Ilaria Bussoni - Lettera helvetica #2

Ad Agnès Varda piacciono particolarmente i popoli di cacciatori raccoglitori, e di nomadi. Lo si vede chiaramente in uno dei suoi film Les glaneurs et la glaneuse, del 2000. Si può ritenere che, salvo a essere particolari estimatori della Nouvelle Vague, si possa fare a meno di guardarlo, ma anche pensare (come la scrivente) che questo (come altri) abbia tuttora qualcosa da dirci.

Les glaneurs et la glaneuse è un film sui raccoglitori. Sul popolo dei raccoglitori di oggi e di sempre. Glaner sta in italiano per spigolare, ovvero per quell’attività di raccolta delle spighe di grano rimaste dopo il grosso del raccolto. Dunque un lavoro agricolo. In realtà in francese è un termine che indica anzitutto un uso, il diritto a un uso esercitato su ciò che resta della produzione agricola, indipendente dalla proprietà del terreno, dalla sua recinzione e da cosa vi sia coltivato. Una pratica, come mostra il film della Varda, ancora diffusa (o almeno fino al 2000) nelle campagne francesi: dopo la raccolta di ortaggi coltivati in grande scala, dopo quella della frutta, dopo la vendemmia in Champagne, dopo le mareggiate sulle coste dove stanno gli allevamenti di ostriche.

Pierre Dardot e Christian Laval nel loro libro sul Comune. La rivoluzione nel XXI secolo fanno notare come col glanage non si tratti propriamente di un diritto d’uso in senso stretto, infilato com’è tra le fragili maglie del diritto, e come questa concessione abbia spesso coinciso con un modo per preservare la miseria: il diritto dei poveri di prendersi i resti. Il film di Varga non è lontano dal confermare questo assunto quando mette in scena un popolo di raccoglitori (agricoli e metropolitani) che hanno molte delle caratteristiche dei poveri e dei marginali. Ma in campagna, il glanage conserva ancora i tratti di un uso sociale più che di rimedio alla povertà: lo si fa insieme, anche cantando, non solo per bisogno o per indigenza.

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In città diventa pratica solitaria. Eppure in città sta la sorpresa: se il glanage agricolo è trasmissione di una tradizione, il glanage metropolitano è attività inventiva. Non recuperare i resti per nutrire di avanzi i marginali, bensì informare di un uso diverso quei beni destinati alla vendita, al commercio, allo scambio. L’uso non proprietario e la raccolta di ciò che resta è in città che diventano attività creativa.

Talmente creativa che persino una come Agnès Varda finisce per mettercisi dentro. Dopo aver visto come si faccia a glaner, diventa appunto una glaneuse e partecipa alla Biennale di Venezia con Patatautopia nel 2003. Merce (patate), valore (patate raccolte e messe in vendita), merce senza valore (patate rimaste sul campo), valore d’uso (patate raccolte per farle al forno o per metterle in un’opera d’arte), di nuovo merce (quando l’opera d’arte o le patate al forno sono in vendita). Questo il ciclo dell’uso descritto da Varga.

Verrebbe allora da dire, anche pensando all’esito di un’esperienza come quella dell’occupazione del Teatro Valle di Roma, che il problema non sta tanto nell’iscrizione giuridica di un bene comune (che niente preserva dal restare tale) ma nella pratica e nell’uso che si fa di quel bene, di quello che resta sopra la proprietà, sia essa pubblica o privata. Restano le relazioni che continueranno a consolidare un uso, a prolungare quell’uso, indipendentemente dal diritto. Restano le varianti di quell’uso, che può slittare nell’imprevisto. Resta la creatività di un popolo di raccoglitori che può, appunto, sconfinare da un campo all’altro. Non solo in campagna.

 

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