Vorrei. Qui ti voglio o qui ti vorrei? Cos'è meglio? Qui mi voglio e qui mi vorrei per dire di desideri probabili e non solo possibili. La probabilità mi eccita. La possibilità mi lascia indifferente e a volte mi deprime. Bevo un cordiale. L’erba voglio non esiste, come insegnavano le nonne. L’erba vorrei esiste ma bisogna trovarla.

Primo primo, vorrei che (come scrive Illuminati) ci decidessimo a stroncare per separare il grano artistico dall’olio della banalità. Stroncare per separare e differenziare e alla fine del processo critico, buttare nel contenitore giusto. In un campo si estirpano le erbe gramigne infestanti e parassite. Differenziare è anche un modo per combattere l’indifferentismo. In natura bisogna darsi da fare per assicurare la resistenza e la sopravvivenza del cosiddetto prato stabile, quello che preserva le migliori erbe, le migliori essenze e la naturalità del suolo.

Per secondo vorrei un’Italia liberata dall’etichetta invasiva e infestante di paese, rigirato e mantecato in tutte le salse: il paese, un paese, questo paese, il nostro paese. Basta e avanza il Bel Paese di Galbani. Per mangiare il riso amaro carnaroli vorrei due bacchette magiche. Una per far sparire per sempre e in un sol boccone la parola evento da programmi e resoconti di attività culturali sparse in ogni dove urbano, campestre e montano. La scomparsa della parola evento si porterebbe appresso nell’inabissamento, la parola territorio. Con la seconda bacchetta vorrei dirigere un’orchestra come quella di Butch Morris, in double conduction and revolution.

Vorrei teletrasportarmi nel quartiere alternativo, antiautoritario, autogestito e anarchico di Exarchia, al centro di Atene. Lì tutto passa di mano in mano e un pasto costa da uno a tre euro. Mentre digerisco vorrei trattenermi sulla soglia e aspettare, con una sigaretta tra le labbra, che passino a prendermi i manifestanti. Mi chiedo se questo vorrei non sia una letterina per il prossimo Babbo Natale. Da ex performer della prim’ora (ora in pensione) vorrei che tornasse la pratica dell’esposizione del corpo nudo d’artista maschio e/o femmina come segnale di rivolta contro i poteri e i persuasori occulti. Voglio ancora credere nella rivoluzione della carne. Keep on running and loving.

Per finire voglio/vorrei che si smettesse, una buona volta di recitare, l’insulsa definizione di cultura immateriale. In questa liturgia benculturalista si servono ostie di bocca in bocca. Si tratta di un salmo continuo mentre invece è il palmo della mano a dare sostanza materiale a ogni forma di cultura. Tutto questo vale come invito a una cena cucinata da una Big Mama mediterranea.

 

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