Vorrei che mia madre potesse vedermi disse Theo senza dover cercare una telecamera in cui guardare. Il mobilio e i muri stessi di Reality Station erano fatti di materia trasmettente, come l’interno di un enorme occhio di mosca.

Molto tempo prima – se di tempo si poteva ancora parlare – gli antenati di Theo erano sbarcati su questo pianetino a distanza ultrasiderale dalla Terra in cerca di altre forme di vita. Così avevano fatto in quello stesso momento anche gli antenati dell’attuale coinquilino di Theo, provenienti da un’altra galassia. Entrambe le spedizioni sapevano di essere in una missione senza ritorno, ma l’insperato evento dell’Incontro per eccellenza in quella terra di mezzo aveva convito ambo i gruppi che il loro sacrificio non fosse stato vano. I convenevoli del caso erano avvenuti con voce rotta per l’emozione ed erano stati ritrasmessi alle rispettive stazioni riceventi con il gracchio consueto delle comunicazioni spaziali.

Troppo lontani per poter tornare a casa, gli ambasciatori delle due galassie erano rimasti a lungo a discutere delle rispettive patrie, con una precisione scientifica venata dalla nostalgia dei naufraghi. Si erano fatti ritratti e interviste a vicenda, che avevano spedito alle rispettive stazioni di controllo insieme a valanghe di dati biologici, fisici e astronomici. Ma tutto era rimasto ristretto al piano della rappresentazione. Il pianeta su cui presto sarebbe sorta Reality Station era il punto intermedio tra le due galassie, e il più distante a cui gli abitanti di ciascuna potesse spingersi. Una volta arrivati, ai residenti restavano scampoli di tempo prima che le condizioni di vita nello spazio rendessero compiutamente ultraterrena la loro esistenza. La trasmissione di immagini e suoni restava l’unica possibilità di ritorno.

Dopo le prime missioni gli scienziati di entrambi i mondi avevano iniziato a mostrarsi restii a sacrificare altri colleghi e avevano proposto la sostituzione degli esploratori in carne e ossa con autonomi telecomandati. Ma gli affari sono affari, a prescindere dalla stella attorno a cui essi girano. Imprenditori di un mondo e dell’altro, in cosmica joint venture, trovarono il modo di resuscitare la missione – e di aprirla al grande pubblico. Da un mondo e dall’altro erano giunti distaccamenti di stagisti – più economici dei robot – per conto delle principali reti di telecomunicazioni. La stazione spaziale era stata così dotata di tutti i comfort intermondani e rivestita integralmente di pellicole trasmettenti in alta definizione. Nel frattempo, lunghe file si erano andate formando di fronte alle agenzie di casting, sotto la luce casalinga dei rispettivi soli.

Anche nella sua versione intergalattica il capitalismo spettacolare ispira masse di crociati, e gli aspiranti partecipanti a Reality Station si erano sfidati a colpi di audizioni per il privilegio di morire in diretta cosmica. Theo era stato scelto per rappresentare il proprio pianeta nell’edizione di quest’anno e così era stato il suo coinquilino, nella propria lontana galassia. Vorrei che mia madre fosse qui al mio posto, rispose il coinquilino, ingoiando una pillola per rallentare lo sfaldamento organico. Per tutta la vita aveva cercato di farsi un nome, di diventare qualcuno. Sarebbe stata così bella sullo schermo.

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