Vorrei che le parole riacquistassero un senso. Viviamo nel tempo della comunicazione globale, in cui tutti (non tutti in verità) sono connessi potenzialmente con tutti, in cui si scambiano in un giorno probabilmente più informazioni di quante ne siano state scambiate per interi secoli.

Un mondo della comunicazione in cui quello che conta è il messaggio breve, preciso, che va al punto per colpire, per lasciare una traccia. Il messaggio deve arrivare veloce, colpire l'obiettivo giusto ed essere dimenticato poco dopo. Le parole sono slogan, bisogna colpire l’iimaginazione. Ricordo una volta mio padre che per uno degli innumerevoli Caroselli che ha realizzato cercava in un mercato un cavolfiore che fosse fotogenico. Oppure uno yogurt che per le riprese non lasciasse tracce sul contenitore e sulle labbra. Arrivando alla conclusione che era meglio utilizzare il gesso per le riprese, non il vero yogurt. L’obiettivo era vendere di più. Esattamente questo è l’obiettivo: convincere di più, meglio e velocemente.

E in questo mondo in cui sembra che le parole siano divenute padrone dell’universo, si scopre che le parole sono usate come suoni, segni, come metafore, come immagini e devono essere poche, le stesse, perennemente ripetute. Un esempio al limite del surreale sono le comunicazione del ministro responsabile dei rapporti con il Parlamento che ripete sempre “che tutto va bene, che i paletti messi dal governo non si toccano”. E le leggi di riforma del Senato e la legge elettorale cambiano di continuo. Ma la parole devono comunicare stabilità, velocità efficienza.

Ora le parole sono e devono essere l’espressione comprensibile delle proprie idee, delle proprie convinzioni, comunicabili agli altri, Per cercare di chiarirsi le idee, per cercare di convincere chi ascolta o essere convinto. Senza metterci la faccia ad ogni parola, o meglio slogan pronunciato. Senza mettere ultimatum o così o nulla. Insomma le parole devono tornare a essere l’espressione dei pensieri e dei convincimenti delle persone. Capacità critica, capacità di elaborazione, capacità di raccontare.

E allora il suono delle parole diventa un'avventura immaginifica, piena di soprese, pieno di nuovi mondi perché come diceva Shakespeare “ci sono più cose in cielo e in terra” di quelle che chiunque possa pensare. Resteranno tracce, parole, di tutti questi messaggi brevissimi, ripetitivi, banali, immorali? Sicuramente, il motto dell’utilizzo di idee e parole che dovrebbero esprimerle è: semplificare, o meglio banalizzare. Tutto è semplice, tutto è facile, basta volerlo. O ancora meglio che qualcuno lo voglia per noi. Chi ha in mano la comunicazione governa il mondo. E senza parole, ma solo con suoni e canti sarebbe ancora meglio per tutti.

 

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