Vorrei che dal vocabolario corrente fossero definitivamente cancellate le parole: "ottimizzare", "riforme", "capitale umano", "impresa", "crescita", "tweet", "selfie". E in primo luogo il pronome "io", che degli atti di parola è il principale referente.

Alcuni tra i più importanti linguisti moderni, come Benveniste e Jakobson, hanno classificato i pronomi come shifters, cioè come indicatori dell'esclusiva funzione linguistica, che rimanda al puro atto di enunciazione e identifica il locutore nell'unicità del singolo proferimento.

Oggi tale funzione di imputazione alla prima persona si staglia in primo piano in un tronfio e miserabile autoriferimento, privo di essenza. Perché, a differenza che nel passato, il pronome che indica la prima persona e l'insieme di enunciati che inevitabilmente da esso conseguono, non significa più quella che presso i greci e nella lingua della filosofia è stata indicata come "ousìa", l'essere, in cui si trova il mondo e in cui si dispongono gli enunciati.

Il vuoto d'essere che l'attualità dispone, laddove vengono spacciate quelle parole, segnala il solo fatto dell'autoriferimento, la cui realtà è inscritta nei corpi di locutori per i quali concetti come realtà, conflitti, condizioni di possibilità dell'esistenza, sono dissolti, nella vacua ignoranza del senso che la modernità politica vi ha attribuito.

Si comprende allora quale rapporto ci sia tra quegli atti di parola e la sostanza del mondo, e quindi quale rivoluzione sarebbe all'ordine del giorno: non per ripristinare un senso che nella lingua nazionale è inesistente, piuttosto per rivolgere il linguaggio contro coloro che, violentandone la prassi, lo usano per fare promesse e comunicare improbabili contenuti di novità. Alcuni, rari, filosofi, per i quali l'archeologia del linguaggio è importante, hanno tentato di pensare un' "ultimità" della natura umana nel divenire animale, attribuendo a tale stato l'essere terminale della civiltà, la fine della storia, lo stadio dell'"ultimo uomo". In quello stato il linguaggio risalirebbe l'origine senza separarsene e coinciderebbe con l'"ousìa", con l'essenza prelinguistica del mondo, disponibile a partire dall'enunciazione.

In quello stato, come Walter Benjamin ha scritto, l'atto umano del dare nomi agli animali testimonierebbe l'origine divina del linguaggio. Pretendendo troppo da umani non ancora ultimi, ma soprattutto pretendendo troppo dal linguaggio, vorrei divenire animale ed accedere così all'anonimato. Vorrei partecipare del discorso, risiedere nella zona cava dell'enunciazione e, dal basso di questa posizione, sacrificando "me" stesso, veder annegare tutti gli "io" che, pronunciati per l'ultima volta, dissolverebbero ogni "ottimizzazione", "novità", "crescita", "riforme" e "tweet"...

 

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi