Franco La Cecla

Il maestro mi aspetta da Wayan, il ristorante in cui è solito andare quando torna qui ad Ubud . È una fresca serata tropicale, Ontani mi accoglie con un magnifico completo verde smeraldo. Mi presenta i suoi due amici, uno è Madè che da qualche tempo realizza le maschere che il maestro produce qui, ispirandosi alla grande tradizione del wayang, del teatro balinese, fatto di mostri, dragoni, principi e principesse. L’altro è un cantante a cui Ontani ha appena ispirato un video musicale molto onirico e tropicale.

È un privilegio avere trovato Luigi Ontani a Bali, lui che di quest’isola è un profondo conoscitore e frequentatore da più di trent’anni. Nel frattempo Bali è cambiata molto, è diventata una macchina turistica inesorabile, almeno nella sua appendice meridionale di Kuta. Ma anche quello che era il tranquillo villaggio di artisti e intellettuali, Ubud, è diventato il luogo del turismo Lonely Planet, ma anche di australiani, francesi e olandesi alla ricerca di una non meno chiarita spiritualità balinese. Abbondano le spa, le balinesi healers, le boutiques, l’artigianato per i turisti.

Luigi mi racconta che quando arrivò qui c’era appena un albergo e il villaggio era ancora molto segnato dalla presenza di Walter Spies, l’artista di origine tedesca che tanto ha contribuito al lancio di Bali come luogo per eccellenza del teatro, della danza, della musica e della pittura. Intorno a lui si erano in poco tempo raccolti tutti coloro che volevano scoprire Bali, da Margaret Mead e Gregory Bateson, a musicologi, esperti di teatro e di danza.

Bali era la scoperta di una cultura raffinatissima e tenace, di rituali complessi di cremazione e di costruzioni effimere di enormi altari e animali di cartapesta dentro cui porre i resti dei defunti. Un’isola enigmatica e felice, un paradiso in cui cercare se stessi e le origini della bellezza. Luigi dice che tutto è cambiato eppure lui torna perché qualcosa c’è ancora, perché le case hanno tutte tre templi e così ogni villaggio, e perché i balinesi hanno una compostezza e una dimensione estetica quotidiana che è difficile che perdano davvero.

Quando lo rivedrò nella casa tra le risaie che Madè gli ha trovato, mi mostrerà il lavoro delle maschere e delle marionette di cuoio del teatro delle ombre, il wayan kulit che racconta le storie induiste del Ramayana e del Mabharata rielaborate dai balinesi. Le maschere di Ontani personalizzano i caratteri, fanno apparire nuovi personaggi, quelli del suo grande immaginario irriverenti e metaforici.

Credo che la cosa più importante che Luigi mi voglia trasmettere è che quest’isola è parte della sua vita e che a lui sta molto cara, proprio per la distanza stratosferica che ha permesso alla sua fantasia di viaggiare da Vergato alle magnifiche terrazze coltivate dell’isola di Bali.

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2 Risposte a Vedere Ontani a Bali

  1. Roberto Caradonna ha detto:

    SO WATH! Non capisco questa lettera!Un mondo allo sfacelo,un mondo di persone nella miseria più nera,un mondo di ingiustizie, un mondo di produttori d’armi per “costruire e difendere” la Pace nel Mondo e Ontani sta a Bali!Mi viene da ridere.40 anni fa Pokara(Nepal) era un villaggio sperduto.Ci son tornato due anni fa ed era la fotocopia di Ibiza.So wath?

  2. franco la cecla ha detto:

    in più mia zia ha il cancro, la morte si avvicina per tutti e l’italia ha perso il campionato del mondo. so what?

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