Paolo Morelli

Se vogliamo metterla come mai è stata messa, si potrebbe vedere l’epoca raccontata da Sergio Bianchi ne La gamba del Felice come l’ultimo esempio di telepatia mondiale. Nessuna indagine sugli anni Cinquanta e Sessanta vorrà mai spiegare come è stato possibile che praticamente in ogni anfratto del globo terracqueo, da un momento all’altro e senza nemmeno l’ombra dell’odierna presunzione connettiva, sia salita in parecchie persone una rabbia sorda e sprezzante, incosciente e inesperta.

Una rabbia sconsiderata o coraggiosa, si potrebbe dire col senno di adesso, oserei dire vitale se non fosse lemma ormai poco meno che osceno. Una rabbia in nessun modo preconfezionata, almeno all’inizio, e lo dico perché sono coetaneo dell’autore e tale impressione l’avevo già avuta alla prima uscita del romanzo (Sellerio, 2005). Mi pareva di leggere una storia simile alla mia, fatti salvi alcuni particolari tipo l’ambientazione o i soprannomi dei personaggi, e nemmeno di tutti.

Qui siamo al confine lombardo con la Svizzera, in un piccolo paese costruito su certezze consolidate nei millenni e la ricognizione procede per sguardi, glimpses, inesorabile. Le memorie sono esposte comunque alla fantasia, non fanno finta di non esserlo, e si comincia allora in medias res con l’arrivo della gamba artificiale del padre del protagonista salutata dall’intera comunità, per poi subito avvedersi della presa che aveva l’inquietudine in giro, perché «nessuno riusciva a stare fermo un momento».

Certo, era ancora il tempo in cui «non si buttava via niente» e le cose dovevano durare per avere dignità, le notizie arrivavano da lontano e il tanfo della guerra stazionava sui boschi. C’è l’industriosità, una soluzione per ogni gioco, si tocca tutto com’è naturale ai vivi, un universo dove ogni cosa ne sposta un’altra. Il protagonista cresce come può in un’epopea che appare quasi di giganti o almeno di ciò che ne resta, fucili e pistole che sparano all’aria, incendiari, cacce nel bosco e rospi fatti scoppiare per diletto. Quasi centrali, rituali culinari si concretizzano in vere e proprie ricette scodellate ad ogni pagina.

Gesti fatti senza sapere perché, presumendolo neppure, invece quasi rivendicandone l’inutilità mentre sale all’intorno la grande follia nuovista, la neo-teologia di cui ora vediamo i resti, la catena coatta delle esigenze. Il protagonista appare fin dall’inizio «un po’ particolare» come i suoi amici, e dopo un attimo di spaesamento reagisce come gli capita, le bande sfiorano il delinquenziale e si fermano un passo prima del pesante, ma nessuno potrà mai dire che in quella dispersione ci fosse altro che passione sconsiderata. È in questa seconda lettura che mi apparso più chiaro come l’efficacia narrativa del libro stia proprio nell’impersonalità epica, difatti mai dimentica la coralità dei ricordi, per quanto a volte il protagonista si ritrovi capobanda.

Molto discreto si insinua nella matassa collettiva con una lingua che fa il verso a un periodo di sinchisi e iperbati, a volte divertendosi ma sempre con un tatto che sfiora talvolta la compassione. Un bell’effetto parlato, ci voleva una lingua così per dare concretezza e restituire, quasi rivendicare la crudeltà dei gesti. Non potrebbe essere altrimenti, qualcosa veniva tolto al mondo e per sempre, l’unica costante sembra che pure stavolta hanno vinto i traditori. «Così senza che ce ne siamo resi conto ci hanno portato via il bosco e l’hanno distrutto tutto. Quando abbiamo capito cosa era successo ormai era troppo tardi».

La lettera toccante che chiude il libro apre la visione su cosa succederà, perché pare che la vicenda dell’infamia in questo paese si ripeta senza poter cambiare. «Quelli che perdono non parlano mai volentieri del loro passato», allora vuol dire che non abbiamo perso del tutto, ancora. Difatti, da informazioni in nostro possesso, sul desktop del narratore giace in fieri un nuovo capitolo.

Sergio Bianchi
La gamba del Felice
DeriveApprodi (2014), pp. 125
€ 12,00

 

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