Graziella Pulce

In America si legge poesia italiana ed è notizia di cui rallegrarsi senz’altro. Dopo Palazzeschi, Porta, Spatola è ora la volta di Giovanna Sandri, della cui opera le californiane Seismicity Editions, nella collana dell’Otis College diretta da Paul Vangelisti pubblica un’ampia scelta.

Giovanna Sandri è stata una figura molto singolare nel panorama artistico-letterario italiano. Il suo esordio negli anni Sessanta coincide con la fase liberatoria e dirompente degli sperimentalismi linguistici, musicali e artistici. Gli stessi di Giulia Niccolai, che da poeta si interroga su questi testi e queste immagini e nella Prefazione si chiede con uno sgomento tutto combattivo: «Ora invece, dove siamo finiti? Cos’è rimasto di tutto ciò? Di quella gioia del fare, del crederci incondizionatamente, di quell’ironia, di quell’assoluta bellezza ed eleganza?».

Per Giovanna Sandri, che nel ’92 aveva presentato alla Radio La struttura dell’iki, fare poesia era tutt’uno con il fare immagine: dare forma e spazio a linee, punti, segni diacritici, lettere e parole. Poesia concreta, visiva, lettrismo, ipergrafismo – ovvero scardinamento della struttura normativa linguistica conseguita manipolando il linguaggio per dilatazione, movimentazione, zoom, taglio, spostamento, piegamento. Simmetrico e asimmetrico, le due dimore del possibile, sulla pagina o sulla tavola riconfigurano con la forza dell’immaginazione ciò che è diventato insopportabile per la sua banalità e la sua rigidità. Stretto il rapporto con la Neoavanguardia, che ha dato e ricevuto impulsi da queste pratiche artistiche che agiscono nell’ambito della poesia, dell’arte visiva e della musica.

Ironica fino alla paradossalità, Giovanna Sandri era capace di entrare direttamente in contatto con l’io più profondo dell’interlocutore. I suoi titoli portano subito di fronte a un dilemma: Capitolo zero, Dimora dell’asimmetrico, Clessidra: il ritmo delle tracce. In un testo composto nell’aprile del ’93 per la Rai recensiva il Zhuang-zi con parole che possono essere ripetute per le sue creazioni: «Il Zhuang-zi aperto a caso, pur nel breve spazio di poche frasi, riesce a coinvolgere il lettore, trasformando l’ascolto in colloquio». Benché di corporatura minuta e di carattere schivo, ovunque catalizzava subito l’attenzione per la forza della sua intelligenza e dell’ironia con cui immediatamente spogliava ogni questione di tutto ciò che non fosse essenzialità pura. Il perenne sorriso e gli immancabili occhiali scuri (protezione dei suoi occhi debolissimi) non mitigavano affatto la perentorietà quasi sempre beffarda delle sue asserzioni, che lanciava a confusione e disorientamento del destinatario, ma che faceva precipitare con identica intensità anche su se stessa e sulle situazioni meno felici della sua esistenza.

Giovanna Sandri Le parole germoglio (600x433)

Giovanna Sandri, da alfabeto/albero del Tempo, Mantova, Galleria Civica d’Arte Moderna, Palazzo Te, 1977 -
da Only fragments found

Si era laureata in letteratura inglese sull’estetica di Ruskin e aveva insegnato inglese in un liceo romano. La sua protratta devozione al linguaggio come istituzione e come area di ricerca le ha aperto l’accesso a un mondo nel quale il suono e l’aspetto grafico delle parole si fanno rivelatori di connessioni sorprendenti tra le realtà più lontane. Chi l’ha conosciuta ricorda bene come anche nel parlare si facesse continuamente distrarre da giochi di parole, assonanze, suggestioni verbali, e come subito convocasse l’interlocutore a un livello di consapevolezza più alto. Dove il significato genera nonsense e, catturata una parola o una frase, l’immaginazione ne fa zampillare il senso originario, quello più vicino alla sua scaturigine prima, che è anche quello più lontano dai truismi della comunicazione: «L’immaginazione è pulsione profonda da riattivarsi in questa nostra cultura dominata dal logos, in cui si riconosce solo alla fantasia (confusa spesso con l’immaginazione) capacità combinatoria con funzione liberante».

Si tornava a casa con la testa piena di immagini e buffonerie con le quali spavaldamente si erano abbassati al grado zero anche gli argomenti più seri. Allo stesso modo ora anche chi legge perde il proprio baricentro. È come ritrovarsi nel bel mezzo di una conversazione con Heidegger, Emily Dickinson e Lewis Carroll. Tanto è vero che per accedere a questa poesia la via da seguire non è quella della comprensione logica, ma l’accettazione del movimento psichico e mentale e dell’abbattimento delle soglie. Molto silenzio e molto spazio bianco o nero nelle sue tavole, su cui i segni affiorano come relitti dopo un naufragio: dallo scrutinio di quei relitti il poeta aruspice trae un’immagine e a ritroso la poesia va a ricreare ciò che è stato della nave, della navigazione e dell’affondamento.

Giovanna Sandri The Jolly Joker 2 (600x477)

Giovanna Sandri, Hermes the Jolly Jocker, Le parole gelate 1983, 1994 (2) -
collezione Graziella Pulce

Il trickster junghiano con lei diventa Hermes, the Jolly Joker, il divino fanciullo, ladro e portatore di gioia, protagonista di tavole e poesie confluite in un’edizione del ’94, ma non antologizzate in questo volume. Con Giovanna Sandri si reimpara che nel gioco e nella risata brilla l’immortale, che sta tutto lì, in quel nonsense, in quella buffoneria o in quel verso sublime; e che in ogni elemento del linguaggio, compresi i silenzi, gli spazi vuoti, i segni d’interpunzione, si annida la potenzialità creatrice, continuamente in atto e capace di generare forme attraverso il tempo. Sul silenzio, lo Zero del significato, si edifica un’altra forma del mondo.

Di questa raccolta vorrei evidenziare – oltre l’oracolarità e la vertigine morfo-sintattica con cui la poesia-immagine piega il mondo – il momento del «germoglio», ovvero l’istante in cui ciò che può essere si dispone all’entrata nel presente dell’esistenza. La cosa più straordinaria è però il fatto che il germoglio ha luogo quando si afferra la reversibilità, come esplicita in (a rovescio) / (backwards). Nella sua scintillante introduzione Giulia Niccolai rende omaggio a queste poesie quale espressione di geometrizzazione, la facoltà creatrice di libertà oggi dimenticata o del tutto perduta: «Ognuna di esse è scritta e riportata sulla pagina in modo da geometrizzare gli spazi, segnandone i confini, come un mandala […]

E cosa dire dello spazio di certe pagine, dilatato fino a sembrare il cielo stellato di un planetario?». Questa enorme capacità di dilatare lo spazio e il linguaggio fino a entrare nel rovescio (assurdo) del mondo fa sì che queste poesie-immagine non si possano mai davvero spiegare, ma leggere e rileggere per cercare il punto attraverso il quale si accede alla macchina grammaticale che ritma e sostiene quella che chiamiamo visibilità.

 

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