Ilaria Bussoni - Lettera helvetica #1

In principio è un mondo magico. E con questo non intendiamo una banale perifrasi per dire della magia di un film. È un mondo magico quale lo avrebbe definito Ernesto De Martino, con una presenza in senso antropologico nel contesto di una natura le cui variabili (malattia, dolore, morte) si fronteggiano umanamente con le armi del rito. Non siamo in Calabria, ma nelle Filippine e il documentarista etnografo è Lav Diaz.

Un’isola vulcanica che (come spesso accade alla isole) guarda alla propria terra più che all’orizzonte marino. Un mondo contadino che non fosse per il «salam» in vece del grazie, per le biografie che rispondono al nome di Itang o Joselina o Sito, per l’erba troppo alta e la linea del banano, per i segnali di ondate civilizzatrici che lasciano segni sulle ex colonie, sarebbe lo stesso di Pantelleria e non quello di un arcipelago che porta il nome di Filippo II re di Spagna. Nemmeno servirebbe retrodatare o fissare diacronie autoctone, anche i tempi coincidono: siamo all’inizio degli anni Settanta e si consuma la stessa crisi della presenza.

Il canto rituale di una madre che perde inspiegabilmente il figlio sana parzialmente il lutto ma la costringe a lasciare quel mondo dove non sa più orientarsi. Dopo dieci stagioni secche e dieci di pioggia e dieci lune Bai Rahmah è tornata ma non pone al riparo dagli eventi funesti. Le ostinate offerte di cibo alla roccia che ha il volto della Madonna non danno pace, forse anche perché c’è chi (blasfemo) se ne ingozza. Il mondo magico è svanito. Non si muore di morte naturale.

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Frase polisemica o meglio stratificata, cifra di questo film che chi vorrà vederlo sfoglierà da sé. Strato dopo strato. Le sensazioni di incertezza, di pericolo, di rischio che fanno da incipit alla sua narrazione non provengono dagli eventi in quanto tali (la moria delle mucche, le urla dalla foresta), ma dal crollo degli indici di senso. La crisi della presenza è spaesamento. La morte cessa di essere naturale e l’a priori che rende intelligibile il mondo di funzionare. Mula sa Kung Ano ang Noon è il titolo in filippino: il latino a priori.

Il mondo naturale che fa da sfondo alla vita e alle relazioni fa un passo indietro, si allontana e diventa molesto. Primo strato del film: 1970. Si passa al villaggio e ai suoi personaggi. In principio sono Tony il distillatore, Sito il benevolo padre adottivo, Hakob il figlio abbandonato dai genitori lebbrosi, Joselina l’invalida curatrice e Itang la sorella che a lei bada, Guido il prete gesuita, Heding la venditrice a domicilio di Tide e zanzariere in puro cotone. Il villaggio assomiglia a un villaggio, nient’altro che un villaggio. Ciascuno assomiglia a quello che è: il bambino adottato a un monello, la curatrice a una toccata dagli dei e la sorella a una badante, la venditrice a una scaltra commerciante. Il prete a un prete. A un posto in un ordine sociale corrisponde una parola, conforme. Eppure come la natura ha perso l’ordine della natura anche l’umanità ha proprie stratificazioni.

E con la parola siamo al secondo strato: 1971. Serpeggiano le dicerie, le narrazioni incrociate, ciascuno dice di sé una verità che appare diversa da quella dell’ordine immutabile alla quale era assegnato. La verità dei personaggi si complica, si incrina nel discorso degli altri, strato su strato. La verità si fa narrazione parziale, mutevole. Non c’è più una verità del soggetto. Sparito il narratore onnisciente a garanzia della verità di ciascuno. E in questo non c’è da sorprendersi: siamo nel 1971, la cosa accade anche nei campi filosofici e letterari delle nostre contrade, perché le risaie filippine dovrebbero esserne esenti?

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Qualcosa doveva mettere fine a tutto questo disordine, al mondo che non è più com’è, a una parola che trasfigura la realtà, al desiderio di fuga di Ioselina stanca di accudire la sorella o a quello di Hakob di aspettare i genitori. L’ordine torna, sotto forma di legge marziale: è il colpo di Stato costituzionale di Ferdinando Marcos. 1972: ultimo strato. Qui la verità non è più materia di contesa: il nemico è il nemico, i comunisti i comunisti, l’ordine è l’ordine. Per il potere, finite le narrazioni parziali. Sarà il potere, la forza militare a decidere (con metodi spicci) chi è chi e qual è la verità vera di ciascuno. Un universo si è spezzato e c’è stato spaesamento, l’ordine è tornato e si è insediata la paura. Il comandante militare Perdido ha una sola verità, per sé e per gli altri. Sarà lui a dichiararla e la virile miliziana Ramon a farla combaciare con la realtà.

C’è un altro strato: racchiude il film in una voce fuori campo all’inizio e alla fine. Parla di un ricordo, di più ricordi, ancora una volta senza un soggetto, e di memorie prive di autore. Sono le memorie di un cataclisma. Degli svariati cataclismi che hanno cercato l’ordine sulla cultura malese: quello cristiano e spagnolo, quello islamico, quello americano e poi giapponese, fino al cataclisma di una legge marziale con migliaia di morti e persone scomparse. Come si annuncia un cataclisma? Strato dopo strato. Fino alla certezza della dittatura. «Noi quella verità l’abbiamo già seppellita» dice Sito a proposito della sua. Non c’è memoria senza vanga, sembra rispondere Lav Diaz.

Mula sa Kung Ano ang Noon (From What Is Before)
di Lav Diaz
Filippine (2014), 338 min.
In Concorso al Festival del film di Locarno

 

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Una Risposta a Festival del film di Locarno #1

  1. Grazie mille per questo post, molto interessante,
    A. Giannantonio

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