Vorrei che l’Italia smettesse, finalmente, di sprofondare. Vorrei che le persone non fossero così deboli e tristi – che ritrovassero la dignità. Attorno a me continuo a vedere persone che, ognuna nel suo campo specifico e nel proprio contesto di riferimento, conducono una lotta molto dura in condizioni impervie.

La maggior parte sta al massimo a galla, resistendo per il momento agli urti: quelli che sono stati e sono in grado di costruirsi una parvenza di ‘carriera’, lo fanno in realtà accettando tutta intera la situazione data e i suoi presupposti. L’ingiustizia di tutto questo. Vorrei che si costruissero le condizioni per un minimo addestramento collettivo a resistere a questa ingiustizia, a orientare la propria esistenza verso il rifiuto di queste regole nuovissime eppure così antiche.

Vorrei vedere film italiani potenti e meravigliosi e terribili. Vorrei vedere opere d’arte italiane maleducate e spericolate e selvagge. Vorrei leggere altri libri italiani come quelli che sto leggendo. “Mi sento ponte ideale; attraverso me, due mondi in successione e in contrasto comunicano ancora” (Guido Morselli, Roma senza papa, Adelphi 1974).

Vorrei che l’obiettivo non fosse più solo quello di sopravvivere. Di cavarsela. Di tirare a campare. Perché in questo modo è semplicemente impossibile che un vero cambiamento si produca: il cambiamento non avviene da sé. Il cambiamento non viene donato da nessuno, ma va ricercato e perseguito con tenacia lucidità lungimiranza durezza. Il cambiamento, il futuro, va scavato nel presente.

Vorrei che l’Italia interrompesse e infrangesse questa finzione nociva di cambiamento. Per resistere all’onda di sdegno e disgusto che monta e che ogni volta viene negata e ricacciata indietro, infatti, è stata addirittura allestita una “rivolta generazionale” che annulla il senso stesso della rivolta, una rivolta che rifiuta ogni forma di conflitto e di opposizione e di critica dell’esistente perché né è la conferma precisa e l’ultima validazione – e che altro non è se non una sostituzione su base anagrafica di figure e figurine nello schema, nella commedia, nella scena. Una simulazione, una “mascherata” basata sulla rimozione sistematica di cambiamenti ogni volta annunciati e ogni volta congelati.

Vorrei assistere allo spezzarsi di questa rimozione. Di questo gelo. La finzione muta, cambia pelle, aspetto. Ma gli italiani rimangono patologicamente affezionati ad essa: tutta intera la struttura psichica del Paese si agita, respira, opera attraverso e dentro questa finzione. Vorrei che il discorso critico e autocritico diventasse un’opzione vera, reale.

Vorrei che affrontare, esperire, gustare e godere persino l’amarezza e la gloria del fallimento fosse una possibilità praticabile a livello diffuso. Vorrei vedere un’intera nazione installarsi nella condizione ulteriore. “Qualità: sapere cosa è buono, cosa non lo è, e perché” (Ian McDonald, Forbici vince carta vince pietra, Bantam Spectra 1994). Vorrei che tornassimo, finalmente, tutti a casa: è ora di tornare a casa.

 

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