Vorrei che il mondo fosse inondato di poesia e di verità. Quando Daria Bonfietti - presidente dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica - riuscì a far recuperare i resti del velivolo “Itavia870” per metterlo in un hangar di Bologna e farne il museo della memoria, chiese a Christian Boltanski di realizzare un’opera. L’artista fece un intervento dolcissimo, attento a non sovrapporsi al dolore dei familiari e a non violare la memoria delle vittime. Fece scendere dal soffitto 81 lampadine, tanti erano i morti. Ciascuna di queste, giorno e notte, aumenta e diminuisce d’intensità senza mai spegnersi del tutto. Gli effetti personali, ritrovati in mare, sono stati chiusi dallo stesso Boltanski in alcuni catafalchi neri che ritroviamo silenti a margine del velivolo.

L’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines avvenuto nei cieli ucraini lo scorso 17 luglio, mi ha riportato in quel museo, in quella penombra dai suoni attutiti, e mi ha riportato alle verità di sabbia sulle responsabilità internazionali di chi abbatté l’aereo la notte del 27 giugno 1980. Con sgomento, l’indomani del crash in Ucraina, vedevo al Tg1 gli effetti personali di adulti e bambini. Ogni zainetto, libro, guida turistica era oggetto di un commento insistente e insostenibile. I giornalisti, senza rispetto per vittime, famigliari e “spettatori”, stavano, come sempre, vendendo pornografia. Contrariamente al silenzio di Boltanski (un artista), l’euforia mediatica, con la sua invasività, offendeva ancora di più il dolore individuale e collettivo.

Vorrei che quei detriti televisivi in forma di migranti o a forma di corpi smembrati o con il volto distrutto incorniciato dal chador, fossero illuminati dalla profondità dell’Ade. Vorrei silenzio e verità. Ma in questo mattatoio a cielo aperto A hard rain is gonna fall. “Cosa hai visto figlio mio dagli occhi blu?” - cantava Bob Dylan nel 1964 - “ho visto una stanza piena di uomini, con i loro martelli sanguinanti, ho visto una scala bianca tutta coperta d’acqua, ho visto diecimila oratori con le lingue rotte, ho visto pistole e spade affilate nelle mani di bambini piccoli. E una dura dura dura pioggia cadrà”.

Su Il Fatto dello scorso 20 luglio, è comparsa la storia delle bambine con il Kalashnikov, soldatesse e prostitute, della Costa d’Avorio. Bambine che hanno massacrato e bruciato uomini devastandosi per sempre. “Perché hai ancora addosso la divisa Ashley?” - chiede Vauro Senesi a un’ex bambina soldato – “È il mio lavoro. So come si montano le armi. Ho già ucciso molte persone, quindi non potrei fare altro lavoro a parte essere militare”. La sua uniforme non pare fatta di stoffa ma di cemento, commenta il giornalista, solidificata, pietrificata sul suo corpo magro asciutto, nervoso.

Vorrei distruggere la miseria, il degrado, la violenza, la menzogna che infestano questi nostri tempi bastardi. Lo trovate ovvio? Allora adoperatevi affinché diventi il vostro obiettivo principale. Siete disposti ad avere Ashley come sorella? Si ammazza perché manca la poesia, ha detto Alessandro Bergonzoni. Ha ragione, si violenta perché manca amore, ci si scanna perché non si conoscono alternative. Vorrei - come indicava Gandhi - incarnare il cambiamento che desidero vedere. Vorrei inondare il mondo di poesia, di musica, di arte. Vorrei che le piazze e gli show televisivi si riempissero di opere di Beethoven, Benjamin, Dostoevskij, Mozart, Pollock, Nietzsche, Ginsberg, Yourcenar, Rimbaud…

E infine vorrei citarvi uno stralcio della bellissima lettera che il capo indiano Seattle scrisse al capo di governo americano quando, nel 1852, gli chiese di acquistare alcune loro terre: “Il Presidente Washington fa sapere che vuole comprare la nostra terra. Ma come puoi compare o vendere il cielo? (…) Insegnerete ai vostri bambini ciò che noi abbiamo insegnato ai nostri? Che la terra è nostra madre? Ciò che accade alla terra accade a tutti i figli della terra. Noi questo sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Tutte le cose sono in relazione tra loro come il sangue che ci accomuna tutti. L’uomo non ha tessuto la trama della vita. Egli ne è solo il filo. Qualunque cosa lui faccia alla trama, la fa a se stesso...”

 

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