Vorrei che non ci limitassimo a versioni aggiornate del commento di un vecchio dirigente comunista durante il volo che lo riportava in Italia, di ritorno da una visita nell’Unione Sovietica.

Rivolto agli altri due membri della delegazione, alzò la mano simulando un cin-cin: “brindo al futuro, perché il presente fa proprio schifo”. Liquidato così, con una battuta, il problema, era pronto a ritornare tranquillamente al business as usual, fatto di critiche, anche pungenti, ai governi guidati dalla DC, senza prospettive diverse dalla continua reiterazione del ruolo che si era assunto.

Vorrei che tornassimo ad avere una vision, che non può consistere soltanto di pura razionalità. Immaginare una società radicalmente diversa dall’attuale obbliga a inoltrarsi in territori inesplorati, con esiti certamente diversi da quelli che possiamo oggi immaginare; di sicuro non rinchiudibili entro una qualsiasi formuletta. La limitatezza intellettuale di alcune soluzioni “alternative” pronte per l’uso, oggi in circolazione, e che spesso incontrano un discreto consenso, non mi appassiona.

Possiamo essere convinti che la meta finale sarà il Catai, ma alla fine scopriremo un continente di cui oggi addirittura ignoriamo l’esistenza o, al massimo, riusciamo a immaginare solo per grandi linee la conformazione. Conviene quindi concentrarsi sull’arduo compito di riuscire a salpare verso un mondo diverso da quello in cui viviamo, armati di molta immaginazione che, oltre ad essere la prima fonte della felicità umana (Leopardi), ci può portare ovunque (Einstein).

Per riuscirci, non possiamo però fidarci esclusivamente del pensiero razionale. Dobbiamo anche riconquistare la capacità di sognare, come suggerisce papa Francesco: « Se non siamo capaci di sogno non riusciamo a creare vita, a costruire il nuovo e l’insperato».

«Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso». Lo ripeteva sempre Nelson Mandela. Senza «I have a dream», la lotta per i diritti degli afroamericani avrebbe avuto lo stesso impeto?

 

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