Bruno Roberti

È certo un avvenimento, e insieme un’avventura, poter leggere la prima organica traduzione italiana degli scritti sul cinema (ma si direbbe sulla vita e sul suo mistero, o sulla vita come sogno in atto) di Julio Bressane: geniale e appassionato, lucido e profetico cineasta (ma a patto di dire questo termine insieme a poeta e filosofo) brasiliano (ma totalmente planetario e apolide) che ha fatto letteralmente tremare ed eruttare, oltre il Cinema Novo e nei ritmi ipnotici dell’Udigrudi, una terra cosmica fatta di immagini. Il volume (con una copertina «sinestetica» e rossa-urlante, in cui il volto fotogrammatico e fotodrammatico produce un «muto grido») è il secondo della collana Liliom (controstoria alchemica delle storie del cinema) diretta da Lorenzo Esposito.

Bressane è tra i più visionari sperimentatori di cinema (come lo è stato Raoul Ruiz, come continuano ad esserlo Jean Luc Godard o Paul Vecchiali o Manoel de Oliveira, come lo è sempre più Lav Diaz), capace di racchiudere in una cifra segreta insieme classica e obliqua, infuocata e alla deriva, terrigena e liquida, arcaicamente fossile e proiettata in tutti i futuri possibili, non soltanto un pensiero di cinema ma forse un intero fiume sotterraneo di immagini e immaginari, di corpi sottili e di simulacri, di idee-forza filosofiche e labirinti congetturali (nel senso borgesiano), di figure reviviscenti (nel senso warburghiano).

E questo abbagliante oggetto magico, questa stessa scrittura-montaggio (ejzenstejniamente attrazionale ma anche deflagrante) o «messa in visione» (cesellato dallo stesso Bressane) è, quasi controcanto/controcampo al suo mondo filmico, un fiume immaginale e in movimento continuo che trascorre e sborda, straripa e si sprofonda, insomma che delinea visibilmente un invisibile dislimite (è il titolo rivelatore di questi scritti alcuni dei quali, come bagliori, sono apparsi su Filmcritica o su Alias) ma soprattutto compone e sdipana un Rio (come il critto/pitto/gramma che così si nomina e appare a costituire un’unica e fulminante immagine/scrittura a pagina 41) che fa scivolare e drena con sé in modo misterioso le energie, i sommovimenti, le analogie, gli echi vertiginosi, gli alchemici «connubi» tra film, autori, filosofi, scrittori, frammenti di immagini, segni e stelle, ombre e «musiche di luce» («il cinema è la musica della luce», amata dizione di Abel Gance) in una dolce e vorace scrittura antropofaga.

Così Deleuze per Bressane è «Cinema-Deleuze» che «esamina la “piega”, verso e rovescio delle Immagini, vestigia della cosa centrale»; così Debord deborda in un travelling che «gioca il gioco delle prospettive, il canale/il grande muro»; così Emerson diventa «un movimento-espressione. Movimento che esce dall’Occidente verso l’Oriente»; così si evoca, dis/accordandolo con Godard l’Atlante warburghiano Mnemoyne, come uno «zenit del montaggio dell’immagine» che genera il suo avatar nelle Histoire(s) godardiane «nel va e vieni dei fotogrammi, come fossili di una forza aborigena sopravvissuta da lungo tempo, mappatura della metamorfosi di un sentimento arcaico dell’immagine moderna».

In questo modo le scritture di Bressane «dislimitano» e si pongono rigorosamente oltre il limite del cinema e al tempo stesso dentro quel limite che si tende: Limite (è anche il titolo di un «archetipico» film di Peixoto, continuamente e ondulatamente rievocato da Bressane) di un fotogramma che Bressane «palpa» e trasforma al tocco immaginale della sua scrittura che si fa «mantica» di immagini, enumerazione di ventidue (quante le lamine dei Tarocchi) noomanzie, come nel pezzo folgorante appunto titolato Noomanzia.

E infatti questo «grafo» mobile messo in forma e «in movimento», animato con una bruniana «Arte della memoria» che rende il segno vivente, diventa (all’indirizzo del suo «antro» magico in Rua Aperana 52) un «fotogramma, fotodramma, fototrama» e prolunga, tende, ripercuote i suoi incontri-materializzazioni filmici di Nietzsche, Pessoa, Machado De Assis, Antonio Vieira… e insieme intreccia le mani, proprio lì sulle pagine/immagini/vele/lenzuola/fazzoletti, con quelle di Antonioni, Ford, Sganzerla, Straub…

Il libro (dedicato a Roberto Turigliatto, instancabile «rivelatore» delle immagini bressaniane) si fa allora un magico Liber/Speculum, uno schermo/pagina vivente «perduto nella notte dei tempi», «un segnale universale che rivela la natura umana: la pratica dell’incantamento magico».

Julio Bressane
Dislimite. Scritti
Traduzione di Simona Fina e Federica Niola
Caratteri Mobili, 2014, 134 pp.
€ 13,00

 

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a L’incantamento magico di Bressane

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi