Io vorrei... no, non mi fregate non mi costringerete a dire che vorrei un mondo migliore – il mondo non è mai stato migliore. Che vorrei un mondo più giusto – il mondo non è mai stato giusto. Un mondo più tollerante – non è un desiderio onesto. Un mondo meno funesto – sì, potrebbe essere un desiderio ma non è risolutivo.

E allora, una volta scartato l’intero armamentario retorico delle idealità, dichiaro che vorrei un mondo più attivamente critico. Ma che significa? Intanto per mondo intendo gli individui che vi abitano e in particolare per sfuggire alla genericità gli italiani. Tutti? No, ma almeno quelli che dicono di fare della critica mestiere.

Vorrei che non si intendesse la critica come espressione di lamentele, di denunce (magari giuste), di accuse anche fondate, di scontri e di insulti reciproci (e inconcludenti): importante è fissarsi in una postura rigidamente critica e lì fermarsi, essenziale quando il campo davanti non offre alternative tollerabili o sono risibili.

Io vorrei la critica come rivolta, ma so che per la rivolta non basta il sangue caldo e ci vogliono le idee (che non siamo capaci di produrre confondendole con le idealità). Ma so anche che ogni rivolta tollera (anzi sempre comporta) un certo grado di irrazionalità, di azzardo, di consapevolezza cieca che ottimisticamente conta sulla volontà (e quel tanto di buono che sempre dietro di essa si nasconde).

Dunque la critica come ostinazione, come urgenza cui non è possibile sottrarsi, come ricerca di un mutamento non assolutamente rinviabile, come riconquista della responsabilità. E i grandi rischi cui una scelta del genere ci esporrebbe? (non angariatemi con sospetti di terrorismo, fascismo o quant’altro di buio la ferma intenzionalità della contestazione comporta).

Certo non abbiamo idee nuove (dal liberismo non ci può salvare la decrescita – almeno io non credo), ma siamo sostenuti da una grande cultura che a parte alcuni smarrimenti novecenteschi (che peraltro vanno singolarmente considerati sfuggendo alla tentazione di fare di tutta l’erba un fascio) ha una forza costruita in secoli (anzi in millenni) di creatività di pensiero e di opere tanto da non negarci suggerimenti e sostegno, e comunque da rappresentare un argine sufficientemente robusto a contenere inauspicabili derive.

E poi non c’è rivolta, anche se quella qui evocata è tutt’altra cosa dalle grandi rivoluzioni innescate da violenti movimenti del pensiero – per intenderci la rivoluzione francese dell’89 (di due secoli fa) o più in piccolo l’insurrezione del ’68 del secolo scorso – che come queste non si compia attraverso errori, decisioni ingiuste, scelte non condivise e, in buona sostanza, danni (reali) che tuttavia hanno di fronte tutto il tempo per essere corretti, o comunque per dimostrare i buoni motivi (ed effetti) che li hanno determinati.

Dunque io vorrei uno scotimento rivoltoso dell’attuale situazione (sociale politica culturale) che ci tiene prigionieri (all’apparenza “fine vita” come per gli ergastolani) pur non avendo altre armi che la certezza della sua (innegabile) insostenibilità… e già sento arrivare furiose accuse di faciloneria, avventurismo e di irresponsabilità. Ma calma, calma: a me è stato chiesto di esprimere un desiderio che notoriamente sfugge a ogni logica e io posso anche desiderare di andare in paradiso (e non importa che non esista).

 

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