Vorrei. Vorrei essere ciò che immagino di poter essere. Di voler essere. Di poter essere perché vorrei esserlo. Perché ho il desiderio di esserlo. E vorrei che gli altri mi riconoscessero questo diritto di essere me stesso; il diritto in-disponibile, in-aggirabile di poter essere come vorrei essere – di conoscere me stesso per provare ad essere me stesso.

Anch’io ovviamente accettando e riconoscendo (è la parte necessariamente complementare al mio personalissimo vorrei) di rispettare il vorrei essere degli altri, liberi come me di voler/poter essere ciò che vorrebbero essere. O almeno di provarci, perché se conoscere davvero se stessi è forse impossibile, provarci è invece importante, così come importante non è (lo è anche, ma non solo) la meta del viaggio, quanto il viaggio in sé – soprattutto se interiore, che chiede di non essere solo turisti di se stessi quanto esploratori di se stessi. E quindi del mondo. Rispettandolo.

È dunque una sorta di vorrei personale che vorrebbe però diventare un vorrei collettivo. Di tutti e per tutti. Ma liberamente. Senza imporre alcun vorrei – e meno che meno un voglio! - lasciando liberi molti vorrei di poter essere davvero. Dunque, libero/i di esprimere un autentico vorrei. Perché il poter essere (cioè il concetto di possibilità, che deriva da quello di potere) ha in premessa un voler essere. Senza più qualcuno o qualcosa (il mercato, la pubblicità, un leader politico o peggio populista, la rete) che dica come dover essere.

Un dover essere imposto dal sistema (lavoratore, precario, spettatore, nodo della rete, amico su Facebook, cinguettare invece di parlare), ma mai un poter essere se stessi, troppo pericoloso per l’ordine costituito.

Per questo, il vorrei chiede un voglio, una deliberazione, una volontà personale che rivendichi la possibilità di essere. Ma presuppone anche la disponibilità degli strumenti (la conoscenza, anche quella considerata inutile; il tempo; lo spazio), per poter essere ciò che si vorrebbe essere. Sempre consapevoli che il voglio (non quello egoistico e violento, ma quello delle decisioni, della responsabilità e soprattutto dell’utopia) e che consegue al vorrei può restare un semplice vorrei (come le utopie), un realizzarsi parziale o imperfetto, ma con la felicità e la responsabilità di averci provato.

Di avere provato a desiderare qualcosa di personale e non ciò che altri fanno incessantemente desiderare perché tutto cambi solo apparentemente (l’offerta eteronoma di desideri, di merci o di app), affinché nulla cambi davvero (il mercato, la rete, l’oligarchia, l’indifferenza, eccetera). Vorrei. Vorrei il potere di volere; la capacità di volere - a sua volta premessa della possibilità di volere.

D’accordo, questo può sembrare un lungo e noioso e forse pedante/pedagogico gioco di parole: vorrei, dunque posso. Ma qui passa la differenza (sostanziale) tra possibilità e impossibilità, tra autonomia (vorrei) ed eteronomia (devi fare). Dunque: io vorrei.

* Con questo ultimo vorrei si conclude la rubrica estiva di alfabeta2.

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