Ilaria Bussoni - Lettera helvetica #3

Uno strano fantasma si aggira tra le sale del Festival di Locarno: il film accidioso. Nuovo genere rigorosamente riservato (per interpreti, registi e forse anche pubblico) alla generazione TQ. «Che cosa ti piace?» è la domanda più frequente del film Perfidia, di Bonifacio Angius, l’unico italiano in concorso. La risposta è immancabilmente la stessa: silenzio. E dire che il film avrebbe per argomento la vita in provincia (qui è quella sassarese) e la cattiveria umana.

In realtà parla di una sola cosa: l’assenza di un desiderio. Di un desiderio qualunque, fosse anche quello di un bene di consumo poco durevole come una zuppetta di cozze, senza tirare in ballo le grandi ambizioni. Angelì, novello Bartleby sardo, non ha alcuna preferenza su nessun argomento: lavoro, gusti, relazioni. L’alzata di spalle (assente) è il gesto che tradurrebbe il suo «preferirei di no».

Ma il regista Bonifacio Angius, ahinoi, non è Melville e Angelì non è un resistente. Permeato da un’accidia che sembra accompagnarlo da decenni (di anni ne ha 35), a svegliarlo non è nemmeno la tentazione del male: un gesto di rivolta, una fuga o spaccare tutto per bene. Un sussulto di vita torna in una breve parentesi di relazione col padre. Non serve scomodare la psicanalisi lacaniana e l’evaporazione della figura paterna per leggere questo film alle spalle del quale non sta nemmeno il Padre padrone di Gavino Ledda e dei fratelli Taviani.

Si può fare un film sull’assenza di desiderio? Forse, in questo caso è sbagliato il titolo. Bastava chiamarlo «accidia» e come sinossi copiare la definizione della Treccani: «Inerzia, indifferenza e disinteresse verso ogni forma di azione e iniziativa: la condizione che caratterizza molti giovani del nostro tempo, afflitti da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazioni di immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo e quindi a. (Umberto Galimberti)». Letta questa, non occorre vedere il film.

Un briciolo di speranza era tornata con Marty, protagonista di Buzzard, film scritto e diretto dall’americano Joel Potrykus, tra i cineasti selezionati per raccontare il presente. Sembrava che i precari, i lavoratori interinali, avessero smesso di crederci. Finito il tempo della dedizione al lavoro in vista di un’assunzione perenne. Piuttosto che un impiego a 9 dollari e 50 l’ora, meglio vivere tra le pieghe del marketing: truffare sulla raccolta punti dei surgelati, aprire e chiudere un conto in poche ore per 50 dollari in contanti, rubare i mini-assegni della banca per cui si lavora.

Anche dietro la scrivania arrivava il sabotaggio: falsi incidenti per l’assicurazione sanitaria, pause allungate alle tre ore. “Sarò assunta il mese prossimo” dice un’impiegata. “Che notizia terribile” risponde Marty. Insomma, dagli Stati Uniti parevano arrivare buone notizie: si può vivere rifiutando un lavoro di merda. Quella brutta è che Marty non vive bene e il suo sabotaggio (del tutto solitario) è la piccola protesta di un adolescente (ma è oltre la trentina) impelagato con l’immaginario della serie Freddy Krueger. Una vita accidiosa fatta di cibo spazzatura, giochi idioti, una paranoia poco interessante e qualche attimo di lucidità: «Siete la ragione per cui la gente impazzisce e muore» dice a un direttore di banca che rifiuta di farsi intortare. L’empatia con l’affermazione non riscatta il film.

Alle prese con una banca e il fisco greco Maria ha invece un modo tutto suo di risolvere il problema della bancarotta di famiglia. Distruggendo la causa del suo fallimento, cioè la famiglia. Con A blast (di Syllas Tzoumerkas, in concorso) siamo in Grecia e c’è odore di tragedia. E infatti Maria è un’erinni smisurata, a cui piace menare le mani che agita per tutto il tempo. Non c’è ragione e nessuno che la contenga, botte da orbi a destra e a manca, ma su bersagli che spesso sembrano quelli sbagliati. Anche lei è una TQ e partiva dal voler studiare diritto, poi cambia idea travolta dalla passione per un bel capitano: meglio figli e soldi. I primi restano, gli altri vanno. Allora bruciare tutto: la foresta intorno alla casa di famiglia da rivendere a una società che potrà farci un bel residence per turisti. Certo, di fronte alla crisi Maria è disperata, ma diventare una barbara non sembra essere un gran soluzione.

Chi, invece, continua a credere nel proprio capitale umano è lo scrittore (e chi lo circonda) Philip, protagonista di Listen Up Philip di Alex Ross Perry (l’altro americano in concorso). Un TQ newyorchese che, in quanto artista, può permettersi di fare l’estroso incarnando la parte del cinico brillante e dalla battuta pronta. Ogni relazione qui viene misurata al metro di quanto vale la pena investirci: ci si rinfaccia l’amore (“avevo tante opportunità e mi hai tarpato le ali”), si confrontano i punteggi (“avevo raggiunto molti più obiettivi di lei”), si invidiano le carriere (“sono contento sia morto”: riferito a un altro scrittore). Case editrici, press & literary agent, fotografi di moda: il lavoro cognitivo continua a crederci simulando un distacco che puzza di conformismo. La postura dell’artista affonda nelle sabbie mobili. Qualcosa si salva: l’ex fidanzata pasticcera contenta della propria dolcezza, ma c’è quasi da rimpiangere il vero cinismo anni ’90 di Patrick Bateman.

Chi sembra avere le idee più chiare sono i radioamatori di Com os Punhos Cerrados dei brasiliani Ricardo Pretti, Pedro Diogenes, Luiz Pretti (sezione azzeccata: segni di vita). Di loro dicono di essere una famiglia (scrivono, girano, montano, recitano in tre, nel film fanno anche un’orgia dopo la quale parte una serenata con Bella ciao) e di essere felici solo creando. Si sente. C’è aria (e voglia) di cambiamento. Forse perché vengono dal Brasile e hanno prodotto il film grazie a un crowdfunding. O forse perché nel loro racconto musicale di una radio pirata (che mischia Leo Ferré alla ricetta per fabbricare il TNT, si ispira a Pump up the Volume e al free-jazz) rispondono a modo loro all’indicazione fornita da Helena Ignez (altra brasiliana) in Poder dos Afetos: portare fuori il cinema dalla scatola dei giocattoli. Per la generazione TQ sarebbe tempo di crescere o, almeno, di passare a giocare col TNT.

 

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