Ilaria Bussoni - Lettera helvetica #4

Sembra decisamente un altro secolo quello in cui al Festival del Film di Locarno, in un’edizione della fine degli anni Sessanta, un pubblico giovane (svizzero e non solo) con voglia di pensare a come cambiare il mondo guardava il cinema in cerca di strumenti che gli fossero utili all’impresa.

Accadeva così che nel giardino del Grand Hotel Locarno a vedere film sedessero insieme il maestro del cinema novo brasiliano Glauber Rocha e quei ragazzi che da lì a poco avrebbero raggiunto i movimenti di contestazione che si sparpagliavano in Europa, nelle città del Nord Italia, in Germania, in Francia o a Zurigo. A passare le frontiere tra Italia e Svizzera all’epoca non erano solo i lavoratori frontalieri. Accadeva poi che con Glauber Rocha si finisse in un grotto in montagna e che il desiderio di ribaltare i ruoli spingesse a sfottere i militari svizzeri incontrati per caso.

Con relativa inquietudine del Rocha, poco avvezzo allo scherzo coi militari brasiliani (il Brasile era una dittatura). A raccontare l’aneddoto è uno di quei ragazzi (oggi ex), la cui ricerca di nuove condizioni in cui vivere l’avrebbe poi portato a finire tra le grinfie della temibile giudice svizzera Carla Del Ponte, procuratore del Tribunale penale internazionale e anche in un film di Francesca Solari, Addio Lugano Bella (Locarno edizione 2000), un film dedicato a quella generazione di riottosi e alla Svizzera da sempre terra d’asilo.

Resta poco di quel clima informale oggi a Locarno, anche sul fronte del pubblico. Un po’ ingessato, un po’ chiuso, un po’ abbacinato dall’arrivo del red carpet e dai riflettori di un cinema mass market trasmesso ogni sera in piazza Grande e per assistere al quale viene meno persino il proverbiale contegno svizzero (da qualche edizione si lotta per le sedie alla proiezione serale). Ma i riflettori di quel cinema a Locarno non si vogliono troppo forti (la vocazione al cinema d’autore resta nelle intenzioni) e non tutto il pubblico si è lasciato incantare. È così accaduto che alla proiezione O.V. del film di Godard (Adieu au langage) prevista in una sala troppo piccola ne seguissero altre tre oltre alle due in calendario. Per un film in 3D che indaga il linguaggio e l’universo linguistico dell’animale umano, che si apre con la canzone di Lotta Continua La violenza [La caccia alle streghe] di Alfredo Bandelli e con la frase seguente: «Tutti quelli che mancano di immaginazione si rifugiano nella realtà».

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Un film complesso e bellissimo che gioca coi significanti, o meglio con l’impronta acustica del linguaggio (adieu, à dieu, a d’yeux, au, eau, oh language), e che parte dall’assunto che l’universo linguistico per l’animale parlante coincida con il suo ambiente. Ma il linguaggio fa letteralmente da schermo, perché la parola non è la cosa. Ed è questo sguardo linguistico uno dei temi del film: «l’uomo accecato dalla coscienza». L’accesso diretto alla cosa (qui nel 3D) segna la fine del linguaggio e ben presto ciascuno «avrà bisogno di un interprete per capire ciò che esce dalla sua bocca». Lo sguardo sul mondo diventa quello l’animale e alla fine resta solo un cane.

Ed è anche accaduto che (fuori concorso) si corresse a vedere la copia in lavorazione del film di Jean-Marie Straub, Kommunisten, dedicato a quella gioia generale senza la quale a tanti (per molte generazioni nel ‘900) è sembrato impossibile ricavare la propria individuale parte di gioia. Altro autore per il quale il rapporto tra immagine e realtà è questione da indagare, nel cinema. Ecco, che la realtà non sia una cosa poi tanto scontata è uno degli assunti comuni dei film premiati a Locarno 2014 (insieme ai low budget, agli attori che non lo sono di mestiere, alle troupe che fanno di tutto, alla voce di chi non entra nella voce della Storia e che diventa una materia prima).

Nel Pardo d’oro a Mula Sa Kung Ano Ang Noon (From What Is Before) del filippino Lav Diaz. Un film dove la realtà smette di essere naturale e assume la forma di strati narrativi, restando qualcosa di diverso dall’opinione o dai meri punti di vista. Ogni strato ricopre quelli precedenti, come le ondate di colonizzazione che si sono abbattute sulle Filippine. Ciascuno con una sua consistenza, finché la realtà non torna a essere una, e una sola, con l’insediamento militare e l’arrivo della tortura.

Nel Pardo per la miglior regia a Pedro Costa, un autore che nel proprio film dedicato a Jean-Marie Straub e Danièle Huillet (Où gît votre sourire enfoui? 2001) mostra come il cinema sia una questione di scelte, che a volte dipendono anche da un singolo fotogramma. E con Cavalo Dinheiro, continuazione del suo lavoro sulla migrazione capoverdiana in Portogallo – in questo film memoria sovrapposta a quella della rivoluzione dei garofani dell’11 marzo 1975 –, sembra dire che un film si fa anche con cose che non sono lì (nella realtà) e che è la memoria delle persone che ci si trova di fronte a poter fare la sceneggiatura.

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Nel premio per il miglior regista emergente, La creazione di significato di Simone Rapisarda Casanova (italiano ma vive e lavora tra il Canada e Haiti) che indaga un paesaggio reale e immaginario: quello delle Alpi apuane, e di chi ci resta ad abitarle, al quale si sovrappone quella linea simbolica e concreta che fu la Linea gotica, con relativa eco di memorie, scene, parole, scontri (forse anche a venire).

Nel Pardo miglior opera prima a Songs from the North della (nord?)coreana Soon-mi Yoo, che a partire dalla narrativa delle canzoni popolari (e di regime) si chiede cosa sia la realtà dell’ultimo bastione del comunismo, la Corea del Nord. Muovendosi lungo il difficile crinale di diverse propagande – quella americana dello Stato canaglia, quella dell’ironia del kitsch per le rappresentazioni nostalgiche (lo sguardo «orientalista» della Ostalgie), quella della narrazione (cantata) dell’identità nazionale – disegna un paesaggio sonoro che dà forma alle immagini.

I premi attribuiti dalle giurie di Locarno sembrano andare a film che si pongono la domanda: «Cos’è la realtà?». Cos’è la realtà di un paesaggio chiamato Linea gotica? O quella di un paese dipinto dall’esterno dalla narrativa dell’anti-terrorismo e dall’interno dalla canzone popolare della resistenza? E azzardano una risposta: non c’è alcuna realtà autentica da ritrovare dietro la storpiatura dell’immagine. Una realtà vera da restituire intatta quando si è finito di sfogliare gli strati dell’interpretazione.

Eppure non è il regno delle equivalenze generali quello che si afferma: un’immagine non vale l’altra. E nemmeno dell’artificio onirico. Il cinema (in alcuni dei film premiati o presentati a Locarno) sembra anzitutto interrogare (criticamente) le condizioni di possibilità della realtà e della sua percezione. Non c’è nessuna realtà da filmare di per sé, nessun dato oggettivo che faccia da garanzia. La realtà si fa insieme alla critica di ciò che come «realtà» percepiamo. Per paradosso, anche con lo strumento del documentario e con molta immaginazione. Tornerà anche il pubblico capace di usarla?

 

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