«Vorrei andarmene, adesso. Vorrei uscire da questa torre, dal palazzo, si capisce. Qui, chiusi a soffocare, a sopravvivere a noi stessi, ripiegati sulla noia, a fare tutti i giorni una cosa che non ha senso e non può piacere.

Staccarsi, invece, riconoscendo i disagi e i moti che ne conseguono sia nel senso della fuga che in quello della resistenza. Superare d'uno balzo gli scogli organizzativi, mettendo in luce altri desideri. Rifiutare la logica produttiva per ritrovare se stessi, dando il massimo valore ai momenti improduttivi».

Una cosa dimenticata, rimossa, è la possibilità di lasciare un lavoro. Vorrei ripristinarla. Lavori tristi e deprimenti, inutili ma da tenere da conto, curati, vezzeggiati e tirati a lucido come fossero straordinarie occasioni. Si lavora per pochi soldi, tra pagamenti rimandati e miseri, spesso addirittura inesistenti. Eppure si ringrazia perché pare sempre che il discrimine stia tra l'avere un lavoro ed essere schiavi, oppure l'essere liberi e morire di fame. Va abbandonata questa idea, affinché possa emergere una soggettivazione.

Va abbandonata la paura di lasciarsi tutto alle spalle, ripudiando gli anni consumati nella paura, nella consuetudine e nell'eterno apprendistato, inventando un altro modo di essere. Solo a queste condizioni si potrà trasformare un linguaggio da maschera alienata, imposto da una precarietà disumanizzante che ci allontana gli uni dagli altri, in offerta di dialogo indirizzata all'autenticità e alla riscoperta dell'essenza, che spinge verso i simili, che cerca costantemente la coalizione e favorisce la rivolta.

Riprendo le parole di Maurizio Lazzarato, allora: “La rottura soggettiva espressa dal rifiuto del lavoro resta imprescindibile per l’azione politica” e “la pretesa di fondare una nuova politica non può prescindere da uno scontro con il capitalismo e le sue leggi”. Perciò, vorrei che imparassimo a rifiutare di “essere assegnati a una funzione, a uno ruolo a un’identità prefissati dentro e tramite la divisione sociale del lavoro. Un operaio, un artista o un lavoratore cognitivo sono esattamente la stessa cosa: delle assegnazioni”. E rifletto, e invito a riflettere, su quanto scrive Jason Read e cioè su come assurdamente “lottiamo per la nostra servitù come fosse la nostra salvezza”.

Drammaticamente, in fondo a noi stessi, continuiamo, contro ogni evidenza, a ritenere che l’attuale sistema economico finirà per cambiare opinione, ci ricompenserà per i nostri sforzi. Va fatta maturare la tensione contraria, facendo spazio a una nuova radicalità che rifiuta le regole del capitale umano e rigetta un obbligo a lavorare per esistere che ci regala solo asservimento, povertà e ineguaglianza. Così, alla fine, sono uscita. Oggi c'è il sole, provo un po' di timore indistinto del domani. Ma mi avventuro verso questa nuova dimensione, fuori dal lavoro, come fossi un'adolescente, con vera passione.

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5 Risposte a L’erba vorrei. Cristina Morini

  1. mauro ha detto:

    “Lavorare stanca”
    Nella sostanza della libertà.
    Rammentandosi d’esistere fuori:

    talvolta, talvolta
    ripristino un sentimento antico,
    l’immobilità devastante
    di un pensiero.

  2. martina ha detto:

    grazie

  3. flavio ha detto:

    La ringrazio perchè donne come lei che legano ragione, sentimento,empatia, analisi emozionali, e sopratutto rispristano parole come rivolta, che per molte donne del 2000 sembra una parola che deve essere ceduta alla accetazione triste di quello che c’è solo perchè c’è, indicano che non tutte le donne sono cadute preda del ricatto del discorso del capitale, come invece ormai quasitutti gli uomini evaporati sono.Le donne come lei valgono per tutte quelle ,che ancora oggi ritengono che per resistere all ‘uso squalificante del corpo della donna sulle riviste patinate come oggetto merce di scambio, sia sufficiente non comprare giornali e voltare la testa altrove( penso a riviste come “io donna” ).Le donne come lei hanno coraggio da vendere e donare. E solo donne con questo pensiero possono nutrire e ridare speranza e azione a questo mondo fatto ancora oggi di perversi al potere.

  4. Cristina Morini ha detto:

    Grazie, sinceramente, dei commenti, davvero assai lusinghieri. Direi che l’aspetto determinante, di questi tempi, per dare un senso al desiderio, è quello di mantenere una visione lucida della realtà, della quotidianità. La capacità di ribellarci e di confliggere è quella che ci manca di più, al momento, ed è proprio la paura instillata dai processi di precarizzazione a farci mancare le forze. Dunque, da questa consapevolezza (molto brutalmente: il lavoro non rappresenta più un momento di emancipazione, non è più il luogo della ricomposizione sociale ma quello della competizione e della frammentazione) è necessario partire. Riguardo il giudizio su riviste come “Io donna” (ovvero su ciò che esse rappresentano) non ho da aggiungere altro rispetto a quanto lei scrive, Flavio. Tra l’altro le conosco molto bene, da vicino.

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