Giulia Niccolai

Zweiter Traum, Secondo sogno, è il titolo dell’antologia delle poesie di Franco Beltrametti (svizzero-ticinese) in italiano, francese, inglese con testo a fronte in tedesco, pubblicata quest’anno dalla casa editrice Limmat di Zurigo a cura di Roger Perret, con testi di Stefan Hyner e Anna Ruchat, traduzione di Stefan Hyner.

In copertina un disegno di Franco, una grande I maiuscola fatta col pennello, un po’ sghemba e nera, di una quindicina di centimetri, seguita da una o minuscola verde-azzurra di otto centimetri, sotto la quale la sua calligrafia con la Bic ha aggiunto le parole «sempre cercando». Dunque, il secondo sogno di Beltrametti consiste in un «Io» che sta «sempre cercando».

Sempre cercando cosa? Una spiegazione convincente della vita, che per lui sarebbe stato il Primo sogno, una ragionevole spiegazione al fatto di essere al mondo? È probabile. Nel senso che, laureatosi in architettura a Zurigo, non praticò mai quella professione – ma si costruì manualmente una casa di legno nella Sierra californiana; fu un nomade, un viaggiatore (mai un turista). Spatola e io lo conoscemmo a Roma nel ’68, quando sia noi che lui, con sua moglie Judith e il figlio Giona di un anno, abitavamo a Trastevere. Ma da lì si spostò presto per andare nel Belice, dopo il terremoto, dove rimase per più di un anno con la speranza di venire interpellato (quale architetto), per aiutare nella ricostruzione dei paesi danneggiati. Lui e parecchi altri – che sarebbero divenuti suoi grandi amici – rimasero fermi nelle baraccopoli finché non si resero conto che il loro era stato un sogno da bambini – malgrado i risultati ottenuti nel tempo, in Sicilia, dal lavoro di Danilo Dolci, che era ciò che li aveva convinti a tentare. Da quel soggiorno uscirono le poesie di Un altro terremoto (Geiger, Torino, 1971).

Sto parlando della sua vita perché per lui, come per nessun’altro, vita e poesia sono state la stessa identica cosa, essendo la seconda il diario della prima: impressioni di questo e di quello, racconti di amici e poeti sparsi per il mondo (Gary Snyder, Cid Corman, Philip Whalen, Julien Blaine, Adriano Spatola, Corrado Costa, Dario Villa ecc.), pensieri, umorismo, dichiarazioni di sconfitta sempre però narrati oggettivamente, presi in considerazione senza perdere la testa o compiangersi, fino ad arrivare ad alcuni ultimi testi decisamente profetici come per assicurarci che, avendo passato il tempo cercando fuori di sé, la poesia gli avesse fatto fare anche molta strada per raggiungere l’essenza interiore di se stesso:

quand un type comme moi
publie un livre plus épais
d’un centimètre ça peut
signifier: la fin
devant les yeux

8-9/ VII/ 95

Franco morì nell’agosto di quello stesso anno, inaspettatamente, senza che una malattia avesse potuto farlo prevedere. Sfortunatamente la poesia umoristica dal titolo Secondo sogno è troppo lunga perché io possa citarla tutta, ne copierò l’ultima parte, per confermare quanto ho appena scritto:

[…]
Per te architetto
anche un lavoro: case
per cavatori e lizzatori
di Colonnata
e in pineta
una rivendita di sale, olive,
vino e Nazionali.
Ma prima
dobbiamo con ogni mezzo
convincere i romani
che quanto vogliono fare
è illusione.

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Franco Beltrametti, Airmail Postcards 1979 - Vehicle Editions, USA

A questo punto anche noi siamo convinti che il «cammino della poesia» fosse il più adatto per Franco, e non possiamo dimenticare anche quanto abbia fatto per far conoscere tra loro (traducendoli), molti poeti delle più diverse nazionalità, molti suoi amici che sarebbero divenuti amici di altri suoi amici.

Nel parlare di questa antologia di Franco, a un convegno tenutosi a Chiasso ai primi di maggio del ’14, Roger Perret dichiarò di essersi già occupato di altri tre autori-viaggiatori che si collocano ai margini della letteratura ufficiale svizzera, per il suo interesse al loro plurilinguismo e al loro rapporto scanzonato – ma al contempo valido e significativo – nei confronti della vita e del loro paese. Questi tre compagni di viaggio di Beltrametti, questi tre Dharma Bums europei (anzi svizzeri), sono Nicolas Bouvier, Annemarie Schwartzenbach e Sonia Sekula. E il plurilinguismo di un paese plurilingue per eccellenza come la Svizzera, non può che essere stato uno strumento duttile, meravigliosamente utile per dei giovani avventurosi, affamati di mondo. È inevitabile che ognuno di loro fosse tendenzialmente trasgressivo, abbia avuto orrore, o meglio terrore della banalità, sia stato un artista e come tale, incapace di assoggettarsi al tran-tran quotidiano di un lavoro con obbligo di cartellino.

Cinque case in sei mesi, del ’64, ’65, chiarisce una volta per tutte questa fobia di Franco:

I

Cinque case in sei mesi:
quando ero al Bellevue
d’autunno
al mattino
andando a lavorare
incrociavo tram e folla affrettata.

II

Quando ero alla Weite Gasse
al mattino
andando a lavorare
incrociavo il vecchio che ripara
macchine da scrivere usate
e il veneziano che prepara
falsi mobili antichi appenzellesi
per l’antiquario rumeno detto il Gesi.

Sfortunatamente anche questo testo è troppo lungo perché io possa citarlo tutto, ma già da queste due strofe appare l’escalation di assurdità che Franco prova per la sua condizione di impiegato, otto ore al giorno. Tram e folla affrettata è la risposta alla domanda che può farsi qualcuno che si senta assolutamente estraneo: ma dove vanno tutti questi qui, a quest’ora? Mentre il vecchio che ripara macchine da scrivere usate è una situazione perdente, senza futuro, l’artigiano veneziano che costruisce finti mobili dell’Appenzell per un antiquario rumeno è un accostamento demenziale, troppo stravagante per dare un ragionevole senso di realtà al falso cosmopolitismo di un business campato per aria. Scontata la fine di tutti questi tentativi di buona volontà, ecco la quinta e ultima strofa:

V

Il mese dopo, fine aprile, ripassai le montagne
verso sud.

Certo che parlare di queste cose ora che i giovani non trovano più lavoro, mi fa sentire a disagio, come se fossi incapace di rendermi conto della situazione. Allora, ’64 e ’65, erano anni di boom, malgrado la facilità dei movimenti e della sopravvivenza, molti erano comunque sofferenti. Ciò non è assurdo né riprovevole. Succede.

Infatti sto tentando di ripercorrere, con le sue stesse parole, il senso di alienazione che Franco sicuramente provò in quegli anni dopo la laurea in architettura, che gli apparve inutile, inservibile, e tutti i passi successivi, uno dopo l’altro, che si ritrovò a fare per potersi di nuovo sentire incentivato. Anni di più tardi, già nel duemila e qualcosa, venni a sapere da Daniela Ronconi, lei stessa architetto, che Franco le aveva confessato che se avesse conosciuto da giovane il lavoro di Carlo Scarpa, non avrebbe mai abbandonato l’architettura. Dunque Franco (che già conosceva il Giappone), cercava quel massimo di eleganza nel massimo di semplicità che sono il marchio della spiritualità giapponese e dell’estetica di Carlo Scarpa. Ma negli anni del boom l’architettura andava in tutt’altra direzione, smargiassa e compiaciuta. Franco era invece innamorato della «perfezione» della semplicità. Lo testimonia anche la sua amicizia con Giovanni d’Agostino, un pittore poco conosciuto ma straordinariamente puro e Zen, e tutte le attività e performances che i due fecero assieme.

QUESTE RIGHE

ho passato
il pomeriggio
a perfezionare
queste righe

21/X/85

Ho già descritto la copertina di Secondo sogno, un suo esercizio di calligrafia giapponese con un pennello e un tratto velocissimo che non permette al ragionamento e alla logica di intervenire sul risultato. Portò sempre avanti con la poesia lineare una sua attività pittorica e visiva con mostre in gallerie. Lavorò con carta di riso tibetana, fece schizzi di paesaggi, piccole mappe, ebbe una passione per le A che indicano la posta prioritaria svizzera, forse perché sapeva che la vocale A è considerata sacra nella lingua sanscrita. Una sua bella O color fucsia gocciolante è l’immagine centrale di un suo testo a matita: «il monologo è un dialogo col silenzio», 8/XII/94.

Fu il solo poeta della sua generazione a dedicare a donne poetesse una cartella di immagini e testo dal titolo 13 portraits de trobairitz, del 1991. Vorrei ora citare l’ultima parte della prima poesia del volume, scritta a Mikonos, il 6 ottobre 1963.

[…]
Jacques cucina stasera
ora esco per la Rezina
10 minuti solo di strada
fino alla bottega Alla Marina
dove il vento fischia
ancora più freddo
ancora più forte.

Franco Beltrametti_archipelago of the mind 1995 (419x600)

Franco Beltrametti, Toshima Archipelago of the minf: «poets islands», 20/VII/1995 - da Zweiter Traum. Secondo sogno

Non posso non avvertire un certo snobismo e compiacimento in quel termine greco di Rezina per indicare il vino. Scrivere Rezina lo avrà fatto sentire conoscitore della Grecia, abbastanza a casa propria, a suo agio in quella realtà, non un estraneo (come invece si sentì con i tram e la folla, andando al lavoro la mattina presto, a Zurigo). Sempre per la Rezina, avrebbe potuto sentirsi bene nella propria pelle, pronto, ben disposto ad accettare l’avventura di quel vento che fischia ancora più freddo, ancora più forte.

Per poter crescere e maturare, Franco doveva sentire come propria la durata di tempo che la vita gli offriva. Quel tempo doveva essere suo, non doveva essere tempo venduto.

HANASHI
for Cid Corman & Kim Lawrence
23/5/67

hard to say what’s the point
life & all of it
work done & not
days & nights, faces
years & places –
more stars in us
than in this
starry
sky
!

Anche in questa sua non facile scelta, egli si comportò con grande correttezza e coerenza. Sicuramente saltò dei pasti, sicuramente telefonava usando i telefoni degli amici, ma fu anche sicuramente «per natura» ascetico, senza mai lamentarsi o fare richieste eccessive e imbarazzanti.

Cosa scrive Franco della poesia? Su questo argomento l’antologia contiene brevi testi, elaborati come poesia concreta, ma anche in contraddizione tra loro. Comunque rivelatori del suo pensiero:

è impossibile sapere cos’è la poesia
impossibile sapere cos’è la poesia
é sapere cos’è la poesia
è impossibile cos’è la poesia
è impossibile sapere la poesia
è impossibile sapere cos’è poesia
è impossibile sapere cos’è la
è impossibile sapere cos’è la poesia

10/VII/86

Questo esercizio di togliere e levare in una serie di punti diversi le parole, crea un aspetto di poesia concreta all’interno del testo, composto dal vuoto della terza riga che poi scende in diagonale fino all’ottava. Alla fine, è questo vuoto a darci la conferma visiva del concetto e a rendere il tutto valido.

…) qualsiasi cosa che) (non sembra
poesia (nella mia poesia) (è poesia

10/V/89

Molto frequenti nei testi di Franco le parentesi che si aprono e si chiudono senza una logica sintattica. Egli le usa come sospensione, come per far capire che il testo scritto è la conclusione di un lungo e complesso non-detto.

poetry is not a part-time job
poetry is not part-time
poetry is not a
poetry is not
poetry is
poetry

5/VI/95

Qui abbiamo una seconda elaborazione di poesia concreta che permette all’autore di traghettare anche visivamente da una negazione a una asserzione. Del testo Nella taverna scura della nostra nascita, 29/3/73, riporto solo i versi di chiusura, quelli da me già definiti «contradditori» con quanto ho già riportato a proposito della poesia:

Tiro una tangente
che forse mi porterà via: della
mia poesia diranno: lampante.
Solo io non avrò capito
nemmeno quella.

Col suo amore per il Giappone, dove andò giovanissimo, Franco si interessò intellettualmente anche di Buddhismo. Mantenne sempre contatti con il noto poeta americano Cid Corman che viveva da anni a Kyoto campando con una gelateria. Più tardi un altro suo amico, il poeta Philip Whalen, venne ordinato monaco Zen in California. Nella biblioteca di Franco a Riva San Vitale sul lago di Lugano vi sono parecchi testi sul Buddhismo, ma quando un giorno del 1990 gli dissi che ero stata ordinata monaca del Buddhismo Tibetano Mahayana, Franco rimase incredulo.

Ma come? – disse – pensavo che anche per te la poesia fosse una ragione di vita!
Ragione di vita, no – risposi. La scrittura mi ha dato una centratura, questo sì, ma non mi ha dato la felicità.
La felicità? ripeté lui ancora più sbalordito.
Beh, sì, confermai io sentendomi cretina. Confesso di averla sempre cercata…
(E infatti c’è! Se uno è disposto a rinunciare al mondo. Nel mio caso non si è trattato di una scelta. È tutto capitato al di sopra della mia volontà e del mio controllo. Diciamo, come un frutto maturo che casca dall’albero.)

Franco Beltrametti, Mappa, Kyoto

Franco Beltrametti, Mappa, Kyoto, 31/V/1966 - da Zweiter Traum. Secondo sogno

Il padre di Franco era ferroviere, e così il nonno. A quei tempi il Ticino era un cantone molto povero e il nonno emigrò negli Stati Uniti. Lavorò alla stazione di San Luis Obispo (in California), che Franco, in uno dei suoi tanti viaggi e lunghi soggiorni americani, andò a visitare e dove scrisse (in inglese), questa poesia non datata, dedicandola al padre, Gion:

first morning coffee
people talk of that L.A. bum
who refused a 90,000 $ win
saying he didn’t want
that kind of shit – I often go
to the railway station

to see rare trains
high palms & listen

Mi sento in dovere di tradurre in italiano questo testo che diventa una sorta di dichiarazione trasversale – della massima importanza – al padre, alla classe sociale della famiglia, sulle ragioni, anche ideologiche, delle scelte fatte da Franco, che molto probabilmente, a suo tempo, avevano deluso i genitori.

primo caffè della mattina
le persone parlano di quel barbone di L.A.
che rifiutò una vincita di 90.000 $
dicendo che non voleva
quella sorta di merda – vado spesso
alla stazione ferroviaria
per vedere i treni speciali
le alte palme e per ascoltare

Ho già detto che Franco si costruì una casa di legno nella Sierra Californiana, vicino a quella di Gary Snyder, dove visse con Judy e con il figlio per brevi periodi e dove invece visse a lungo Judy quando lei e Franco si separarono. Ma Franco percorse gli Stati Uniti from Coast to Coast in diverse occasioni, con James Koller, dopo che i due erano riusciti a organizzarsi letture e lezioni di poesia nella numerose università di tutto il territorio. Così, sia il Giappone che gli Stati Uniti furono una seconda patria per lui, molto Beat generation come tendenza, ma con la lunga storia europea alle spalle. Come per molti ticinesi di lingua italiana, l’Italia fu quasi la prima patria. Un richiamo fortissimo, sempre.

Vorrei citare una sua poesia dedicata ad Adriano Spatola, per avere io l’ultima parola…

Wu Tao Tzu scomparve
nel paesaggio da lui
dipinto) (certe armi
dell’arte sono
segrete

20/I/ 83
Franco Beltrametti
per Adriano Spatola

Queste non sono armi dell’arte, Franco,
sono potenti armi spirituali.

18/VII/14
Giulia Niccolai
per Franco Beltrametti

 luglio 2014

 

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Una Risposta a Franco Beltrametti, con le armi del sogno

  1. […] sembra / poesia (nella mia poesia) (è poesia”. Riprendo questo distico di Franco Beltrametti dal bel testo che Giulia Niccolai gli ha dedicato, su Alfabeta2, per parlare degli inediti di Enrico Gullo, che […]

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