Vorrei che i poveri, ma non i poveri di santa madre chiesa, no, i poveracci, quelli puzzolenti bestemmiatori e schifosi, pure antipatici e maneschi, insomma questi, gli ultimi, ma non quelli dei vangeli, ma delle favelas, delle terre espropriate, delle fabbriche tessili, e anche dei bilocali nei palazzoni periferici, io vorrei che questi, che già sono un bel po’ di gente, e a loro modo, cioè quantitativamente, anche sono parecchio rappresentativi dell’umanità, io vorrei che i rappresentativi spesso sguaiati e con la testa piena di fame e di leggende una volta iniziato il saccheggio, perché lo inizieranno di nuovo, questo è certo, e sarà irruento come al solito, anche più infiammato e fragoroso, io vorrei che lo facessero un po’ programmato stavolta, pur sguaiato e manesco, ma un saccheggio progressivo, ponderato, non tutto d’un colpo, sfondando le solite vetrine di materiale elettronico e d’abbigliamento, che poi è di brevissima durata, è un saccheggio ingordo, da svuotamento, che non si sa più dove sistemare il razziato nel bilocale senza cantina e solaio, vorrei, invece, che cominciassero dalle librerie, ad esempio, sì, anche dai bookstores, perché gli ultimi devono cominciare dalle merci ultime, dai romanzoni russi, dai poemi omerici, dai trattati di metafisica, le merci un po’ sospette, obsolete, come certi film e dischi, gli ultimi quartetti di Beethoven o la filmografia di Cassavetes o Alekseï Guerman, insomma le robe poco utili, le robe strane, e poi facessero grandi pause, durante il saccheggio, bivaccando mesi nei cinema, nei teatri, nelle biblioteche, cominciando dalle merci scadenti, difficili, e anche, mi sembra, tutti questi saccheggiatori calmi, che fanno il loro saccheggio come si corre una maratona, dovrebbero rilassarsi dalle pause di questo saccheggio, facendo yoga e autocoscienza di gruppo, privilegiando ancora prima dei manuali di guerriglia, un po’ di letteratura asiatica sul nulla, su come giostrarsi il nulla, non spaventarsi del nulla, e così magari vedere meglio come crescono le graminacee, e l’erba in genere, e la diffusa, vecchia e nuova, vegetazione planetaria, piena di incredibili ultimi, schifosi, sguaiati, maneschi animali, così difficili, così strani, tutti lì dentro, tutti in mezzo al mucchio vegetale, perché le pause del saccheggio sarebbe bene fossero intervallate da camminate in foresta, montagna e deserto, dopo i libri obsoleti le lunghe camminate per guardare e odorare il mondo, ma senza poi dimenticare che c’è da saccheggiare tutto il resto, le merci prime, come i panfili credo, o le jacuzzi di alabastro, o non so, le merci davvero brillanti, facili, inquinanti, quando arriveranno a queste merci da uomini di stato, da classe dirigente, da arcivescovi – le pantofoline di seta dal taglio lussuoso in bordatura dorata, il drone streamline, la cinta altissima e elettrificata – magari i saccheggiatori, a quel punto, si sentiranno un po’ come distaccati, un po’ furbi davvero, un po’ già sazi, senza paura del nulla, quei saccheggiatori calmi, rallentati, lasceranno da sole, abbandonate – monumenti ormai enigmatici, alieni – le merci prime e sfavillanti.

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Una Risposta a L’erba vorrei. Andrea Inglese

  1. Lorena Melis ha detto:

    Anch’io ho una certa stanchezza degli arrivati super quotati osannati e santi. Ricchi benestanti edonistici animali da soma del piacere e dell’egoismo sfrenato

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