Andrea Cortellessa

Ricomincia oggi, dopo la pausa estiva, la programmazione di alfadomenica. Lo speciale sulla poesia che proponiamo è in occasione del nuovo festival Poetitaly, ideato da Simone Carella con la collaborazione di Gilda Policastro e Lidia Riviello. Poetitaly si conclude oggi colle performance – fra le altre – dei «nostri» Nanni Balestrini e Tommaso Ottonieri. Inevitabile il ricordo dello storico festival dei Poeti di Castelporziano, a trentacinque anni da quell’indimenticabile fine di giugno del 1979; ma, proprio come allora, la specificità consiste nel luogo – in tutti i sensi distante da quello scelto allora. Corviale: un nome, un simbolo. I lavori sono iniziati venerdì, con un incontro dal titolo Proprietà perdute. Presenza delle arti – dopo Castelporziano, cogli interventi di Stefano Chiodi e Attilio Scarpellini alla Biblioteca «Renato Nicolini» appunto di Corviale. E piace dedicare questo speciale appunto alla memoria di Nicolini, grande pensatore della città e delle arti scomparso due anni fa (4 agosto 2012), che molte delle sue energie ha dedicato ai concetti – ai simboli – di «centro» e «periferia». Non solo nei termini, suoi professionali, dell’architettura e dell’urbanistica; ma anche in quelli relativi al sistema delle comunicazioni, delle arti e, perché no?, della poesia.

 

Nell’esplosione dell’universo che noi sentiamo,
miracolo!, i frammenti che ricadono sono viventi
Char citato da Blanchot

Di «parole in forma di arcipelago» parlava nei primi anni Sessanta René Char: formula ripresa da Maurice Blanchot nel titolo di uno dei frammenti da lui pubblicati sul numero «internazionale» del «Menabò», Gulliver. Era il 1964: giusto cinquant’anni fa. Certo, si trattava della tradizione che da Mallarmé s’era travasata nelle avanguardie storiche: la tradizione della parola «scavata come un abisso», per dirla con Ungaretti; ma anche, nell’interpretazione del filosofo (che di lì a qualche anno la sistematizzerà nell’Infinito intrattenimento), di un senso nuovo da dare all’interpretazione, alla lettura, in definitiva al vivere la poesia. Come suoi autori ma anche, se non soprattutto, come suoi lettori.

Proprio in quegli anni – a partire, senza dubbio, dalla soluzione di continuità prodotta da una Neoavanguardia della quale in seguito, peraltro, si limitarono entrambi a frequentare ben individuati phares – prendevano le mosse le traiettorie di scrittura di due poeti «appartati», come si dice in questi casi con un eufemismo. Diciamo pure, più francamente, di due autori che per una serie di motivi sono del tutto dimenticati dalla nostra cultura, cioè dalla nostra memoria collettiva di lettori: Giovanna Sandri (Roma 1923-2002) e Franco Beltrametti (Locarno 1937-1995). Tanto dimenticati che, pressoché in contemporanea, la loro opera ci viene ora restituita da libri che non sono stati pubblicati da un’editoria, la nostra, dedita evidentemente a tutt’altre priorità. Non è la prima volta che tocca rimarcare, non senza disdoro, questo segno piuttosto preciso: già nel nostro numero 29, del maggio 2013, un poeta a sua volta trans-oceanico come Gian Maria Annovi ci ha dovuto ricordare come le edizioni recenti di un protagonista in tutti i sensi grandeggiante del nostro passato poetico prossimo, Adriano Spatola, si siano dovute pubblicare nella stessa collana – quella diretta dal benemerito Paul Vangelisti sotto l’egida del californiano Otis College – che ospita ora la ricchissima antologia di Giovanna Sandri. Un’editoria, quella statunitense, che anche presso altre sigle in questi anni sta lavorando con attenzione sul nostro repertorio «di ricerca», così fattivamente operando contro la perniciosa chiusura identitaria – entro le rispettive tradizioni – che Annovi, mutuando una categoria-pun foggiata da Jennifer Scappettone (equilibristica traduttrice di Amelia Rosselli per la prestigiosa University of Chicago Press), ha definito omicilio (homicile).

Rappresenta infatti un autentico delitto, oltre che in senso stretto una scorrettezza filologica, racchiudere nei confini angusti della periferia patria – al calduccio dell’home sweet home, insomma – ricerche che dalla lingua materna si dipartono invece, a raggiera, nell’arcipelago degli indirizzi più diversi (tanto che, è il caso di sottolineare, rappresenta un autentico disonore per la nostra editoria – come da sempre ci ricorda Marco Giovenale – non contraccambiare tale attenzione nei confronti delle non meno ricche ricerche d’oltreoceano). Non solo per l’aspetto plurilinguistico (dalle cause nella fattispecie, com’è peraltro ben noto, atrocemente sui generis) di un’autrice come Rosselli; ma anche, per esempio, per la curiosità che autori come questi mostrano, con la massima naturalezza, nei confronti degli altri linguaggi (e ci si ricorda della passione musicale, di Rosselli, e del suo assai meno noto background di pittrice: rinvio a La furia dei venti contrari, Le Lettere 2007). In particolare tanto Sandri che Beltrametti – come mostrano con grande ricchezza editoriale le rispettive antologie – furono a più riprese tentati (come tanti loro coetanei, del resto) dalle sirene della visività (e Beltrametti non mancò di lavorare anche in campo musicale).

Non è un caso che nell’arcipelago di riferimenti di entrambi – poeti fra loro peraltro assai diversi, come si può vedere anche dai rispettivi assaggi testuali citati nei loro contributi da Giulia Niccolai, Elio Grasso e Graziella Pulce – un posto di primo piano spetti a Emilio Villa. Per antonomasia, cioè, il Clandestino (come lo ha definito Aldo Tagliaferri nella sua memorabile biografia), l’esule multiforme e proteiforme, il plurilingue più esplosivo del nostro Novecento: che proprio il mondo delle immagini seppe far incontrare, come nessuno, con quello delle parole. Risponde senz’altro a un caso – ma è uno di quei casi davvero illuminanti – che questi due veri eventi editoriali si producano nel centenario della nascita di Villa, che verrà ricordato prossimamente (ad Àffori, nei pressi di Milano, era nato appunto il 21 settembre 1914).

Proprio il diverso trattamento dell’immagine, nei nostri due autori, definisce bene la distanza che corre dall’uno all’altro: tanto leggero e divagante si spruzza sulla pagina Beltrametti, dal tratto (a prescindere dalla tecnica adottata) sempre acquerellesco e zen, quanto severa, geometrica, persino diagrammatica ci appare l’immaginazione visiva di Sandri (reduce com’era dalla sperimentazione neo-futurista del Villa di «Ex», di cui fu complice nei primi Sixties). A mano libera e «orientale» l’uno – la cui esperienza decisiva fu rappresentata senz’altro dal viaggio in Giappone nel ’66-67 –, «tipografica» e «occidentale» l’altra (che peraltro coltivò a sua volta, come ricordano tanto Niccolai che Pulce, un interesse non episodico per il pensiero e la cultura dell’estremo Oriente). Diversa pure, nei due, la matrice dell’assai accentuato, in entrambi, plurilinguismo: se l’inglese è una seconda madre lingua per una come Sandri, che quella letteratura studiò e insegnò, essa viene impiegata invece come una specie di «lingua franca» – segno di un’instabilità non solo esistenziale – per Beltrametti: il quale deve ovviamente all’origine elvetica l’abitudine a pensare, oltre che a scrivere, in lingue diverse dall’italiano (nella sua antologia si annoverano anche componimenti scritti in francese).

Ma, come continua ad avvenire ancora oggi, scrivere in una lingua diversa da quella materna è anche e in primo luogo segno di una ricerca, di un’inquietudine che vanno ben al di là delle mere circostanze biografiche. La metafora dell’«arcipelago» – a designare la sintonia «a distanza» tra figure poste ai margini del mainstream letterario nazionale – la impiega lo stesso Beltrametti in una delle bellissime tavole a colori incluse nell’antologia, editorialmente non meno che fastosa, prodotta dalla «sua» Svizzera. L’«Archipelago of the Mind», come lo chiama lui, abbraccia ventotto «poets islands»: fra le quali spicca la presenza, alla stessa stregua, di artisti visivi come Gianfranco Baruchello, di musicisti come John Cage, nonché dei compagni di una vita – magari dalla vita separati mille miglia –: da John Giorno a Julien Blaine, da Patrizia Vicinelli a Corrado Costa, da appunto Emilio Villa a Nanni Balestrini, Adriano Spatola e Giulia Niccolai. E siamo felicissimi che proprio Giulia festeggi insieme a noi, oggi, questa doppia restituzione: con un estratto dalla sua introduzione a Giovanna Sandri (che qui offriamo nella sua veste originaria in italiano) e poi con un testo, scritto appositamente per www.alfabeta2.it, appunto su Beltrametti. Ecco, proprio quello dei legami a distanza – in virtù dei quali una come Giulia può essere stata amica, e compagna di strada, di due autori fra loro così diversi – è, a ben vedere, uno dei temi comuni, fra Sandri e Beltrametti. Ma in fondo dovevamo saperlo dall’inizio. È in quanto tale la poesia, appunto, quella cosa che stabilisce legami.

Giovanna Sandri
Only fragments found. Selected poems 1969-1998
a cura di Guy Bennett, traduzioni di Guy Bennett, Faust Pauluzzi e Giovanna Sandri, introduzione di Giulia Niccolai

Otis Book-Seismicity, 2014, 331 pp., $ 14,95

Franco Beltrametti
Zweiter Traum. Secondo sogno. Ausgewählte Gedichte
a cura di Roger Perret, traduzioni di Stefan Hyner, con un testo di Anna Ruchat

Limmat Verlag, 2014, 250 pp., sFr 38,00 (€ 32,00)

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