Vorrei che, infine, in Italia ci fosse il coraggio di iniziare a parlare delle cosiddette droghe in modo laico e scevro da ogni pregiudizio. Di quelle leggere, prima di tutto.

E non solo perché nel caso dei derivati della cannabis è evidente, a chiunque voglia guardare alla realtà delle evidenze scientifiche, come esse siano certamente meno pericolose di tante altre sostanze in commercio legale e come possano essere utilissime a livello medico, ma proprio perché quest’aspetto medico della faccenda rischia di coprire quanto più mi interessa discutere e cioè il diritto di ognuno di noi di darsi piacere, divertimento, di affrontare le proprie paure e fragilità, di strutturare il proprio rapporto con la morte, come meglio crede, almeno nella misura in cui ciò non comporti danno per altri.

Quando si discute dell’irrespingibile utilità dei derivati della cannabis nella cura di moltissime affezioni, spesso gravi, si tende a usare tutto ciò come fosse un ariete per sfondare le porte del proibizionismo, o una maschera, grazie alla quale sfuggire al suo controllo. Come dimostrato dalle acute e scomodissime analisi di uno studioso da noi nascosto e negletto, T. Szasz, l’atteggiamento che le società umane hanno nei confronti di una serie di sostanze psicoattive è profondamente ideologico, influenzato da una serie di scelte e convincimenti che non hanno nulla di scientifico.

Non esiste alcuna ragione obbiettiva per la quale sia giusto suicidarsi con l’alcol, piuttosto che con l’eroina, né per la quale sia più giusto chiudere una giornata di onesto lavoro bevendosi un bicchiere di rosso, piuttosto che fumandosi uno spinello. A meno di non voler mettere fuorilegge, non tanto le sostanze, quanto il dolore e il desiderio, per contrattare con i quali a volte noi esseri umani, da ere immemorabili, assumiamo droghe.

Nei millenni sono infinite le sostanze che, nelle diverse società, sono state tabuizzate e dovremmo provare una volta tanto a renderci conto di quanto la nostra impaziente e sprezzante condanna della tabuizzazione dell’alcol nelle società islamiche sia in realtà solamente l’altra faccia della medaglia delle nostre tabuizzazioni, quella nei confronti dei derivati della canapa, prima di tutto, ma poi nei confronti di qualsiasi altra sostanza naturale che non rientri nel recinto di scelte legalizzate solo da tradizioni che hanno radici affondate ben più nella religione e nel preconcetto, che nella scienza, o nel pensiero laico.

Quasi che in questo atteggiamento della maggior parte delle società occidentali si specchiasse un aspetto particolare di questa particolare forma di imperialismo che chiamiamo globalizzazione: quello nei confronti del piacere, del desiderio e – perché no? – della morte. Ciò che è veramente importante, a mio parere, è esattamente il diritto fumare cannabis non solo perché ne ho bisogno per curarmi, ma più semplicemente perché ne ho voglia. Che è esattamente quello che sto facendo ora.

 

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2 Risposte a L’erba vorrei. Lello Voce

  1. paolida carli ha detto:

    Finalmente!

    • Raul Schenardi ha detto:

      Concordo in pieno, è ora di smetterla con l’ipocrisia, i pregiudizi, la criminalizzazione. E la polizia, si occupasse di più dei veri reati, invece che rovinare la vita di qualche ragazzino per qualche grammo di hashish…

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