverranno Francesco Antonioni (musicista), Luca Bertolo (artista), Jota Castro (artista), Andrea Cortellessa (storico e critico della letteratura, Roma Tre), Nicola Di Battista (architetto, direttore della rivista Domus), Raffaele Gavarro (critico d’arte e curatore), Hansmichael Hohenegger (filosofo, CNR), Maria Vittoria Marini Clarelli (soprintendente GNAM), Pietro Montani (filosofo, Sapienza-Università di Roma), Roberto Nicolai (classicista, preside Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza-Università di Roma), Aldo Patruno (Direzione centrale sviluppo e progetti valorizzazione del demanio dello Stato), Alfredo Pirri (artista), Marco Raparelli (artista), Giuseppe Pietroniro (artista), Alexis Sornin (responsabile mostre Accademia di Francia, Roma) e Stefano Velotti (filosofo, Sapienza-Università di Roma).

Quali sono gli attuali rapporti tra arte e Stato? Quali vorremmo che fossero? La politica - quella che governa – si ricorda dell’arte e della cultura solo di rado. Solitamente, la relega in fondo alla sua agenda – dopo aver trattato le questioni «serie» – o la nomina strumentalmente, per lustro retorico edificante o propaganda. Ultimamente, poi, il piano del discorso politico – che ha contagiato il senso comune – si è ridotto a oscillare tra due poli, entrambi schiacciati sulla misura del solo profitto economico: «con la cultura non si mangia» / «la cultura è il petrolio italiano». Dimenticando, tra le tante cose, che quel che chiamiamo «arte» (che della cultura è solo un aspetto, ma imprescindibile ed esemplare) condivide con la politica il compito di rappresentare, modificare, criticare le nostre forme di vita e i nostri modi di stare al mondo, condividendolo.

Una discussione seria sul rapporto tra lo Stato e quel che chiamiamo «arte» deve partire dalla critica di questo piano del discorso, che ignora del tutto il ruolo fondante che l’arte ha nella nostra civiltà, sia in relazione al linguaggio comune, sia alla simbolizzazione della libertà personale. L’arte opera, infatti, sul crinale fra rappresentazione e critica dell’esistente, in un equilibrio sempre dinamico e provvisorio. Forse è questo medesimo equilibrio a essere servito da modello alla cosiddetta «rappresentanza politica». Oggi si è diffusa nel senso comune la sensazione che occorra quasi scusarsi se si parla di arte e cultura, salvo che non si aggiunga subito che «la “cosa” avrà una ricaduta economica», come se solo con questa clausola la «cosa» avrebbe valore. Al contrario, il profitto (inteso sia in senso economico, sia politico) è estraneo alla sfera dell'arte e della cultura – proprio com’è e deve essere estraneo, per esempio, a quello dell'amministrazione della giustizia o della tutela della salute –, né è necessariamente il fine ultimo delle esistenze individuali di ciascuno, di una nazione o di una comunità, europea o globale.

Bisogna avere il coraggio di passare per ingenui, infantili o arroganti, di fronte ai sorrisi di sufficienza o alle pacche istituzionali sulle spalle di chi crede di saperla lunga e di essere «realista», ma che invece non sa semplicemente di cosa parla, contribuendo a rendere la vita propria e di tutti una miseria. Certo: prima il pane per tutti! Ma neppure il riconoscimento di questo primato del pane sarà possibile in una società che accetta come dato di senso comune il primato totalizzante del mercato, la colonizzazione economica di tutte le sfere della vita e la riduzione della sfera artistica e culturale a intrattenimento di lusso, o a «evento» sensazionale per le masse, o ad attrazione turistica, o a «risorsa da valorizzare» (da sfruttare consumisticamente). Se l’istituzione più alta (lo Stato) permane in questa logica, si allontana pericolosamente dal patto popolare su cui esso stesso si fonda: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione» (art. 9 della Costituzione Italiana).

Se davvero crediamo che l’arte e la cultura siano la linfa di una civiltà, come possiamo vincolarle al primato del profitto? Sarebbe come vincolare l’esercizio della giustizia al mercato. Ma se ciò avviene, la civiltà (e la giustizia) – misurate e giudicate su parametri inappropriati – si corrompono fatalmente. Può il rapporto dello Stato con l’arte essere un rapporto di corruzione? Oppure dobbiamo ammettere, ormai, che il nostro Stato, d’accordo con le tendenze globali, è una «Repubblica fondata sul profitto» (di pochi)? In questo incontro tra cittadini (che intendono far valere la loro «sovranità», come stabilisce il primo articolo della nostra Costituzione) si potranno affrontare dunque questioni di principio, che sgombrino il campo dai luoghi comuni più triti e degradanti, entrati ormai nel senso comune. Ma si dovranno affrontare anche questioni concrete, come la situazione del nostro patrimonio, dei musei (della loro gestione e il loro ruolo), dei monumenti, degli edifici pubblici e della città, ricordandoci sempre che l’arte e la cultura non nascono a comando (e se nascono così, nascono molto male), ma necessitano però di condizioni che ne rendano possibile lo sviluppo: luoghi d'incontro, luoghi di tutti o aperti a tutti in cui sia possibile ritrovarsi, prendere la parola, formarsi un’opinione, discutere, darsi tempo.

Parlare del rapporto tra Stato e arte significa allora parlare anche della riappropriazione delle nostre piazze, dei luoghi e degli edifici in cui passeggiare, sedersi, conversare, progettare. Le nostre piazze sono diventate invece infrequentabili, mangiatoie per turisti 24 ore su 24. Questi luoghi sono parte della nostra eredità culturale (ed essere eredi non è un processo automatico, trasfusionale: richiede invece intelligenza e dedizione, non passività), sono parte delle nostre forme di vita e della nostra prassi, e devono essere ripensati e riqualificati. Vogliamo degli spazi e dei tempi in cui sia possibile imparare dai nostri migliori artisti, curatori, critici, filosofi, storici, scrittori, registi, almeno da quelli che vorranno mettersi in gioco, uscendo ogni tanto dall’asfittico «sistemino dell’arte» e delle convenienze personali. Ogni proposta che ambisca a costruire o ricostruire un tessuto culturale e artistico ormai consunto e calpestato, è benvenuta. Tali proposte possono situarsi a livelli diversi: politico, amministrativo, urbanistico, edilizio, etc. Possono riguardare una molteplicità di casi o un caso singolo, un sistema o un suo elemento. Abbiamo il diritto e il dovere di ridare ossigeno, piacere di vivere e ricchezza alla nostra città, a noi stessi e a tutti quelli che lo vorranno, e di mettere in croce chi ha accettato ruoli istituzionali promettendo di custodire e ricostruire questo prezioso tessuto.

Arte e Stato: un incontro pubblico
Roma, Galleria Nazionale di Arte Moderna (GNAM), Valle Giulia
20 settembre 2014 - dalle 10.30 alle 18.30

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2 Risposte a Arte e Stato

  1. Piera Ghisu ha detto:

    Alla prospettiva che potremmo definire kantiana (quali vorremmo che fossero i rapporti tra Arte e Stato?) bisogna necessariamente affiancare, come fate, quella pragmatica (qual’e’ lo stato attuale dei rapporti?), aggiungendo un tassello: sono gli stessi artisti, in tanti casi, ad avere sete di ricchezza, ad ambire alla vetta, a pensare al loro come un lavoro da retribuire, anzitutto. Difficile trovarne uno che fa arte semplicemente per fini piu’ nobili, senza scopo di lucro. Che fa arte, potremmo quindi dire seguendo questa linea, in senso kantiano.

  2. Paolo ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo, con la determinazione di un “convertito”. Ho sostenuto per decenni l’idea “realista” di un intreccio cultura-economia (professionalmente: ero dirigente in un istituto pubblico di ricerche economiche), per rendermi conto alla fine che non c’era ricaduta economica positiva (salvo che per una ristretta cerchia di clientes), e c’era ricaduta ambientale e morale negativa. La cultura è energia, anche economica, ma in lunga prospettiva, nel cervello dei cittadini. Proviamo a chiederci se il sistema imprenditoriale italiano non soffre di un deficit di questo genere, nel confronto competitivo con altri paesi.

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