Vorrei che esistesse una franchezza senza retorica. Una di quelle che rende sinceramente apprezzabile anche il peggior dei nemici e che spazza via i sepolcri imbiancati della politica. Mi piacerebbe pensare, almeno per una volta, che il futuro non debba affidarsi ad un curioso revival della Provvidenza manzoniana e che nella vita ci sia spazio anche per qualche certezza, nonostante l’interminabile deserto di precarietà.

Mi piacerebbe riuscire ad abbandonare la quotidiana trasformazione in Demodoco di me stesso, senza preoccuparmi troppo del futuro. Questo implicherebbe l’esistenza di un Paese civile, in cui lo Stato si prende cura della dignità di ogni cittadino, custodendola come un bene prezioso. Il mio desiderio è di vivere una giornata incredibilmente ordinaria, priva di slanci eccessivi e di troppe pretese, nella quale però è possibile avvertire il profumo di alcuni valori per i quali oggi abbiamo perso il naso. Provo ad immaginarla.

È domani. Mi sveglio di prima mattina senza troppe preoccupazioni. Entro nel solito bar a pochi metri da casa. Qui si avvera il mio primo desiderio: quello di non incappare in uno quei giornali molesti che mi rifilano la prima amarezza quotidiana con il solito articolo a sostegno di ridicole elucubrazioni del politico di turno.

Vorrei non sorprendermi nello scorgere bagliori di onestà tra le righe delle dichiarazioni di quei piazzisti che oggi chiamano politici e sarei felice se la cultura non fosse percepita come una fastidiosa bega (neppure un pericolo!) da debellare come le zanzare d’estate. Quando si pensa a cose simili, generalmente, si finisce cornuti e mazziati da un sistema che non prova indignazione nell’ascolto di un “intervento parlamentare” di Razzi e che non si disgusta ad affidarsi a criminali che esaminano le problematiche nazionali con la stessa perizia con la quale si valuterebbe una nomination del Grande Fratello.

Una fantasia che nella sua semplicità mi pare quasi offenda le reali priorità delle questioni sociali. Forse un po’ di questo me ne vergogno, ma, in fondo, è il mio desiderio, quindi, almeno oggi, non voglio curarmi delle perplessità altrui. Vorrei che non si parlasse più di rispetto per i lavoratori, perché sarebbe insulso anche solo pensarci; invece ci ritroviamo a fare i conti con uno Stato che ha istituzionalizzato la precarietà elevandola ad una dimensione esistenziale.

Infine il più segreto e recondito dei miei sogni: riscoprirmi angelo sterminatore; si, proprio quello dell’Esodo. Il sangue di agnello sugli stipiti delle porte non garantirebbe la serenità ai politici ed ai dispensatori di false speranze. Perdonate la mia franchezza, ma, come scriveva Renato Guttuso in una lettera a Giorgio Morandi, fa parte del rispetto.

 

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Una Risposta a L’erba vorrei. Andrea Fiore

  1. Giuseppe Mancarella ha detto:

    Grazie Andrea!!! Condivido pienamente quanto esplicitato.

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