Vorrei che il neoliberismo non avesse colonizzato gli affetti, istillato la paura, consolidato il cinismo. Vorrei che il neoliberismo non avesse moltiplicato piccole e orride identità proprietarie. Ringhiose e bavose a difendere recinti di autoreclusione da esse stesse costruiti.

Vorrei che il neoliberismo non avesse scatenato la guerra tra i cervelli (forse per questo quegli altri barbuti li tagliano). Vorrei che il neoliberismo non avesse accecato gli sguardi, ottuso i sensi, domesticato i gusti. Vorrei che il neoliberismo non avesse insediato relazioni sociali sguaiate e cagnesche in agguato di qualunque occasione comunicativa per esplodere nel livore, con buona pace per Habermas. Vorrei che il neoliberismo non avesse diffuso paranoia e pornografia.

Che non avesse distribuito a ciascuno regoli portatili per misurare la lunghezza del proprio fallimento. O altrettante aura made in China da portare con fierezza sul mercato della creatività individuata. Vorrei che il neoliberismo non avesse prolungato per altri trent’anni gli anni Ottanta. Che non avesse fatto fermentare la bevanda mondiale del risentimento.

Vorrei che il neoliberismo non avesse creato mille e più mille servitù dentro le quali ci infiliamo ogni giorno valutandole sullo scacchiere delle buone occasioni. Vorrei che non fosse riuscito nell’intento di farci servi pur di fare ciò che si ama. Vorrei che non avesse moltiplicato le discipline mentre introiettavamo il controllo.

Vorrei che il neoliberismo non avesse invaso la vita, che non dilagasse dentro il letto tra gli amanti. Vorrei che non fosse riuscito a dare un valore a qualunque gesto. Vorrei che il neoliberismo non avesse trasformato i corpi in capitale umano. Che non fosse riuscito a tappare con merce avariata qualunque beanza.

Vorrei che non avesse allestito ariotiche architetture dello spettacolo dissimulandone le fondamenta nella merda e nel sangue di Santiago del Cile. Vorrei che non ci avesse familiarizzato con il disgusto, con il vino che sa di discount anche quando ha un bella etichetta. Che non avesse avvelenato e contaminato, convincendo che non c’è più di che nutrirsi o nutrire la vita a venire. Vorrei che non fosse riuscito a far credere che la cultura è da esso un’altra cosa.

Quindi vorrei che il neoliberismo abolisse la libertà, quella nostra libertà che ogni giorno prende la forma di un tribunale interiore delle scelte giuste e sbagliate, degli errori commessi o scampati, che diventeranno debito e colpa da pagare per sempre, oppure sollievo per avercela fatta. Vorrei che il neoliberismo abolisse il desiderio, per cessare di credere che la sua frustrazione dipende da noi.

Vorrei che il neoliberismo abolisse l’amore per il lavoro. Che ci obbligasse a lavorare solo se il lavoro fa davvero schifo, così smetteremmo di lavorare da schifo in cambio dell’amore che avremmo per farlo. Vorrei che abolisse le nostre virtù, le nostre facoltà aperte e inesauribili, così da non dover rassegnarci allo sperpero o passare la vita a investirle.

Vorrei abolisse il possibile, perché non si insedi il rancore verso ciò che non è stato. Oppure, vorrei che cominciasse lo sciopero umano. Merci Claire Fontaine.

Credits biblio/filmografici:

Laurent Cantet, Retour à Ithaque (2014)
Saverio Costanzo, Hungry Hearts (2014)
Claire Fontaine, Human Strike Has Already Begun & Other Writings (2013)
Pablo Larraín, Tony Manero (2008)
Maurizio Lazzarato, Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro (2014)
Franco Maresco, Belluscone. Una storia siciliana (2014)
Lars von Trier, Numphomanyac (long version), vol. 1 (2014)

 

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Una Risposta a L’erba vorrei. Ilaria Bussoni

  1. mauro ha detto:

    E non una parola … sull’oligorghismo?
    Che fa gargarismi con il liberismo?
    Un erba schierata, una “filo erba”!

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