Giulia Niccolai *

Quando cominciai a far scorrere sul video le prime poesie concrete del libro in pdf di Giovanna Sandri, Capitolo zero del 1969 speditomi da Guy Bennett, con mia grande sorpresa provai una gioia e un senso di meraviglia grandissime che mi fecero subito dire: ma tu guarda che ironia, che intelligenza, che spazio interiore avevamo in quegli anni!

Non so perché – forse perché non vedevo da molto tempo i lavori di Giovanna – lei, più di chiunque altro in tutti questi anni, mi riportò alla mente l’aria di quel tempo, la leggerezza, la felicità. E non attribuii solo a lei, ma a noi tutti di quell’epoca, le doti, i talenti che ho appena nominato.

Giovanna era chiaramente riuscita a realizzarli in ogni sua pagina, grazie a dei semplici Letraset (virgole, punti, parentesi ecc.), lavorati però con il rigore, la pazienza e la devozione di «una monaca di clausura». Una monaca dedita a creare i ricami più fini, «inamidati e stirati» del mondo. Così Emilio Villa definì il suo lavoro.

E cosa dire dello spazio di certe pagine, dilatato fino a sembrare il cielo stellato di un planetario? O delle poesie lineari, che allora Giovanna poté comporre solo con la macchina da scrivere? Ognuna di esse è scritta e riportata sulla pagina in modo da geometrizzare gli spazi, segnandone i confini, come un mandala.

Giovanna Sandri A rovescio E (600x433)

Giovanna Sandri, da alfabeto/albero del Tempo, Mantova, Galleria Civica d’Arte Moderna, Palazzo Te, 1977 -
da Only fragments found

Si veda il testo nel tredicesimo libro della Luce del Tantra, dove graficamente le parole scritte creano una cornice rettangolare attorno a un cerchio bianco, vuoto. Sarà anche il caso di notare che Giovanna riporta queste parole di Abhinavagupta: «Quando il campo magnetico il campo gravitazionale e il campo creativo coincidono allora anche coincidono lo stato e il moto l’essere e il divenire». Deve aver scelto questa frase particolare per attrazione al «campo creativo» ma nel farlo ha anche preferito un concetto validissimo e sorprendente, intuendone il vero significato. (Più avanti narrerò di un episodio avvenuto tra noi proprio con questa stessa dinamica.)

Le poesie lineari scritte in tal modo rappresentano un impegno talmente certosino e imperturbabile, da essere di per sé garanzia che ogni termine scritto sarà «sovrumana potenza, quella in cui la parola viene ascoltata nel suo farsi». Questa definizione è del critico Graziella Pulce, che nel 2003 curò per l’editore Archinto Costruire ricordi, un epistolario tra Giorgio Manganelli e Giovanna Sandri, con ventisette lettere del grande scrittore e una memoria di Giovanna (io ne scrissi l’introduzione). E così prosegue: «La scrittura di Giovanna Sandri è intransigente, e non accetta mezze misure: il piano sul quale è possibile incontrarla è quello dell’oracolarità, dove ogni segno è un presagio, che rinvia ad altro segno, ininterrottamente».

Ora invece, dove siamo finiti? Cos’è rimasto di tutto ciò? Di quella gioia del fare, del crederci incondizionatamente, di quell’ironia, di quell’assoluta bellezza ed eleganza? In qualità di «oracolo» che sa prevedere il futuro, Giovanna scrive:

da una stele egizia
(XVIII dinastia)

i cuori degli uomini
sono deboli
hanno cessato di
creare
la memoria non è più
ritorno
d’armonia (inganna)

non si loda più
(non si canta)
l’originario
c h e p e r m e t t e

Quel «c h e p e r m e t t e» così spaziato è magistrale, perché proprio ora non ci è permesso più niente, avendo perso il contatto con noi stessi, non avendo più l’ombra di uno spazio interiore. Siamo chiusi, attanagliati da emozioni negative: rabbia, amarezza, invidia. Sempre alla ricerca esterna di qualcosa, mai soddisfatti.

Giovanna previde questi nostri primi decenni del terzo millennio, o è dalla XVIII dinastia egizia che si è consapevoli del fenomeno il quale, da allora, si ripete, si ripete, si ripete ciclicamente, ogni tot anni? […] Come è possibile non captare in Giovanna il senso di sacralità che avevano per lei il linguaggio e la scrittura? Un universo propedeutico quale alchemico veicolo della ricerca del Sé e della propria verità. A questo proposito vorrei riportare una sua dichiarazione pubblicata nel catalogo della mostra Post Scriptum. Artiste in Italia tra linguaggio e immagine negli anni ’60 e ’70, VIII Biennale Donna, Palazzo Massari, Ferrara, aprile-giugno1998:

Io non esistevo, esisteva la facciata esterna che era articolata, che lottava… Se (nella scuola) trovavo presidi che mi davano fastidio io urlavo, insomma ero articolata per quello, però dentro di me non esistevo. Il mio lavoro era diventato proprio questo iter in progress, dal non-esistere all’essere, all’articolarmi e sono passata prima dalle immagini che sono quelle psichicamente impersonali, e poi dopo sono arrivata al linguaggio… Io producevo ma mi dovevo articolare… Alle mostre le opere le mandavo e sapevo che seguivo un iter giusto. Non mi interessava molto farmi conoscere, forse è un male, mi interessava soprattutto lavorare…

Giovanna Sandri da CApitolo zero A (600x433)

Giovanna Sandri, da Capitolo Zero, Lerici 1969
da Only fragments found

Per queste precise ragioni Giovanna Sandri era nota soltanto negli ambienti ristretti degli «addetti al lavori» dello sperimentalismo e dell’avanguardia perché talmente schiva, ipersensibile e volutamente isolata da non aver mai accettato di partecipare, ad esempio, a quelle kermesse di letture e festival di poesia che l’avrebbero fatta conoscere a un pubblico più vasto.

Per questa ragione, credo molto in questo suo libro pubblicato negli Stati Uniti, con la speranza che da lì rimbalzi, tornando in Europa, perché lei possa avere il riconoscimento che si merita. (Questo tipo di salvataggio in extremis è già avvenuto per altri autori italiani). Ma c’erano due poeti e un bravissimo pittore molto più giovani di lei, anch’essi «cani sciolti», che la stimavano veramente ed erano suoi grandi amici: Luigi Ballerini, Nanni Cagnone e Magdalo Mussio.

Insegnante d’inglese al Liceo Giulio Cesare di Roma, per lunghi anni Giovanna accudì la madre malata che mori nell’89. Non si era mai sposata, ma ebbe una relazione molto sofferta e burrascosa con Giorgio Manganelli, del quale per fortuna rimase carissima amica fino alla morte del grande scrittore nel 1990. Giovanna Sandri si sentiva «morta dentro» («io non esistevo») per quel «disorientamento ancora latente in me dopo i devastanti anni della guerra (lutto e massacro) che mi portava a chiudermi in un difensivo non-esistere». Con «i devastanti anni della guerra» Giovanna intende la morte del fratello ufficiale, in mare, nonché i malintesi e le colpe politiche attribuite a suo padre, generale dell’Aereonautica, dopo la liberazione.

Quando conobbi Giovanna a Roma, verso la fine degli anni Sessanta, mi metteva una certa soggezione: aveva una decina d’anni più di me e una cultura che sentivo molto più vasta e profonda nella mia. (Una cultura che adesso posso definire «spirituale», termine che allora non avrei saputo riconoscere). Diventammo amiche negli anni Ottanta, ma soprattutto dopo un convegno su Manganelli che si tenne a Roma, al Teatro Argentina, il 17 e 18 dicembre 1997, quando lei pubblicò negli atti del convegno un suo ricordo di Giorgio, Gli anni del trench. Io avevo già scritto su Manganelli il capitolo Cavalli veri, cavalli figurati, apparso in Esoterico biliardo (Archinto 2001). Giovanna voleva andare avanti con le sue memorie su di lui e mi spediva i vari capitoli man mano che li scriveva, perché li potessimo poi discutere assieme.

Giovanna Sandri The Jolly Joker 1 (600x484)

Giovanna Sandri, Hermes the Jolly Jocker, Le parole gelate 1983, 1994 (2) -
collezione Graziella Pulce

In quegli anni, quando mi capitava di dover scendere a Roma per lavoro, andavo sempre a trovarla nel grande appartamento (che era stato la casa dei suoi) in via Rovereto, nel quartiere Trieste. Ho l’impressione che dopo la morte di sua madre lei non vi abbia portato alcun cambiamento, non abbia spostato nemmeno un mobile in quelle stanze borghesi e bloccate nelle loro rispettive funzioni, come in una fotografia degli anni Trenta: l’ingresso. il salotto, la sala da pranzo, lo studio, la cucina ecc. Solo alle pareti, accanto ai paesaggi ottocenteschi, diverse sue grandi poesie concrete (molto spesso in bianco e nero: Letraset su cartone), modernissime, dai titoli spesso mitologici, splendide ma anacronistiche e inverosimili in quegli ambienti.

Io avrei sempre voluto chiedere a Giovanna se avesse appeso ai muri le sue opere dopo la morte della madre, o se ce le aveva già messe prima, ma non osai mai farlo. Avevo la sensazione che questa mia domanda le sarebbe parsa indiscreta e che, in qualche modo, avrebbe potuto ferirla o insospettirla, come se cercassi di carpirle un segreto. Giovanna era spiritosa a autoironica ma estremamente suscettibile. Se rifiutava, impaziente e tagliente, qualsiasi conversazione banale di tipo impersonale e «inglese» sul tempo e la salute, delegava a se stessa la decisione finale di ciò che andasse detto o non-detto; era lei che definiva i limiti , fingendo di non aver udito una tua domanda o guardandoti con disapprovazione. (Ora, in concordanza con il fatto che Giovanna non avesse spostato nemmeno un portacenere nella casa dei suoi, sono convinta che le poesie concrete fossero già sui muri di studio e corridoio quando sua madre era viva). […]

Pur essendo “alta”, oracolare e intransigente, la scrittura di Giovanna Sandri non teme mai di mettere in luce le proprie défaillances, poiché la sua vera ragione d’essere è quella di avvicinare sempre più il Sé alla propria verità. Per Giovanna la scrittura è sia veicolo che risultato della sua ricerca. Il volume Le dieci porte di Zhuang-zi del 1994, è scritto in memoriam di Giacinto Scelsi, musicista e compositore che Giovanna ammirava moltissimo. Volle tradurlo lei stessa in inglese, forse per rendere il suo dono all’amico, più compiuto: così che anche molti amici stranieri potessero leggerlo. Le poesie trattano del fenomeno del suono e le dieci Porte sono: Intelligenza, Articolazione (!), Benevolenza, Discorsività, Quintessenza, Discordanza, Individualità, Abbandono e Grazia, Ondulazione ontologica, Connessione: «attraverso la nona Porta (di pietra nera di pietra bianca) Portatore-degli-emblemi incontrò Abbandono-degli-Emblemi si scambiarono uno jo-jo ripresero direzioni ellittiche». Qui, la meravigliosa ironia dello scambio di jo-jo e delle direzioni ellittiche ci fa subito visualizzare la risata vincente di Giovanna per avere creato questo verso così felice e liberatorio.

Gli «Emblemi». Anche per Manganelli gli Stemmi furono profondamente simbolici. Secondo Graziella Pulce «a rendere attraversabile il deserto (la condizione di non-esistenza, l’assenza delle parole) a fare del deserto uno stemma è la geometrizzazione degli spazi e la segnatura di un confine». Soprattutto nei primi volumi che compongono questa antologia molti brevi testi, fronteggiandosi sulla pagina, ricordano la base possente di due lati di un triangolo, col vertice in alto. Quello dalla A maiuscola? Anche nell’alfabeto sanscrito (il padre di tutti gli alfabeti), la A è la prima lettera, e come tale è sacra.

Ma ricordiamo ancora quella confessione di Giovanna nel catalogo della mostra Post Scriptum: «Il mio lavoro era diventato proprio questo iter in progress, all’articolarmi…» che viene ripreso alla Porta Articolazione: «lentamente per gradi) Articolazione si avvicinò alla prima Porta scala discontinua di lettere fu Alfabeto» dove ancora quel «per gradi» ci fa seguire i suoi passi verso la guarigione. Ma nella seconda pagina successiva, a Discorsività: «trovò semichiusa la terza Porta troppi sentieri aveva seguito per Via» con il doppio senso di «per Via»: «sulla strada» e «a causa di»… […]

Giovanna Sandri da Capitolo zero B (600x433)

Giovanna Sandri, da Capitolo Zero, Lerici 1969 - da Only fragments found

E ora, quell’aneddoto che ho annunciato all’inizio. Quattro donne hanno avuto legami diversi ma sempre molto importanti con Giorgio Manganelli: Ebe Flamini, Alda Merini, Giovanna Sandri e la sottoscritta. Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1990 feci un lungo e movimentatissimo sogno su Manganelli che era mancato in maggio. Non sto a raccontarlo, perché richiede troppo spazio, ma in sostanza cercavo Manganelli ovunque ed ero disperata perché non lo trovano. Ero persino andata in Canada (ah, quelle tre «a»…), a cercarlo! In sogno avevo poi aperto la finestra della mia stanza e l’avevo trovato, proprio lì, seduto sul bordo del terrazzo. Lo udivo e capii le sue parole anche leggendogliele sulle labbra: Nilde, il tutto è tutto! Nilde, il tutto è tutto!

Nel suo libro Il rumore sottile della prosa egli aveva scritto: «Penso al futuro, mia dimora, come a un gigantesco cubo mentale, e tale lo definisco poiché non ne scorgo il profilo, e ne ignoro le dimensioni, ma non posso non pensare che in quello spazio sia quale oggi lo concepite, ma tutti i Tutti del possibile». Assolutamente verosimile. Quella mattina telefonai a Giovanna e assieme esaminammo molti dettagli del sogno, arrivando alle stesse conclusioni. Le nostre analisi combaciavamo sempre. Subito dopo aver parlato con me, Giovanna ricevette la telefonata di Ebe Flamini che le chiedeva il mio indirizzo: voleva farmi spedite dall’editore un libro postumo di Giorgio. Giovanna, molto sorpresa per questa coincidenza, mi richiamò per dirmela, e in quel momento arrivò da Venezia Bianca Tarozzi con un libro di Alda Merini in regalo.

Rileggiamo la formula di Abhinavagupta: «Quando il campo magnetico il campo gravitazionale e il campo creativo coincidono allora anche coincidono lo stato e il moto l’essere e il divenire». Ciò che ho appena narrato, quando è avvenuto tra noi in quei pochi minuti (li sento ancora crepitare come scintille), con Manganelli quale perno e noi quattro di colpo calamitate alle quattro porte cardinali del mandala, non sembra il concretarsi di quella formula? Nessuna di noi sapeva chi fosse Nilde.

Il giorno del funerale di Giovanna (agosto 2002), il sacerdote della chiesa di Sant’Agnese (che officiava il servizio funebre e che molto probabilmente non aveva mai conosciuto Giovanna di persona ma aveva letto la sua raccolta di poesie Le dieci porte di Zhuang-zi perché uno degli amici presenti gliel’aveva fatta avere) mi commosse per il grande omaggio che volle tributarle, confessando che provava una certa invidia nei confronti dell’autrice, capace di una fede così intensa e tanto più grande della sua. Dalle sue parole, dal tono della voce, dalla sua espressione e dai gesti, capii che diceva il vero.

luglio 2013

* estratto dall’introduzione pubblicata, nella traduzione inglese di Paul Vangelisti, in Only fragments founds di Giovanna Sandri

 

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